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19 Nov

Cuori spezzati

not for fashion victim enrica alessi

 

 

not for fashion victim enrica alessi

 

 

 

A

volte le cose vanno storte, è così e basta. Sprecare tempo con mille domande non le farà cambiare: quando Luca ha lasciato quel cappotto in clinica, ha lasciato anche me. E non so dire se a ferirmi tanto sia la consapevolezza che la sua ex non sia solo ‘una ex’ — come il mio sesto senso suggeriva — o se, piuttosto, la cognizione che non abbia avuto il coraggio di guardarmi negli occhi per dirmi che è finita. Dura scegliere.
È stato un miserabile, un meschino, un codardo. Il mio istinto di sopravvivenza vorrebbe riderci sopra: oltre al danno la beffa, ma dopo aver trascorso un intero sabato a piangere, a imprecare, a ripetermi che sono una stupida e a sentirmi in colpa nei confronti di Cassandra, per ogni singolo minuto in cui ho pensato a lui e non a lei, ho preferito mettere un punto e dire basta anch’io.
Al diavolo il suo passato e ciò che nasconde, e al diavolo anche il suo presente: un uomo che non ha il coraggio di affrontarmi, che fugge davanti ai problemi, rifiutando la complicità necessaria in un rapporto di coppia non merita me, i miei pensieri, il mio tempo.
La mia migliore amica ha appena perso un bambino, ho ben altro di cui preoccuparmi. Ma mentre mi guardo allo specchio: con gli occhi gonfi, il naso arrossato e i capelli spettinati, fingendomi dura come Tomb Raider, mi torna voglia di piangere.
Chi cerco di ingannare? La mia vita è uno schifo. Aggiungo pure che è la domenica più triste di cui abbia memoria — e sono solo le dieci — con questi presupposti, c’è da chiedersi che altro potrà succedere prima che il sole tramonti. E manco a dirlo, con un tempismo imperfetto, arriva la cosa giusta al momento sbagliato.

“Cara Melissa, come stai?
Ho visto ora il tuo messaggio e leggo solo belle notizie. Hai addirittura trovato uno chef che preparerà un menù personalizzato — a proposito: non sono vegetariano — e un falegname che ha intagliato le cicogne. Credevo le ordinassi su Amazon, ma è ovvio che hai preferito una cosa hand made. I miei complimenti.
Ti comunico ufficialmente che sarò l’ospite d’onore di questo magnifico party e che proprio oggi, ho prenotato
l’albergo a Roma per prolungare il mio soggiorno in Italia. Devo solo trovare una corona che mi si addica.
Nel frattempo, tienimi aggiornato.
Ci vediamo tra due settimane.
Un abbraccio
Jerôme.”

Tutto ciò che ho sempre desiderato mi scrivesse è lì: davanti ai miei occhi, ma avevo immaginato una reazione più entusiasta. Nessun fremito, nessun salto di gioia, nessun ‘evviva’ urlato a squarciagola. Dubito che Cassandra abbia voglia di festeggiare e non credo nemmeno sia il caso farle di indossare una t-shirt con uno slogan che oggi risulterebbe doloroso. Ma mentre scandisco mentalmente la frase che Jerôme ha scelto: ‘something good is coming’, guardando i cuccioli che dormono beatamente, capisco che forse mi sto sbagliando. E se invece fosse la cosa giusta al momento giusto?
Dietro ogni perdita, grande o piccola che sia, si nasconde sempre l’occasione di ricominciare e soprattutto ora ho bisogno di credere che qualcosa di buono arriverà.
Cassandra avrà la sua festa, la festa che avevo immaginato dall’inizio — prima di sapere che aspettasse la bambina — una festa di addio al nubilato con un ospite a sorpresa. Non avremo le cicogne, ma abbiamo Jerôme: basterà solo rivedere lo spirito del party.

