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15 Mar

Le ali della libertà…e non è il film con Tim Robbins

storie di ordinaria follia
H
o diciotto anni quando mi viene la brillante idea di diventare la sindacalista di me stessa, di criticare la paghetta dei miei e di chiedere loro un aumento.
“I più grandi doni che puoi dare ai tuoi figli sono le radici della responsabilità e le ali dell’indipendenza.”
Mio padre semplifica il pensiero con parole sue: “Enrica, se quello che ti diamo io e la mamma non ti basta, cercati un lavoro.”
“Ma io studio.” ribatto prontamente.
E quella che dovrebbe essere una degna giustificazione per esonerarmi da ogni tipo di fatica, mi si ritorce contro con gli interessi. Mio padre attacca:
“Io lavoro quindici ore al giorno, la mamma otto e le altre sette le fa a casa pulendo, cucinando, lavando e stirando. E tu? Datti da fare!”
Se penso che tra vent’anni gli darò ragione, mi viene la pelle d’oca.
E va bene, ti farò vedere di cosa sono capace.
Anche la mia amica Alessandra è in cerca di un lavoro, e visto che sono per la libera concorrenza, le chiedo di andare insieme.
La mia città è piena di negozi e io sono pronta a imparare qualsiasi cosa pur di diventare indipendente. Non si tratta solo di trovare un lavoro, ma di dimostrare alla mia famiglia che posso cavarmela da sola. Voglio la libertà: un po’ come William Wallace.
Negozi di abbigliamento, di articoli sportivi, di elettrodomestici, di calzature, di generali alimentari, profumerie. Io e Alessandra li facciamo tutti. Ci presentiamo in modo cordiale, ci rendiamo disponibili per tutti i weekend, riusciamo anche a mentire discretamente quando dichiariamo di avere esperienza, ma nessuno è interessato.
Resta solo un negozio, l’ultimo del viale: il Bar delle vergini, la pasticceria più famosa della città. Specialità: cannoli alla crema, Dolce Amore, torta di riso.
Alessandra entra per prima, io sono dietro di lei, un signore dal viso simpatico con un paio di baffi e un elegante papillon viene verso di noi.
“Buonasera, ditemi.”
“Io cerco un lavoro.” dice Alessandra.
La guardo basita: ma non eravamo in due a cercarlo? Mi ammutolisco e la lascio parlare.
“Ha bisogno di una barista nel weekend?”
Una? E io?
“Stiamo cercando qualcuno che possa aiutarci il venerdì e il sabato mattina. Ma apriamo molto presto, alle quattro, saresti disponibile?”
“Sì certo.”
La mia espressione stranita vorrebbe ricordarle che il venerdì e il sabato andiamo a scuola, ma lei non sembra tenerne conto.
“E tutta la domenica?”
“Senza problemi.” risponde prontamente.
Il signore la guarda soddisfatto.
Non credo di avere nessuna possibilità, forse dovrei rassegnarmi e farmi consolare da quel bignè alla nocciola con la glassa bianca che mi sta chiamando dalla vetrina. L’acquolina mi fa andare in apnea, deglutisco e decido di reagire, di fare la mia mossa.
“Anche io cerco un lavoro.” dico avvicinandomi ad Alessandra.
Allungo il braccio destro sul banco, faccio un passo avanti con il piede sinistro e tengo il destro in tensione per rendere la mia posa più armonica: mi sto giocando tutto.
“Mi chiamo Enrica e ho fatto la barista per tutta l’estate. Faccio i cappuccini più buoni del mondo, ma ho un fidanzato.”
“E quindi?” mi chiede il signore.
“Quindi, siccome vado a scuola, non posso venire alle quattro di mattina, ma potrei dalle sette, e qualche — ho detto qualche — sabato pomeriggio. Potrei anche la domenica mattina, ma non il pomeriggio, dovrò pur vedere Giaco ogni tanto…”
“Chi?”
