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12 Nov

Il segreto di Michele

l'amore ai tempi supplementari enrica alessi

l'amore ai tempi supplementari enrica alessi

 

I

viaggi in auto servono a pensare, metabolizzare, pianificare. E spesso non importa quale sia la destinazione da raggiungere: quel lasso di tempo necessario a percorrere il tragitto diventa l’occasione per liberare la mente.
O per impegnarla in modo costruttivo, come nel mio caso. Sto per incontrare Olivia, dovrei elaborare una strategia vincente per riavere il posto di lavoro con cui sentirmi realizzata professionalmente, ma la realtà è che la mia mente è offuscata da lui.
Mi sento come Bridget Jones dopo aver passato la notte con Mark Darcy: i flash della nostra serata stordiscono la mia lucidità e non sono solo i baci e ciò che essi hanno prodotto — sesso tantrico compreso — a farmi stare con la testa tra le nuvole, ma sapere di essere la sua chance, il ché, inevitabilmente, si traduce in una vera e propria iniezione di autostima che mi fa sentire invincibile.
Alzo la radio, canto a squarciagola, mi immagino di fronte a Olivia con l’espressione di chi sa esattamente cosa vuole e come ottenerlo e non mi preoccupa nemmeno la mise prettamente viola che potrebbe non essere di buon auspicio, ma per stare dietro alla musica, manco il casello d’uscita. Dannazione.
Il navigatore rielabora il percorso, anche la mia sicurezza si è già persa per strada e come se non bastasse, il telefono squilla: è Sofia, devo accostare.
“Ciao mamma!”
“Ciao amore! Come stai?”
“Bene, papà mi sta portando a scuola.”
Non mi sembra che il vivavoce sia attivato: posso parlare liberamente.
“Hai fatto colazione?” chiedo.
“Sì, Andrea ha preparato dei pancake buonissimi.”
Anche io preparo dei pancake buonissimi.
“E Olivia è stata brava?”
“Bravissima… ha fatto la pipì una volta sola… sul divano.”
Bingo.
“Oh! Mi dispiace.” dico esasperando il mio rammarico.
“Ma papà ha pulito tutto.” mi rassicura.
Sono quasi commossa.
Lo immagino con il folletto in mano, mentre il vapore che dovrebbe igienizzare la tappezzeria gli ammoscia il ciuffo di capelli a cui tiene più di qualunque cosa, ma d’un tratto, la scena che dovrebbe divertirmi in modo sadico, mi fa l’effetto contrario. Andrea è riuscita a cambiarlo? Davide non è più il solito menefreghista? La aiuta addirittura nelle faccende domestiche?
Scuoto la testa, mi sembra impossibile.
“Spero che Andrea non si sia arrabbiata…”
Non che mi importi, anzi, vorrei che fosse così: il mio piano avrebbe funzionato, ma ho bisogno di indizi, sono curiosa di sapere perché con lei è collaborativo e con me non lo è mai stato. Forse si è solo offerto di pulire per evitare una lite: deve essere così, lo conosco troppo bene.
E mentre immagino Sofia che confessa sottovoce la sfuriata della Lego Friend che avevo preventivato, qualcuno, dall’altra parte, attiva il vivavoce.
“Ciao.”
“Ciao Davide… tutto bene? Mi dispiace per Olivia…”
Lo dico per circostanza, ma con fermezza, con il tono di chi non si capacita di un tale gesto: lui non può sapere che la pipì del cane è entrata a far parte della mia routine quotidiana.
“Proprio non mi spiego come sia potuto succedere…” aggiungo.
“Strano… Sofia mi ha detto che è un classico.” ribatte.
“Be’ non sul divano…” mormoro cercando di rimediare.
“Comunque, per rispondere alla tua domanda…”
Mi sento avvampare.
“Andrea non si è arrabbiata, ma sono io che preferirei che Olivia rimanesse con te, quando Sofia resta da me.”
Si è arrabbiata e non vuole ammetterlo.
E se anche non fosse così, la frustrazione che sento nella sua voce fa capire chiaramente che eliminare residui di pipì dal divano non è diventato il suo hobby preferito: Andrea non è riuscito a cambiarlo. Mi ritengo comunque soddisfatta.
“Certo, se Sofia è d’accordo…”
Mi sembra il caso di ricordargli che ha una figlia a cui rendere conto.
“Ne abbiamo già parlato.”
Non mi fido.
“Mamma a che ora torni stasera?”
Traducibile in: a che ora vieni a salvarmi?
“Passo a prenderti alle sette, okay?”
“Okay.”
Lui non saluta, io nemmeno.
Torno sul navigatore che nel frattempo ha rielaborato il percorso e mi rimetto in marcia.
Il mio cervello resetta e fa il riassunto delle puntate precedenti: il mio ex marito mi ha lasciato per un’altra dallo stile discutibile, ma ora, sa che ho intenzione di farmi riassumere e sa anche che c’è un altro uomo nella mia vita, e seppure non abbia la certezza che lui abbia capito che tra noi è una cosa seria, se non mi stessi chiedendo come vive tutto questo, non sarebbe normale.
