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22 Mar

Pane, amore e fantasia…e non è il film con Gina Lollobrigida

storie di ordinaria follia

storie di ordinaria follia

 

 

I

l cibo per noi italiani è molto più di una semplice passione. Il cibo per noi è ancestrale, noi siamo nati con il DNA impostato sul cibo, perché significa amore, famiglia, amici, casa.
Sappiamo perfettamente che dobbiamo riempire una valigia di coraggio quando viaggiamo, perché non troveremo niente di tutto quello che abbiamo in un altro paese. Per non parlare del caffè, sulo a Napule ‘osanno fa’. Anche una semplice pasta al pomodoro mangiata altrove, non avrà mai lo stesso sapore come quella cucinata a casa propria. È come se fossimo nati con un marchio di fabbrica indelebile, in grado di farci riconoscere in qualsiasi parte del mondo.
Quando dal mio accento inconfondibile la gente capisce che sono siciliana, le parole che sento dire più spesso sono: cannoli, granita e brioche con il gelato’. E sì, perché noi italiani parliamo sempre di cibo senza rendercene conto. La nostra vita ruota intorno al cibo.
La mattina, mentre io e Furio prendiamo il caffè, una delle prime domande che gli rivolgo è: “cosa mangiamo a pranzo? E stasera cosa prepariamo?” Sembrano domande dettate dalle circostanze, ma è assolutamente indispensabile decidere il menu della giornata: è una priorità per affrontarla nel modo migliore.
Furio è un cuoco abilissimo e le nostre dispute su come fare una parmigiana perfetta sono leggendarie. E la partita si fa ancora più difficile se a confrontarsi sono una siciliana e un ischitano D.O.C.
Chi come noi, ha lasciato il profondo sud per trasferirsi altrove, può sempre contare sul ‘pacco’ che ti spediscono i parenti: quello con i sapori di casa e Furio aspetta il suo come la finale di Champions League.
Poi succede che la tua vita cambia, che ti metti a frequentare una palestra in cui cominci a fare gruppo, e la tua compagna di corso, che è una nutrizionista, ti suggerisce di eliminare i carboidrati complessi: pane, pasta e pizza e tu vorresti fingere di non aver sentito. Come potevo sopravvivere senza il mio piatto di pasta al giorno? E come accettare l’idea di passare un solo weekend senza la mia pizza Margherita? Non so come, ma l’ho fatto. Ci sono riuscita, per due settimane a fatto a meno di loro. Ma il vero miracolo credo sia arrivato un mese più in là, dopo che gli allenamenti avevano iniziato a dare i loro frutti. Mi sono guardata allo specchio e ho visto una persona nuova. Diversa. Felice.

Le cose si trasformano senza che tu te ne accorga, ma siamo noi gli
artefici di quel cambiamento. Tutti mi chiedono se sia stata dura, ma sono sincera quando dico che non ho sofferto. Prima il cibo era un rifugio, una routine, un mezzo per sentirmi appagata, ora invece, che ho imparato a mangiare e ad amare veramente il cibo, so che è la giusta dose quotidiana di amore per noi stessi. E ho capito il senso della frase ‘noi siamo quello che mangiamo’.  Ma lo siamo nel momento in cui impariamo ad amarci. Solo allora il cibo avrà tutto un altro sapore.

 

Illustrazione: Valeria Terranova