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15 Feb

Ultimatum alla Terra — e non è il film con Keanu Reeves

Ultimatum alla Terra — e non è il film con Keanu Reeves
Ultimatum alla Terra — e non è il film con Keanu Reeves
 
C
erte cose non le scegli, certe cose o le hai o non le hai, e un cuore da paladino della giustizia te lo consegnano quando vieni al mondo, anche se non lo hai chiesto, anche se non sai cosa farci: ce l’hai e te lo tieni. Perché seppure possa sembrare un dono, in realtà ti fa rimpiangere di non essere nato codardo e menefreghista: ti cambia la vita.
Il cuore da paladino della giustizia resta in incubazione per qualche anno e inizia a manifestarsi quando hai la percezione delle cose, quando hai il dono della parola e quando hai la facoltà di capire da solo, cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Sei colto dal desiderio irrefrenabile — che è più un bisogno — di fare o dire qualcosa per cambiare il corso degli eventi. Senti la necessità di prendere una posizione, di difendere, di accusare, come se la tua sola missione fosse quella di far sparire i soprusi dalla faccia della Terra.
E io che di cuore da paladino della giustizia ne ho uno, più di una volta, mi sono trovata in situazioni scomode per difendere i miei ideali.
Per esempio, in prima superiore, la prof d’inglese assegna un compito di punizione a un mio compagno — secondo me ingiustamente — quindi mi alzo e le chiedo di non punirlo. Lei cosa fa? Dà il compito di punizione anche a me. E sempre in prima superiore, io e la mia migliore amica, al tempo rappresentanti di classe, veniamo mandate come ambasciatrici al consiglio per riferire — da parte di tutti — che la prof di tedesco ha un metodo d’insegnamento inefficace.
Lei cosa fa? Ci rimanda tutte e due a settembre. Ma la volta in cui ho dato il meglio di me, è stato quando il buon vecchio Fantini, in quinta superiore, assegna alla classe una lista di libri da leggere, io ne pesco uno a caso e quel libro cambia la mia esistenza per sempre — e non solo a me.
Titolo del libro: Guida al consumo critico.
Inizio a leggerlo, arrivo alla fine e giungo alla conclusione che qualsiasi cosa faccia, anche il respiro che mi tiene in vita in questo preciso istante, nuoce a qualcuno. E seppure il mio cuore da paladino della giustizia suggerirebbe di smettere di fare qualsiasi cosa, la razionalità mi dice che non è posso smettere di respirare e la sensibilità, per mediare, decide di concentrarsi solo su alcune di esse.
Leggo degli allevanti intensivi, di ciò che passano quei poveri animali prima di morire per arrivare sulle nostre tavole. Leggo dei produttori di banane più importanti che costringono i lavoratori a iscriversi a sindacati padronali che non tutelano i loro diritti e leggo anche che Coca Cola aderisce a B.I.B.R.A, un’associazione che, per conto terzi, conduce esperimenti sugli animali.
La mia famiglia deve sapere queste cose, tutti devono sapere queste cose: inizio la mia piccola crociata.
È una domenica pomeriggio quando entro nella camera dei miei genitori che stanno sonnecchiando, per dire loro che l’Enrica di un tempo è morta: non esiste più.
Mio padre sistema il cuscino dietro la nuca, abbassa il volume della tv e mi chiede: “Ti sei fatta una canna?”
“Spiritoso… Ho letto un libro.” dico fieramente mostrandolo. “Ed è giusto che anche voi sappiate come gira il mondo.”
Mia madre accende la luce.
“Da oggi, farò a meno di carne, pesce, banane famose e Coca Cola.”
“Banane famose?” chiede lei stranita.
“Del Monte e Chiquita.”
“Ah.”
“E poi mamma…” aggiungo con rimprovero. “La raccolta differenziata! Dobbiamo smettere di produrre plastica, a cominciare dall’acqua: compriamo le bottiglie in vetro. E poi, dobbiamo assolutamente riciclarlo, insieme alla carta e all’alluminio.”
Entrambi sono d’accordo: salvare il pianeta è una causa nobile, ma come supponevo, dopo averci ragionato un po’, i miei manifestano le loro perplessità riguardo alla scelta di diventare vegetariana.
Niente e nessuno mi farà cambiare idea, sono certa della mia decisione e se a casa mi hanno ascoltato, mi ascolteranno anche a scuola.