Eppure, questi pensieri mi fanno paura. Paolo mi piace, ma se inconsciamente stessi cercando un semplice diversivo? Se la parte di me che continua ad amare Occhi di Cioccolato volesse solo scatenare una sua reazione?
Sto cominciando a ricredermi sulla positività che avevo affibbiato inizialmente ai viaggi in auto. Mi ci vorrà ancora mezz’ora prima di arrivare, non posso continuare a torturarmi in questo modo: chiamo Michele.
Il telefono squilla, ma lui non risponde.
Riprovo. E ancora niente.
Okay, l’ultima volta, se non funziona, mi metto le cuffie e ascolto l’audiolibro dell’Amica Geniale.
“Pronto…”
“Stavi dormendo?”
“Sì, ieri sera ho fatto tardi…”
Se è per questo anch’io, vorrei aggiungere con una punta di soddisfazione, ma preferisco approfittare del suo stato di dormiveglia: se non è vigile, sarà più facile farsi raccontare con chi è uscito e perché.
“Com’è andata?” chiedo con il tono più persuasivo che conosco.
“Bene.”
Bene e basta? Ho paura che dovrò fare tutto da sola.
“Lui com’è?”
“Carino, simpatico, sexy.”
Ora sì che cominciamo a ragionare.
“E come si chiama?”
“Raffaello.”
Fantastico: deve essere una delle Tartarughe Ninja.
“So a cosa stai pensando…” mormora.
Che ha un nome terribile?
“Davvero?” chiedo con indifferenza.
“Sei arrabbiata perché ieri sera ho preferito non dirtelo…”
Anche, un po’, ma la sua sincerità è disarmante: preferisco dissuaderlo.
“No, per niente, ho immaginato che fosse una storia da una notte e via… e siccome ti conosco, so che non ti piace parlare delle meteore che illuminano il tuo firmamento. Io lavorerei troppo di fantasia, tu si sentiresti irrimediabilmente cinico e…”
“Lui mi piace.”
Mi ha interrotto, le mie intuizioni sono sbagliate e quel ‘mi piace, detto da lui è l’equivalente di ‘sono innamoratissimo’: sono sotto shock.
“Quanto ti piace?” chiedo timorosa.
“Abbastanza.”
Dovrei leggere tra le righe, anche se è una parola soltanto, e credo che mi stia dicendo che anche la sua è una storia seria, dovrei essere felice e invece non ci riesco, che diavolo mi prende?
“È il tuo fidanzato… vero?”
“Sì.”
Se non mi stessi dirigendo verso l’azienda che potrebbe cambiarmi la vita, farei inversione e andrei dritta a casa sua.
“Eva… ci sei?”
“Sì… stavo solo controllando la strada sul navigatore.”
Non ci metterà molto a capire che sto mentendo. Devo reagire e dire quello che una migliore amica direbbe al suo migliore amico.
“Da quanto state… insieme?”
“Da quattro mesi. Te ne avrei parlato, ma ho avuto paura…”
“Paura di cosa?”
Sto facendo una domanda di cui già conosco la risposta.
“Il tuo matrimonio era appena finito, non potevo dirti che la mia relazione andava a gonfie vele, ti saresti sentita abbandonata ed era l’ultima cosa che volevo. Avevi bisogno di me al cento per cento: dovevo esserci.”
E adesso? La sua missione di volontariato è finita? La Tartaruga Ninja prenderà i miei spazi e io sarò catapultata fuori dalla sua vita? Non posso vivere senza di lui.
“Poi è arrivato mezzo limone, un ragazzo che ti fa sentire speciale e ho trovato il coraggio…” aggiunge sotto voce.
Vorrei dire che ha ragione, potrei addirittura raccontargli la storia della chance, ma la verità è che sono gelosa.
“Eva…”
Non riesco a dire niente, le lacrime hanno sostituito le parole.
“Questo non cambia niente… io continuerò a esserci…”
“Lo dici perché devi.” ribatto soffiandomi il naso con un fazzoletto di fortuna che ho rimediato nel vano portaoggetti.
“Sai che non è così…”
E mentre penso che sarebbe stato meglio continuare a torturarmi, piuttosto che chiamarlo e scoprire una verità che non sono pronta ad accettare, il mio cervello suggerisce la sola domanda non patetica per riscattare il mio ruolo da amica patetica.
“Posso conoscerlo?”
“Certo, anche lui non vede l’ora.”
“Ah sì?” chiedo sorpresa.
“Organizziamo una cena quando vuoi.”
“Okay…”
La Tartaruga dovrà guadagnarsi la mia stima per ricoprire il ruolo importante che Michi gli ha riservato. Questo è certo.
“Sono quasi arrivata, ti chiamo più tardi per dirti com’è andata, okay?” dico trafelata.
“Ci sarò.”
Preferisco dare alla sua frase un senso più ampio, una cosa del tipo: amica mia, per te ci sarò sempre, nessun uomo potrà mai separarci, sarò tuo per sempre. E con la dose di speranza di cui ho bisogno, scendo dall’auto e raggiungo l’ingresso di Blumarine.