Alle nove in punto di lunedì mattina, realizzo che dopo una settimana di ferie, conclusa nel peggiore dei modi, tornare al lavoro sembra quasi un sollievo.
Anche la vista della macchina di Britney, già parcheggiata davanti alla clinica, sottolineandomi che è arrivata prima di me, non mi turba. Anzi, mi sono pure risparmiata le possibili effusioni a cui avrei assistito, se fosse stato Thor ad accompagnarla.
Le porte scorrevoli si aprono, saluto Federica che ha appena riattaccato il telefono e le chiedo dov’è Cristina.
La voce calma e determinata con cui pronuncio quelle poche parole, nel tentativo di portare a termine la missione festa, di pensare ad altro e quindi di impormi di ignorare l’esistenza del meschino, deve averla spiazzata. Si prende un momento prima di rispondere, e lo spende per manifestare il suo cordoglio.
“Ho saputo di Cassandra… mi dispiace moltissimo.”
Le rivolgo un timido sorriso, di più proprio non mi riesce.
“Cristina è nel suo ambulatorio.”
Mi congedo e mi incammino lungo il corridoio. Raggiungo la porta, busso e afferro la maniglia per entrare.
Davanti a me c’è una Britney che stento a riconoscere: è struccata, spettinata, anche la sua mise totalmente nera, che vedo sbucare da sotto il camice, lascia intuire che abbia visto giorni migliori.
“Come stai?” le chiedo in tono affettuoso.
La vedo alzarsi e correre verso di me, mi abbraccia e inizia a piangere. Anche io la abbraccio, ma mi costringo a trattenere le lacrime. La legge della compensazione è applicabile anche per la sofferenza: se in una stanza c’è uno che sta peggio, tu devi essere per forza quello che sta meglio.
“Non piangere…” sussurro. “Dobbiamo essere forti.”
“Lo so, ma…”
“Niente ma.” ribadisco con uno sguardo incoraggiante. “Cassandra ha bisogno di noi, dobbiamo concentrarci sulla festa.”
Britney mi guarda con occhi smarriti.
“Non credo che abbia voglia di festeggiare…”
“Può essere, ma Jerôme mi ha appena comunicato che verrà, non possiamo mandare a monte il suo addio al nubilato.”
“Forse hai ragione: conoscerlo le farà bene…”
“Così mi piaci!”
“Però possiamo ripristinare il menù iniziale?”
Nella vita ci sono delle priorità, e tra quelle di Britney c’è sicuramente il menù da lavanda gastrica: concesso.

