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7 Nov

Ecco chi è Karl Lagerfeld

not for fashion victim enrica alessi

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“C

 

aro Jerôme,
come avevo immaginato, il Dress Code non è ancora stato deciso.
Per qualche strana ragione, Britney ha preferito lasciare a me questo compito, ma in veste di ospite d’onore, credo che la decisione spetti a te: Cassandra ne sarebbe felice.
Non vedo l’ora di sapere quale sceglierai.
Aspetto tue notizie
A presto
Melissa”

Sono passati due giorni dall’invio del messaggio e lui non ha ancora risposto, ma dopo la mia prima serata a luci rosse con Luca, ciò che avrebbe dovuto allarmarmi, ora non ha più importanza.
E non so dire se il merito sia del bowling, del mio cappotto nuovo o delle mie costole che sembrano guarite all’improvviso, ma sono convinta che il sesso nel nostro rapporto sia un po’ come quella fantomatica ciliegina sulla torta di cui parlano tutti — e la mia è decisamente sotto spirito. Mi sembra di vivere una nuova vita, le mie sventure fanno parte del passato e anche questa storia dell’addio al nubilato, se gestita con astuzia, sono certa che avrà risvolti positivi… sempre che Jerôme mi risponda. A ogni modo, non conoscere l’identità di colui che Britney crede dovrà essere l’ospite d’onore, era un lusso che non potevo concedermi, mi avrebbe messo in una posizione di svantaggio e in questa fase niente deve essere lasciato al caso. Mi sono documentata e ora so tutto di questo Karl Lagerfeld.