È tutto come ricordavo, le porte scorrevoli, il ficus all’entrata, anche il portiere è sempre lo stesso.
Gli consegno i documenti in cambio del pass con la scritta VISITORS e vado dritta verso l’ascensore che mi condurrà al terzo piano.
Quanto tempo è passato? Le porte si aprano e sono di fronte alle pareti in vetro su cui sono incise due grandi B.
Sono arrivata.
Anche Magda, la ragazza antipatica che aveva fatto arrabbiare Michi, è nella solita posizione, vado da lei per dirle che sono qui.
“Ciao Magda, come stai?”
“Ciao Eva, qual buon vento…”
Non so se rallegrarmi per averla trovata più spigliata del solito o se preoccuparmi perché non ha in nota il mio appuntamento della vita.
“Ho un appuntamento con Olivia.”
La vedo scorrere gli orari sull’agenda con la matita, alza lo sguardo e dice:
“Certo, accomodati, ti sta aspettando: la strada la conosci.”
Tiro un sospiro di sollievo e prendo la porta.
Sento il profumo di Tuberosa nel corridoio, immagino il vaso di fiori freschi sulla sua scrivania e immagino anche il suo fare deciso.
Devo farle capire che ha bisogno di me, che posso servirle anche come consulente a distanza e so che non sarà facile.
Arrivo di fronte a quello che era il mio ufficio e mi faccio avanti.
La porta è aperta, un passo e varco la soglia: nessuno si è accorto di me.
Forse Magda si è dimenticata di annunciarmi, ma un attimo dopo, appena Olivia alza lo sguardo e mi vede, è come se non aspettasse altro.
Un sorriso le illumina il viso e si precipita verso di me per abbracciarmi.
“Come stai? Che bella che sei!”
Arrossisco. La stringo, mi è mancata.
“Sono felicissima di vederti.” dico emozionata.
“Ciao Eva.”
Mi volto e c’è Bianca dietro di me: è incinta, è un raggio di sole.
Non nascondo che il mio primo pensiero sia stato di prendere il suo posto durante la maternità, ma mi pento immediatamente: solo uno sciacallo penserebbe a una cosa del genere.
“Bianca: sei una mamma.” mormoro.
Questo affetto materno potrebbe convincerla a passarmi il testimone spontaneamente? Forse potrebbe pure licenziarsi per lasciarmi il suo posto: è ufficiale, sono un’arrivista.
“Sì, aspetto una bimba.” dice entusiasta.
Sono eccitata, sono sempre eccitata quando un’amica mi dice che aspetta una bambina: il genere femminile è molto più spassoso.
“Come si chiama?”
“Mina.”
Qualcuno ha ascoltato le mie preghiere:
il nome che avevo suggerito per il cane di Sofia — e da lei bellamente scartato — ha trovato un destinatario capace di apprezzarlo.
“È un nome che amo tantissimo…”
“Davvero? E perché?” chiede curiosa con gli occhi che le brillano.
Se mi metto a raccontarle tutta la trafila, facciamo notte e io non ho tempo da perdere.
“Una vecchia zia di mia madre, una donna stilosa che creava lingerie… cantando.”
Le mie improvvisazioni meriterebbero un applauso.
“Quando nasce?” chiedo.
“Tra un paio di mesi.”
Sarei assunta in primavera: perfetto.
Il mio karma è il vero arrivista, non io.
“Le ho fatto una cameretta da favola…”
Un’altro po’ e mi verrà voglia di avere un bambino. Ma mi sembra chiaro che non sia questo il momento di concepire un figlio. Ho troppi uomini per la testa e ora è sbucata pure una Tartaruga Ninja: non ho pace.
“Non vedo l’ora di vederla.”
Il mio sguardo si sposta in modo quasi involontario sulla scrivania che sta in fondo all’ufficio, quello vicino alla parete su cui appendevo i miei moodboard, quella che una volta era la mia scrivania.
Lei deve essere Serena, la ragazza che ha preso il mio posto, e con una punto di rammarico, ammetto che vista da qui non sembra niente male.
Olivia ci presenta:
“Eva lei è Serena, Serena lei è Eva…”
Si avvicina, mi stringe la mano e non posso fare a meno di chiedermi se sappia chi sono, se il capo le abbia mai parlato di me, e mentre mi faccio quella domanda, mi accorgo di una teca che sta sul lato sinistro dell’ufficio, vicino alla scrivania di qualcuno che al momento non è presente.
Mi avvicino per vedere cosa ci sia dentro, ma mi sembra di riconoscere quella pantofola di raso con inserti lapin: resto a bocca aperta.
“Hai messo la mia pantofola sotto una teca?” chiedo a Olivia commossa.
“È stato uno degli accessori più venduti.”
“Ed è un omaggio a te… ma sai che il capo non lo ammetterà mai.” aggiunge Bianca.
Vedo che niente è cambiato, spero solo che, nel frattempo, Olivia abbia smesso di spedire le persone in sala fotocopie per punizione e che abbia perso l’abitudine di lanciare i tubetti di colla durante i suoi scatti d’ira.
“Okay ragazze, quando Teresa torna dalla sala fotocopie, ricordatele che mi servono quei dati… o mi arrabbierò molto. Eva e io andiamo a pranzo, ci vediamo più tardi.”
Come non detto: è sempre la stessa.
Mi fa cenno di uscire e chiude la porta alle sue spalle.