Sono le sei quando esco dalla clinica, Cassandra è stata dimessa e mi ha chiesto di passare a trovarla.
Ho voglia di stringerla, di farle sentire che le sono vicina, e mentre immagino il nostro abbraccio strappalacrime, mi accorgo che sono io la prima ad averne bisogno.
Seppure non abbia intenzione di scaricarle addosso i miei problemi, raccontandole della mia storia finita, la parte egoista di me — che probabilmente chiunque possiede — sente la necessità urgente di avere un suo parere.
Dopo pochi minuti dalla mia presa di coscienza, sono sotto casa di Cassandra. Scendo dalla macchina che domani riconsegnerò in carrozzeria e confesso che non mi dispiace nemmeno un po’.
Suono il campanello, Cassandra mi apre, salgo. La porta è già aperta e la sua voce, che sembra provenire dalla cucina, mi invita a entrare.
Forse dovrei smetterla di creare proiezioni future probabili o continuerò a sorprendermi. Mi aspettavo di trovarla sdraiata sul divano con lo sguardo perso nel vuoto, e invece è impegnata ai fornelli.
Mi sembra chiaro che l’esigenza di scacciare i cattivi pensieri, concentrandosi su altro sia cosa di entrambe.
“Stai cucinando…” mormoro.
“Cerco di tenere la mente impegnata.”
“Dovresti riposarti.”
Cassandra stacca gli occhi dal piano cottura: il suo sguardo severo tronca sul nascere le raccomandazioni che per deformazione professionale le avrei riservato.
“Hai ragione, dovrei… ma ci sono momenti in cui mi sembra di impazzire.”
Mi tolgo la giacca, appendo la borsa allo sgabello che ho di fronte, e mi siedo in attesa che dica altro.
“Ho perso la bambina che non ho mai visto e che mi sembrava di conoscere da sempre… ancora non mi sembra vero.” sussurra sfiorandosi la pancia.
“È stata dentro di me per tre mesi e ho passato ogni singolo giorno a parlare con lei, a chiamarla per nome, a renderla partecipe dei miei stati d’animo, a fantasticare su tutto ciò che avremmo potuto fare insieme: le passeggiate nel parco, le favole che le avrei raccontato prima di andare a dormire. Anche quel redazionale… non era certo per accontentare il mio ego che desideravo che uscisse, ma per mostrarglielo quando sarebbe cresciuta. Che sciocca sono stata!”
Il tempismo imperfetto che mi perseguita.
Non è difficile immaginare gli effetti che provocherà quella che doveva essere una sorpresa.
“Devo rassegnarmi Melissa: lei non c’è più ed è solo colpa mia.”
“Non dirlo mai più.” intervengo severa.
“Sei stata una mamma da manuale: sei stata attenta ai movimenti, alla dieta, ai caffè, ai controlli medici, non hai nulla da rimproverarti.”
“Eppure il mio corpo è incapace di portare a termine una gravidanza.”
Di fronte a quella affermazione, realizzo che la situazione è più grave del previsto.
Devo trovare il modo di toglierle dalla testa l’idea crudele che si è fatta di se stessa e farla reagire.
“Mi deludi Cassandra…”
Il suoi occhi tristi e indifesi che mi fissano increduli non aiutano, ma decido di insistere.
“Non starò a guardare mentre sguazzi nei tuoi sensi di colpa ingiustificati. Non sei tu a decidere cosa andrà bene e cosa andrà male, quindi smettila di darti importanza e considera che il tuo — come quello di tante altre donne — non è stato altro che un caso sfortunato, indipendente dalla tua volontà.”
Cassandra rimane spiazzata di fronte a quel rimprovero inatteso. Sembra sul punto di piangere: forse sono stata troppo dura.
“Anche mia madre ha perso un bambino…”
Anche questa notizia la lascia di sasso.
“L’ha superato: stai tranquilla. È stato un secolo fa, prima che io nascessi, ma se si fosse persa d’animo, ora non sarei qui.” concludo allungando la mano verso la sua per accarezzarla.
“Mi manca da morire.”
Ora sto per piangere pure io. Vorrei dire qualcosa che possa sollevarle lo spirito con effetto immediato, ma temo di aver esaurito le cartucce disponibili: mi sento impotente.
A rompere quel silenzio di amarezza palpabile è Tommaso, che entra in casa salutandoci. Raggiunge Cassandra, la abbraccia, la bacia: è l’immagine più tenera e struggente che abbia mai visto.
“Dovresti riposarti…” le raccomanda.
Seppure quelle parole siano le stesse che ho pronunciato io, la reazione di Cassandra è molto diversa da quella spazientita a cui ho assistito poco fa.
“Lo so. Non preoccuparti, sto bene. Avevo solo voglia di cucinarti qualcosa di buono.”
“E sarebbe?” chiede sorridendo.
“Risotto agli asparagi.”
“Il mio preferito… Melissa resti con noi?” “Purtroppo ho già un impegno, ma grazie per l’invito.”
“Alla prossima allora.” dice accarezzandomi la spalla. “Vado a fare la doccia.”
Tommaso si allontana, lasciandomi di nuovo sola con lei e con la mia paura di sentirmi inutile, ma l’espressione di Cassandra è più rilassata, più serena. È come se la vista dell’uomo che ama avesse liquidato definitivamente il desiderio di esternare il suo dolore, per fare spazio alla volontà di reagire.
Sorrido di fronte a quella complicità che, anche se per poco, ho creduto di possedere.
“Perché non resti?” insiste.
“Mi piacerebbe, ma Max è a casa che mi aspetta.”
“I cuccioli? Come stanno?”
E io che avevo volutamente evitato di menzionarli…
“Crescono.” rispondo sbrigativa per evitare di innescare reazioni drammatiche.
“Hai già deciso quale terrai?”
“Al momento tutti.”
“E il dottore? Che fine ha fatto?”
“L’ultima volta che l’ho visto è stato tre giorni fa, mentre stava chiedendo alla sua ex moglie di risposarlo.”
“Che cosa? Io credevo che fosse scapolo!”
“Invece ha una vecchia fiamma… di nome e di fatto.”
“In che senso?”
“Nel senso che si chiama Fiamma.”
“Ah. E che tipo è?” chiede continuando a mescolare in modo energico.
“Bella e attraente.”
I suoi occhi meravigliati lasciano intendere che condividiamo lo stesso pensiero: il dottor Savastano deve avere dei lati nascosti che non osiamo immaginare.
“Com’è finita?”
“Suppongo che abbia detto sì… o sarebbe tornato a prendere Lolita.” rispondo sarcastica. “Per quanto ne so, potrebbero già essere in luna di miele.”
“Hai capito il dottore?!? Luca che dice?”
Quella domanda, buttata lì come se niente fosse, con tutta l’innocenza possibile, mentre aggiunge un mestolo di brodo al suo risotto, mi mette in crisi.
Avevo promesso a me stessa che non avrei parlato a Cassandra dei miei stupidi problemi; la perdita di un figlio non è paragonabile alla fine di una relazione, ma l’opportunità concreta di avere un suo parere, di confrontarmi con l’amica che conosce ogni mia singola sfaccettatura, è una tentazione irresistibile.
La mia dichiarazione ucciderà quel sorriso che non speravo di rivedere sulle sue labbra così in fretta, eppure, non posso farne a meno.
“Io e Luca non stiamo più insieme.”

SESSANTASEIESIMO EPISODIO

Illustrazione: Valeria Terranova