Dopo la morte di Coco, il 10 gennaio del 1971, la guida dell’azienda passa ad altri tre stilisti francesi dal nome impronunciabile, ma è Karl Lagerfeld, che diventa direttore creativo nel 1983, a essere considerato il vero successore di Coco Chanel. Seppure non abbia mai frequentato una vera scuola di moda, è stato il solo ad avere avuto la capacità di interpretare il suo stile senza snaturarlo, conferendogli addirittura un tocco contemporaneo. È un ritardatario cronico: è nato tre settimane dopo la data presunta ed è convinto di non averle mai recuperate. Ma la cosa più strana è che nessuno sappia con precisione il suo vero anno di nascita: c’è chi dice il 1933, ma lui sostiene di essere venuto al mondo nel 1935; sulla data e sul luogo, invece, sono tutti d’accordo: 10 settembre, Amburgo, Germania. Nel 1953, si trasferisce a Parigi con la madre e due anni più tardi, vince un concorso per un cappotto — pensa la coincidenza — con cui si aggiudica un posto da Pierre Balmain. Poi ne vince un secondo per un premio di vestiti sponsorizzato da Yves Saint Laurent — altra coincidenza? — e tre anni dopo viene assunto da un altro stilista importante: Jean Patou, ma dice di annoiarsi, quindi si licenzia. Decide di riprendere gli studi, ma anche questi non lo soddisfano e trascorre due anni sulle spiagge a ‘studiare la vita’, che pare essere più stimolante. Chi lo avrebbe biasimato? È in questo periodo che si consulta con Madame Zereakian, la veggente armena di Christian Dior, la quale gli rivela che avrà successo nel campo della moda e dei profumi: la sua profezia è destinata ad avverarsi. Attualmente Karl, oltre ad avere un marchio che porta il suo nome, oltre a essere il direttore creativo di Chanel, lo è anche di Fendi, e ha una gatta che si chiama Choupette con un profilo Instagram più seguito del mio. Ho letto da qualche parte — ed è per questo che mi è diventato simpatico — che anche lui, come me, ha avuto problemi di linea — e i suoi sono stati anche più seri dei miei — ha perso quarantadue chili in tredici mesi, e ama essere circondato da donne non necessariamente perfette, da cui trae ispirazione. La moda deve poter vestire tutti e a ispirarlo devono essere i modi di essere, lo spirito, l’approccio alla vita. E quando qualcuno gli ha chiesto cosa può fare una donna per essere chic, lui ha risposto che chi pone una domanda come quella ha poche speranze di diventarlo: ci sono contadine che vivono in campagna, che vanno ben oltre essere chic nei loro poveri stracci, mentre ci sono donne ricche con abiti costosi che non lo sono affatto. E ha aggiunto che chi crede che un capo di abbigliamento sia indispensabile, non ha capito che non esiste una regola: dipende dalla persona, dalle fattezze. Non è certo un abito da cocktail a fare la differenza, ma pochi pezzi basici, come una camicia, una t-shirt, un jeans, una giacca, messi insieme con classe. Se questo da una parte mi rattrista, visto che mi ero appena abituata al piacere dello shopping, l’altra rincuora le mie finanze. E mentre rifletto sulle informazioni utili che il mio cervello ha assorbito grazie a Britney, Cassandra rientra a casa per il pranzo.
“Ciao.” dico sorpresa, “Non mi ero accorta dell’ora…”
“Com’è andata ieri sera?” mi chiede.
Le orecchie si scaldano, le guance avvampano e gli occhi, intimiditi dalla domanda, si abbassano.
“Mel… devi dirmi niente?”
“No…”
“Sai che gli ormoni delle donne in gravidanza aumentano la sensibilità?”
Devo aver letto anche questo da qualche parte.
“Davvero? Non lo sapevo…”
“Stai mentendo, lo so.”
Mi volto verso Max che ci guarda scodinzolando, lo accarezzo, sperando che l’attenzione si sposti su di lui, ma non funziona.
“Vieni, preparo un po’ di pasta, raccontami…” dice spostandosi in cucina.
La seguo, quasi non avessi altra scelta: il pensiero di dare una versione dettagliata dei particolari piccanti della mia serata mi imbarazza, ma allo stesso tempo, raccontare la mia esperienza mi consentirebbe di rivivere ogni singola emozione, e riflettendoci, perché dovrei privarmi di questo piacere?
“Sei pronta?” chiedo sedendomi su uno degli sgabelli che circonda la penisola.
Cassandra annuisce in modo repentino, apre un pacchetto di cracker e non mi toglie gli occhi di dosso.
“Jeans, tacchi e camicia…” mormoro.
“La collana che ti ho prestato?”
“Ho dimenticato di metterla.” confesso.
Leggo il rammarico nel suo viso: mi aveva detto che era un portafortuna, ma smetterà di dispiacersi quando le dirò che non ne ho avuto bisogno.
“E il cappotto? Quello lo avevi, vero?”
Non c’è stato il tempo.
“Ha suonato il campanello, ho aperto la porta per farlo entrare un momento, ma le luci erano spente, mi ha chiesto dove fossi tu e appena gli ho detto che avresti passato la notte fuori, ha chiuso la porta alle sue spalle e…”
“Non siete usciti?”
“No…” dico un po’ impacciata. “Ma inizia a baciarmi…”
“E Max?”
“Puoi smettere di interrompere? Stai rendendo tutto più difficile…”
“Oh! Scusa.” dice infilandosi in bocca un cracker.
“E comunque abbiamo preferito chiuderlo in cucina… è un cucciolo, non volevo che assistesse a certe scene…” preciso imbarazzata.
“Giusto! Dicevi: inizia a baciarti…”
Mi sento avvampare, ora viene la parte più delicata ed è passato così tanto tempo dall’ultima volta che ho quasi paura di ciò che la mia bocca possa riferire. Faccio un respiro profondo e riprendo da dove sono stata interrotta:
“Tiene le sue labbra sulle mie, mi bacia con foga mentre le sue mani mi accarezzano il viso, poi scivolano più in basso per sbottonarmi la camicia…”
Ripenso alle sue dita che accarezzano il pizzo del reggiseno, che si spostano sulle spalline che si abbassano lungo le braccia: ho un fremito.
Anche Cassandra sembra eccitata, lo vedo dalla foga con cui sta mangiando.
“I miei piedi abbandonano le décolleté sul tappeto, non si curano della differenza di centimetri di cui potranno risentire le nostre labbra, le mie mani si spostano sulla sua lampo, le sue fanno lo stesso… e un attimo dopo, ci ritroviamo nudi sul divano…”
“Il mio divano?” chiede sconcertata.
“Il nostro divano… mio e di Max.” puntualizzo “credo che sia stato il senso del pudore a convincermi che fosse più adatta la camera da letto…”
“E poi?”
“L’acqua sta bollendo…” dico indicando la pentola, dal cui coperchio sta uscendo una nuvola di vapore.
“Anche io se è per questo…” ribatte.
Si avvicina ai fornelli e apre la credenza:
“Fusilli o spaghetti?”
“Fusilli.”
Cassandra apre la scatola, lascia cadere in acqua una modesta quantità, aggiunge il sale, imposta il timer per la cottura e torna da me con l’ardore di chi è stato interrotto sul più bello.
“E in camera?”
“Un sesso grandioso.” dico sorridente.
“Tutto qui?”
“Non vorrai davvero che ti racconti tutto?”
“No… ma almeno dimmi com’è fisicamente…”
“Addominali scolpiti, braccia muscolose, glutei interessanti: prestante, dotato.” concludo con un accento di disinvoltura.
Cassandra resta bocca aperta. Preferisco classificare la sua espressione come quella di chi ha esaurito ogni tipo di curiosità, ma sappiamo tutte e due che non è così. E mentre inizio ad apparecchiare la tavola, cercando di spostare l’attenzione sull’altro piatto caldo che sta per essere servito, il mio telefono squilla. Raggiungo la mia borsa, recupero il telefono e vedo una chiamata di Enrico. Metto il telefono in vivavoce, Cassandra sarà felice di sentirlo.
“Pronto?” mi affretto a rispondere.
“Ciao Melissa, come stai? Ti disturbo?”
“Assolutamente. Tutto bene e tu?”
“Bene, ti ho chiamato per avere notizie di Max… lui come sta?”
Cassandra rimane in silenzio, ma ha rizzato le antenne e ha gli occhi a cuore.
“Credo non sia mai stato meglio, grazie del pensiero…”
“Mi fa piacere… senti, ti ho chiamato perché resto a Modena per qualche giorno e domani ho organizzato una vendita di campionario dei miei abiti da cocktail. Di solito è riservata alle mie clienti affezionate, ma ho pensato che ti facesse piacere… l’invito è esteso anche alla tua amica ovviamente.”
“Digli di sì, digli di sì.” bisbiglia Cassandra.
Ripenso a ciò che ho letto su Karl Lagerfeld a proposito degli abiti di cocktail, ma se la privassi di questa occasione, non me lo perdonerebbe mai. Sto per accettare ufficialmente, quando Cassandra si impossessa del telefono che ho tra le mani:
“Ciao Enrico, sono Cassandra, l’amica di Melissa, ti ringrazio per l’invito, ma domani ho un impegno già preso che non posso disdire. Non è che potresti anticipare a stasera?”
Lo dice tutto d’un fiato, con un tono così incalzante che è impossibile non assecondare.
“Be’, se è così, a che potresti?”
Resto basita dalla sua richiesta, come le viene in mente?
“Finisco il turno alle sette…”
“Allora vi aspetto per le sette e trenta, okay?”
“Ci saremo, grazie per la disponibilità.”
Riattacca senza lasciarmi il tempo di salutare.
“Anche questa audacia è da imputare ai tuoi ormoni impazziti?” chiedo in tono provocatorio.
“Non credo: una vendita speciale di campionario a prezzi scontati è qualcosa che gli ormoni non possono capire, tantomeno il mio calcolato aumento di peso, ma siccome tornerò ad essere quello che ero una volta, perché non approfittarne?”
“E quale impegno avresti domani?”
“Un pranzo di famiglia per scegliere il menù del matrimonio, non potevo dare buca a mia suocera.”