“Giaco: il mio fidanzato.” rispondo sorridendo.
“Ho capito.” conclude. “Datemi i vostri numeri di telefono, ne parlo con il mio socio e vi faccio sapere.”
Lo ringraziamo e usciamo.
“Potevamo presentarci insieme.” dico con una punta di risentimento.
“Be’, visti i precedenti, credo sia stato meglio presentarsi singolarmente, no?”
Non posso darle torto, mi sfugge solo secondo quale criterio abbia deciso che la precedenza toccava a lei.
“E poi potevi venderti meglio.” aggiunge. “Con la presentazione che hai fatto, non ti chiamerebbe comunque, non è colpa mia.”
È stata chiara, forse ho fallito, ma continuo a credere che su questa terra, ci sia ancora qualcuno capace di apprezzare la spontaneità.
Due giorno dopo, suona il telefono. Rispondo io.
“Pronto.”
“Enrica?”
“Sì…”
“Sono Giulio del Bar delle vergini, ti ho chiamato per chiederti se ti va di cominciare sabato.”
Si è sbagliato. Ha confuso i nomi o ha invertito i numeri di telefono. Ma io ho bisogno di questo lavoro e non mi sembra il momento di chiedere spiegazioni.
“Volentieri. A che ora si comincia?”
“Alle otto.”
Riattacco il telefono e nonostante sia felice di aver ottenuto quel lavoro, dirlo ad Alessandra non sarà facile. Lei ha fatto un colloquio perfetto e io sono stata un disastro: è matematico che si sia sbagliato.
Incontro Alessandra dopo un paio d’ore, nel solito bar in cui ci vediamo sempre.
Cerco di andare dritto al sodo senza esitare: “mi ha chiamato la pasticceria.”
“Quindi?”
“Mi hanno presa.” dico esaltandomi solo a metà.
“Ti hanno presa?”
La sua espressione stupita e sorridente ci ripensa: realizza che la sua amica è stata scelta al suo posto e si irrigidisce sforzandosi di mostrare almeno un briciolo di gioia, ma non ci riesce.
“È impossibile!”
“Cosa?”
“Enri lo sai anche tu: si è sbagliato.”
E se invece ci fosse ancora qualcuno che apprezza la spontaneità? Cosa ne sa?
“E invece no!” ribatto.
“Sei stata un disastro, non può aver scelto te. Deve aver confuso i nomi o invertito i numeri di telefono.”
“Come puoi dire una cosa del genere?”
chiedo cercando di ignorare di aver pensato la stessa cosa due ore prima.
“Allora chiediglielo!”
“Glielo chiederò. Alla prima occasione, glielo chiederò.”
Due anni dopo, lavoro ancora in quella pasticceria, Alessandra si è messa il cuore in pace, ma io non ho ancora trovato il coraggio di chiedere a Giulio se mi abbia scelto per errore. È sabato pomeriggio e sono quasi le otto, stiamo per chiudere. Siamo soli e decido che è giunto il momento di fare luce sulla verità.
“Giulio…”
“Sì…”
“Si ricorda quando io e la mia amica siamo venute a chiederle un lavoro e poi lei ha chiamato me?”
“Sì che mi ricordo.”
“Ecco… era sicuro di volere proprio me?”
“Certo. Perché?”
“Perché mi ero venduta malissimo, la mia amica invece era stata perfetta.”
“È vero, ma avevo capito subito che eri quella più sveglia.” dice abbassando la serranda a metà. “E ora forza, chiudiamo e andiamo a casa.” conclude.
Sorrido e mi rimetto a pulire.
Ho lavorato con lui per dieci anni, mi ha insegnato un mestiere ed è una delle persone che amo di più. Non è solo il signore dal viso simpatico con un paio di baffi e un papillon elegante, è un’istituzione della mia città, è l’uomo che mi ha regalato l’indipendenza.
Illustrazione: Valeria Terranova