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29 Mag

Goal!…e non è il film di Danny Cannon

enrica alessi storie di ordinaria follia

enrica alessi storie di ordinaria follia

 

 

 

 

 

S

ul vocabolario, alla voce ‘vacanza’, leggo: sospensione di un’attività di lavoro o di studio, spesso in corrispondenza di particolari ricorrenze o festività. E quando ne prenoto una con la mia famiglia, inizio a pensare a tutti i momenti felici che ci attendono, ai ricordi che rimarranno nel nostro cuore — ignorando la certezza matematica che qualcosa andrà storto di sicuro.

Marzo 2016, è Pasqua, decidiamo di andare a Monte Carlo. Boy viene con noi.
Nell’albergo in cui soggiorneremo, accettano i cani, la famiglia va in vacanza al completo.
Arriviamo. Raggiungiamo la reception, seguiti da un carrello pieno di bagagli, Boy abbaia di gioia e tutti, nella hall, si voltano a guardarci. Lo accarezzo cercando di calmarlo, ma nel frattempo, Emma mi strattona la felpa: manifesta chiaramente il bisogno di attenzioni. Mi chino verso di lei, bisbiglia: “Mamma, guarda: c’è Totti.”
Per favore. Non ora.
Torno in posizione eretta, scrollo le spalle per fingermi disinvolta e pronta all’evenienza. Mi volto ed è solo un volgarissimo sosia.
Boy non smette di abbaiare, devo fare il check-in e portarlo nella sua stanza.
Giaco tiene Carola per mano, sta parlando con uno dei receptionist a cui mostra i documenti, ma quando il signore nota il cane, si acciglia. Giaco mi guarda e sembra infastidito.
“Che succede?” gli chiedo avvicinandomi.
“Dicono che il cane è di media taglia e la prenotazione è stata fatta per uno di piccola: la sola che accettano, ne sai niente?”
“Sì, sono stata io.” dico fiera e impavida.
“Mi hanno chiesto se superasse gli otto chili, ho detto di no.”
“Enri, ne pesa ventitré…” sussurra.
“Lo so, volevo metterlo a dieta, poi, tra una cosa e l’altra, mi sono dimenticata.”
Giaco mi guarda con un’espressione traducibile in ‘sei scema?’
Sapevo che sarebbe successo, ma ho un piano, un piano infallibile che ho studiato nel dettaglio prima di partire.
Ora spiegherò a questo signore che l’educazione di un cane non è certo una questione di taglia. In nome di quale principio canino, il chihuahua è più affidabile dell’alano? Anche i cani, dunque, sono vittime di discriminazione? Non posso accettarlo.
Sto per prendere in mano la situazione, quando Carola, che è accanto al papà, mi chiama e sembra muoia dalla voglia di dirmi una cosa.
“Dimmi amore.” chiedo chinandomi.
“Mamma, c’è Totti…” bisbiglia.
Ora ci si mette pure lei.
“No tesoro, è solo un ragazzo che gli assomiglia.”
Mi concentro sulla missione. Inizio a supplicare il receptionist con un francese che prende spunto dal mio dialetto, ma il signore non capisce. Sarà un problema di pronuncia, il senso c’era.
Mi manda il collega, che parla italiano, e traduce il mio messaggio.
“La prego, mi ascolti: non badi alle apparenze, non è mio marito il più affidabile della famiglia, ma il cane, mi creda. L’ho educato io e posso garantire per lui. Mi assumo ogni responsabilità in caso di danni — che naturalmente non saranno provocati, visto che è bravissimo.”
Sbatto anche un po’ le palpebre, il receptionist si commuove e mi fa parlare con il direttore, che riesco a convincere.
Una signorina dallo chignon perfetto ci fa strada verso gli ascensori, sorride a Boy, quasi a volersi compiacere della nostra vittoria familiare, e chiama il primo sulla sinistra. Le porte si aprono, ci invita a entrare. Arriviamo al piano, ci incamminiamo lungo il corridoio per raggiungere la stanza e le bimbe ne approfittano per informare papà di aver visto Totti.
“Chi? Er pupone?” chiede lui eccitato.
La signorina ci guarda con un sorriso complice. Non parla italiano, ma ha capito a chi ci stiamo riferendo.
Dopo la consegna dei bagagli e aver sistemato il loro contenuto negli armadi, decidiamo di fare riposare Boy e di andare nella piscina coperta dell’albergo.
L’acqua è riscaldata. Sguazziamo per un po’, quando mi accorgo che in fondo, sulla destra, c’è una postazione circolare con idromassaggio che si è appena liberata. Suggerisco alla truppa di raggiungerla a nuoto. Ognuno ci arriva a modo suo, ma proprio mentre stiamo per occupare le sedute in mosaico celeste, vedo Ilary uscire dalla vasca.
Quindi, quello che ho visto nella hall era il Pupone? Forse dovrei scusarmi con le bimbe, e forse, dove ora si stanno adagiando le mie chiappe, prima giacevano quelle di Iilary.
La stessa Ilary che è diventata mamma da una settimana. Ed è già in splendida forma, penso mentre la osservo nel tragitto che la conduce al suo lettino. Avrei voglia di rincorrerla per farle i complimenti, ma poi mi prenderebbe per una psicopatica.
Anche Giaco si è accorto di lei — dopotutto è umano — ma sembra più emozionato per l’effettiva presenza di Francesco. Lo guardo e capisco subito a cosa sta pensando.
“Promettimi che non correrai da lui a presentarti… per favore, è con la sua famiglia, lasciamolo in pace.”
“Enri, vado a stringergli la mano, non sto organizzando un sequestro.” ribatte divertito.
“Per favore, te lo chiedo perfavore.”
La mia richiesta sembra più una minaccia. Ma prima che il mio volto contrariato possa lasciare intendere le terribili e possibili conseguenze provocate dalla sua mancanza di collaborazione, le bimbe ci chiamano e dicono all’unisono: “Guardate c’è Totti.”

La mattina seguente ci svegliamo intorno alle nove. Carola mi chiede se Totti sarà ancora nella SPA. Emma interviene: conferma e aggiunge che potrebbe aver dormito lì.
“Mamma, mi sta prendendo in giro, vero?”
“Carrie, ascolta, anche se dovessimo incontrare Totti a colazione — Emma sto parlando anche con te — non c’è bisogno di indicarlo e di dirci che lo vedete, lo vediamo anche da soli, giusto amore?” concludo voltandomi verso Giaco che è in piedi alle mie spalle.
“Dicevi?”

Arriviamo sulla terrazza in cui viene servita la colazione. Prendiamo posto al tavolo, un cameriere ci raggiunge e ci chiede cosa vogliamo di caldo.
Emma ordina il suo cappuccino, Giaco i nostri caffè, Carola diventa improvvisamente timida: mi avvicina a sé, sussurrandomi qualcosa all’orecchio.
“Vuoi il latte macchiato Carrie?”
“No mamma, volevo dirti — a bassa voce — che laggiù c’è Totti.”
Niente da fare: i Totti ci perseguitano.
O siamo noi a perseguitare loro?
La domanda sembra scontata, eppure non lo è. Ma a darmi la conferma che è senza dubbio la seconda ipotesi quella più probabile, è Giaco, che si alza per andare dal Pupone a stringergli la mano.
Le bimbe lo seguono e io resto lì, al tavolo, pensando: Forza Roma.

 

Illustrazione: Valeria Terranova