Vorrei che si potesse parlare di un pranzo di lavoro, ma Olivia crede che sia qui per una visita di piacere.
Ordiniamo, ci versano da bere e la conversazione inizia.
“Raccontami… è così tanto che non ci vediamo…”
Da dove cominciare? Credo che rispettare l’ordine cronologico degli avvenimenti possa evitare di fare confusione.
“Dove eravamo rimaste?” chiedo con ironia.
“Sofia ha cinque anni e tu sei casa, scuola e palestra.”
Una noia mortale insomma.
Anche lei, come Michele, mi ha vista appassire senza dire una parola.
Devo essere stata convincente nel mio ruolo di casalinga semidisperata.
“Si è rotto tutto.” mormoro.
L’ordine degli eventi pianificato poco fa è andato al diavolo.
Olivia abbassa lo sguardo, lo rialza ed è quello di chi sapeva che sarebbe successo, prima o poi.
“Mi dispiace.” dice desolata.
“Ho lasciato andare ciò che ero per seguire un uomo che mi ha tradito e che ora vive con una più giovane, le sole cose che abbiamo in comune sono le pratiche di divorzio e una figlia. Avrei dovuto ascoltare il tuo consiglio…”
“Non potevi immaginare che sarebbe andata così, con il senno di poi, non si commetterebbero errori e gli errori sono più utili di qualsiasi consiglio.”
Vorrei darle ragione, ma questo non cambia lo stato delle cose.
Il cameriere arriva al tavolo per servirci le insalate che abbiamo ordinato, ci versa da bere di nuovo e ci augura buon appetito.
“E ora come va?” mi chiede.
“Meglio, molto meglio. Ti ricordi di Michele?”
“Come potrei dimenticarmi di lui?” risponde eccitata. “Come sta?”
Eviterei di dire che ora è fidanzato, sarebbe come ufficializzare la cosa e devo ancora metabolizzare.
“Sta bene, mi è stato vicino, credo che non sarei qui se non fosse per lui.”
“È un ragazzo adorabile, hai ragione. E io posso fare qualcosa per aiutarti?”
“Dammi un lavoro.” dico decisa mentre appoggio la forchetta sul bordo del piatto.
Il preludio interminabile che avevo immaginato per arrivare al dunque sembra essere sparito dal copione.
Ma perché i suoi occhi mi stanno dicendo che non può darmi ciò che le ho chiesto?
“Non posso, il mio reparto è al completo e la ragazza che abbiamo assunto per sostituire Bianca durante la maternità comincia la prossima settimana.”
“Potrei farti da consulente a distanza..” suggerisco incalzante.
La sua espressione sta dicendo che la soluzione ‘a distanza’ nel suo glossario lavorativo non compare.
“Sai che sono la migliore in fatto di accessori, potrei fare ricerca, presentarti un progetto con una scadenza programmata, ho già pensato a come gestire le cose… hai bisogno di una come me.”
E nonostante il mio tono convincente, Olivia non sembra decisa a darmi questa opportunità.
“Non ho mai gestito una collezione in questo modo…”
“Sarebbe un’occasione per provare qualcosa di diverso.”
“Non credo che possa funzionare: ti sono amica, ti voglio bene, ma non posso permettermi di rompere un equilibrio che funziona benissimo.”
È la sua risposta definitiva e la mia dignità mi impedisce di insistere.
Avrei dovuto mettere in conto questa opzione: tornerò a casa a mani vuote, e per assurdo, la prima cosa a cui penso non è la mia realizzazione professionale, ma Sofia: ne rimarrà delusa.