E come si dice? L’unione fa la forza, lo sanno tutti, devo farmi degli amici nell’ambiente che mi aiutino a diffondere il messaggio. Prendo contatti con la Lega Anti Vivisezione, mi risponde una ragazza molto gentile che accoglie con entusiasmo la mia proposta di organizzare un incontro a scuola con i ragazzi. Lei e altre volontarie ci forniranno del materiale informativo, ci mostreranno dei video e risponderanno alle possibili domande. Sono felice ed eccitata: finalmente sto facendo qualcosa di concreto per la collettività, i posteri mi ringrazieranno e presto mi adopererò per salvare l’Amazzonia. La mia vita ora sì che ha un senso. Ed è con questo stesso entusiasmo che il giorno seguente mi presento dalla preside e le chiedo di preparare una circolare per informare tutte le classi che, venerdì dodici febbraio alle 17 in aula magna, ci sarà una conferenza contro la vivisezione presieduta da tre rappresentanti della LAV.
“Ma tu a chi lo hai chiesto di organizzare questa conferenza?”
La domanda è pertinente.
“Alle ragazze della LAV.”
Sembra essersi offesa.
“Se il pomeriggio la palestra della scuola resta aperta, può rimanere aperta anche l’aula magna. In fondo, Le chiedo solo di trasformare un momento non scolastico in un momento formativo.”
Quei sette anni alle superiori mi avevano insegnato come raggirare i cavilli burocratici. E anche se ammetto che avrei dovuto chiederle prima il permesso, sono certa che mi aiuterà: la vivisezione è un tema troppo sensibile. Devo chiarirlo.
“A Lei non importa che dei poveri animaletti indifesi — geneticamente diversi dall’uomo — vengano maltrattati, torturati e uccisi ingiustamente?” chiedo in tono lacrimevole.
Lei cosa fa? Siccome ho organizzato tutto senza la sua autorizzazione, mi punisce trasformandomi in una circolare umana per diffondere il mio verbo.
Ecco, quando all’inizio ho detto: ‘se a casa mi hanno ascoltato, mi ascolteranno anche a scuola’, non intendevo proprio alla lettera. Va bene il desiderio di diffondere il mio verbo, ma di farlo a voce, classe per classe, è impegnativo.
Ma se il destino vuole che diffonda verbalmente questo verbo, che sia.
Chiedo al prof di matematica, Tino Abbate, di aiutarmi e lui che appoggia la causa, mi concede due delle sue ore — per la mia crociata. La Secca mi accompagna e alla fine del giro, abbiamo già raccolto qualche adesione. Fantastico.
Un po’ meno fantastico è stato vedere i filmati che le ragazze della LAV ci hanno mostrato il giorno della conferenza.
Anche io che credevo di essere preparata, di fronte a certi immagini di vile cattiveria, ho dovuto coprirmi gli occhi per non guardare. Il proiettore rimane acceso, qualcuno si sforza di continuare la visione, qualche altro preferisce uscire. Comprendo quelle reazioni, ne percepisco la sofferenza, ma so che ciò che hanno visto e sentito qui, oggi, ha segnato il loro animo. Dopo qualche giorno dalla conferenza, il 20% delle ragazze della scuola smette di mangiare la carne.
Ai miei tempi, ero l’embrione di Greta Thunberg. Una piccola donna con una voglia sincera — mischiata a convinzione — di poter salvare il mondo: quella era io, ventisei anni fa.
Poi, con il tempo, il mio fervore si è spento: ho ripreso a bere la Coca Cola, a mangiare le banane famose, e a ricomprare l’acqua nelle bottiglie di plastica. Continuo però la mia campagna per spronare le persone a riciclare, a risparmiare acqua ed energia, continuo a non mangiare carne e pesce, ma di fatto, quel cuore da paladino della giustizia, capace di salvare il pianeta, solo in pochi lo possiedono fino in fondo. O non avremmo il mondo che abbiamo.
A un certo punto credo di aver fatto una scelta, non potendo cambiare il mondo part-time, ho preferito avere una famiglia.
E seppure non me ne sia mai pentita, sono grata a quelle persone che dedicano la loro esistenza a difendere il nostro pianeta e quello dei nostri figli, anche se spesso lo dimentichiamo.
Le mie bimbe e Giaco mangiano la carne e il pesce, non ho mai imposto loro le mie scelte, viviamo nel mood: ‘vivi e lascia vivere.’ Ma quando qualcuno mi chiede: ‘qual è la cosa che ti manca di più?’ rispondo sempre e sempre risponderò: le lasagne fredde di mia madre, quelle che mangiavo alle tre del pomeriggio perché la sera prima ero rientrata tardi, sul divano, con il plaid, quando ancora non sapevo della vivisezione e degli allevamenti intensivi.
Illustrazione: Valeria Terranova