Passo a prenderla alle sette in punto. Cassandra esce dal negozio con l’euforia di un bambino che sta per essere accompagnato al Luna Park: mi sembra quasi di vederla saltellare mentre raggiunge la mia auto. Sale, chiude la portiera e mi racconta la sua giornata.
“Oggi ho servito quella scrittrice di cui ti avevo parlato, ricordi?”
Non si accende nessuna lampadina, la mia espressione dubbiosa la incoraggia a fornire altre informazioni.
“Quella che ha scritto un libro sulle sue gravidanze…”
Ancora niente.
“Ha dedicato un intero capitolo riguardo ai nomi che si assegnano ai bambini…”
Ora ricordo: ricordo di averlo rimosso.
“E tu vorresti che chiamassi mia figlia Nadine?” chiede sarcastica.
Il mio inconscio deve ancora metabolizzare che prima o poi dovrò confessare a Jerôme che la mia migliore amica non aspetta un maschio, ma una femmina. Meglio non pensarci.
“Ah già… è com’è simpatica?”
“È un vero spasso, la adoro.”
Io la detesto: poteva farsi gli affari suoi, invece di metterle in testa certe idee. Se non avesse scritto quel libro, ora Cassandra avrebbe accettato di buon grado il nome che le ho suggerito e io avrei un problema in meno da risolvere. Ma prima che continui a tessere le lodi di questa sconosciuta che mi ha rotto le uova nel paniere, arriviamo a destinazione.
“Eccoci qui.” dico spegnendo l’auto davanti al grande edificio con la facciata in vetro.
Scendiamo, raggiungiamo il cancello, sto per suonare il campanello, quando sento dei passi provenire dalla strada. Mi volto e mi accorgo di un uomo che passeggia con un cane. Prendo la mano di Cassandra, mi abbasso e la costringo a fare lo stesso.
“Che c’è?” bisbiglia.
Siamo nascoste dietro la macchina e anche lei, come me, sta fissando quell’uomo che non sembra essersi accorto di noi.
“Tu avrai anche i tuoi ormoni, ma io ho il mio sesto senso: ti avevo detto che il dottore è responsabile della scomparsa di Max, ora mi crederai…” mormoro.
Cassandra non riesce a dire niente. Sento il suo respiro affannato, percepisco la paura di essere scoperta e dal suo sguardo atterrito, che non si scolla dal mostro che ha sempre cercato di difendere, capisco che ha cambiato idea e che ora la pensa come me.

 

VENTICINQUESIMO EPISODIO

Illustrazione: Valeria Terranova