Dopo il pranzo, dopo i saluti, prendo l’ascensore per l’ultima volta, recupero i documenti ed esco dall’edificio.
E lì, nello stesso parcheggio dove Olivia aveva cercato di convincermi a restare, mentre rimpiango di non averla ascoltata, la sento chiamare il mio nome.
Mi volto, è di fronte a me con uno strano sorriso.
“Lo vuoi davvero questo lavoro?” mi chiede.
Sta dicendo sul serio?
“Certo che lo voglio, ma alle mie condizioni.”
So che può sembrare un azzardo, ma non posso rinunciare al mio tempo con Sofia.
“Io te ne impongo una sola.”
Sta rilanciando?
“Preparerai una piccola capsule con cinque accessori, hai tre mesi di tempo…”
“E…”
“Ci sono un paio di viaggi che ho organizzato per fare ricerca, Bianca non può andare, andrai tu al suo posto. Che ne pensi?”
So che dovrei fare le capriole di gioia, ma ho una domanda da porle e se non la faccio ora, me ne pentirò per sempre.
“Sapevi dall’inizio che mi avresti offerto un lavoro?”
“Ho capito che avevi bisogno di un lavoro la prima volta che mi hai telefonato… e sì: sapevo dall’inizio che avrei fatto qualunque cosa per rimetterti in squadra.”
“E perché non me lo hai detto subito?”
“Mi hai piantato in asso una volta… dovevo essere sicura che ci tenessi davvero.”
Non posso biasimarla.
“Si può fare…” dico sorridendo.
“Andata: sarai il mio piccione viaggiatore.”
Un contratto come piccione viaggiatore non è una cosa che scriverei su un curriculum, ma a tutti gli effetti, anche questa è una chance.

TRENTESIMO EPISODIO

Illustrazione: Valeria Terranova