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3 Mar

Mrs Doubtfire cercasi

l'amore ai tempi supplementari enrica alessi

l'amore ai tempi supplementari enrica alessi

 

 

 

 

S

ono le otto di lunedì mattina, quando io e Sofia saliamo in auto per andare a scuola.
Olivia viene con noi.
Tra i miei buoni propositi per il nuovo anno, c’è quello di arrivare puntuali e impeccabili a destinazione. Ammetto che la vera difficoltà riguarda più la prima parte dell’intento, ma stamattina non è stato facile scegliere una combinazione grintosa per affrontare il rientro, eppure, siamo in orario e indosso un outfit meraviglioso. A partire dal basso: un paio di Valentino Rockstud blu elettrico — che qualcuno potrebbe giudicare superate ma che io trovo comodissime — un jeans skinny, un dolcevita blu e un cappotto fucsia di Romeo Gigli comprato chissà dove, insieme a una maxi jumbo verde smeraldo, che Roberta mi ha ricordato di possedere in una nuance differente dalla sua. — Roberta Diva, di cognome e di fatto, ha scatenato la diva che è in me.
Mi accorgo solo ora, dopo aver concluso la prima parte di pensieri, che siamo in macchina da tre minuti e Sofia non ha ancora pronunciato una parola.
“Amore, tutto okay? Sembri triste.”
“Un po’ sono triste perché le vacanze sono finite, un po’ ho sonno e un po’ sono emozionata perché oggi rivedo Paolo.”
Ammetto che la piccola ha le idee chiare riguardo ai suoi sentimenti, ha riassunto alla perfezione anche il mio stato d’animo.
“Cosa gli dirai?” chiedo curiosa.
“Ciao.”
“Ciao e basta?”
“Certo mamma: vuoi che gli dica che ho pensato a lui? Che l’ho sognato? Che mi è mancato?”
In effetti, alla sua età non può permettersi di giocare a carte scoperte.
“Okay, magari puoi dirgli ciao e fargli un sorriso, chiedergli cosa gli ha portato Babbo Natale…”
“Mamma: io e Paolo non facciamo conversazione.” dice con rimprovero.
Dove ha imparato ‘non facciamo conversazione’? Il suo sguardo insoddisfatto mi fa capire che non siamo sulla stessa lunghezza d’onda.
“E allora aspetta che sia lui a venire da te: sono sicura che anche tu gli sarai mancata.”
“Lui è bellissimo, mamma: fa anche il portiere nella squadra di calcio.”
Vorrei suggerirle di non sposare un calciatore — visti i precedenti — ma sarebbe sconveniente, meglio fare leva su altro.
“E tu sei una bambina brillante e intraprendente che sa il fatto suo.”
Quella breve descrizione deve esserle rimasta impressa come il sorriso che noto sul suo volto: mi piace dire la cosa giusta.
Arriviamo dopo una decina di minuti, la macchina si ferma davanti alla scuola ed è solo in quel momento che Sofia smette di parlare di Paolo. La vedo guardare fuori dall’auto, sta aspettando che sia io a dire qualcosa per dare ufficialmente inizio al rientro scolastico.
“Sei pronta amore?” le chiedo.
I suoi occhi abbandonano il finestrino e cercano i miei nello specchietto retrovisore. Li trovano e mi sorride.
“Prontissima.”
Scendo dalla macchina, recupero il suo zaino e le apro la portiera.
Tenendola per mano, raggiungiamo l’ingresso della scuola. C’è ancora un po’ di neve per terra, Sofia porta degli stivaletti da pioggia, ma le mie Rockstud non ne hanno tenuto conto: sono un po’ infangate. Sistemo il collo gigante del cappotto per non strozzarmi con lo spallino imbottito dello zaino e dico addio a una ciocca di capelli che è rimasta impigliata a uno dei bottoni gioiello, durante la brusca manovra di anti soffocamento. Fingo che non sia successo nulla, e con un’andatura elegante e composta, arrivo davanti all’entrata.
Consegno lo zaino a Sofia, lei mi passa il guinzaglio con Olivia che scodinzola e le do un bacio augurandole buona fortuna.
Lei mi abbraccia, mi fa l’occhiolino e con lo zaino più grande di lei, si allontana.

Stiamo tornando alla macchina, quando mi pare di vedere Glenda sul lato opposto della strada. L’ultima volta che l’ho incontrata era a pezzi, lei e suo marito si stavano lasciando. Vorrei salutarla, chiederle come sta, ma ora che sta guardando nella mia direzione, si volta bruscamente e accelera il passo. Mi sta evitando?
“Glenda!” dico alzando la mano per attirare la sua attenzione.
Lei non può fare altro che fermarsi e con un’espressione che, vista la distanza, non saprei decifrare, attraverso la strada per appurarne la natura.
Ora che mi è di fronte, i suoi occhi mi sembrano parecchio ostili e mi chiedo perché. La memoria corre a ripescare l’ultimo episodio in cui ci siamo trovate faccia a faccia e non ricordo di aver detto o fatto qualcosa che possa aver urtato la sua sensibilità. Al contrario, mi pare di averle dato una serie di buoni consigli, eppure evita il mio sguardo.
È Olivia a strapparle un sorriso, le gironzola attorno, studia l’angolazione che possa consentirle di appoggiare le sue zampette bagnate su quel bellissimo impermeabile celeste, ma la tengo alla larga, non voglio che la sporchi.
“Glenda, ciao…” mormoro allontanando il guinzaglio il più possibile.
“Ciao Eva. Scusa, sono un po’ in ritardo, devo andare…”
Riprende a camminare, accelera il passo.
“Posso aiutarti?”
Ma lei non risponde, è sempre più lontana e io resto immobile per concederle il distacco che sta cercando di prendersi.
Non è mai stata così schiva con me. È certamente successo qualcosa, ma cosa?
Le mie perplessità si spostano verso il basso: sul piumino rosa Shocking di Olivia e sulle Rockstud blu elettrico sempre più infangate.
A Glenda penserò più tardi, ora c’è un’altra questione da risolvere, ma prima devo darmi una ripulita. In macchina ho tutto l’occorrente.
“Olivia, andiamo, anche tu hai bisogno di un check-up alle zampe!”

Le mie Rockstud hanno ripreso a splendere — anche se per poco. Sono arrivata a destinazione, sto per scendere dall’auto e in questa parte di Torino sembra sia caduta tantissima neve. A saperlo, avrei messo un paio di moonboot.
Cerco di individuare il tragitto da percorrere e saltello sulle parti del cortile in cui la neve si è sciolta e finalmente raggiungo il campanello.
Clinica odontoiatrica. Secondo piano.
Io e Olivia prendiamo le scale.
Alla porta mi accoglie Irene, l’assistente.
“Eva che bello vederti! Come stai?”
“Sto bene grazie, tu?”
“Appesantita dal Natale.”
“Non parliamone…” dico divertita mentre mi tolgo il cappotto.
“E lei? È una new entry?” chiede indicando il rarissimo esemplare di chihuahua biondo a pelo lungo che cammina al mio fianco.
“Sì. È Olivia. Papà mi ha detto che non avete visite stamattina, così l’ho portata con me.”
“Sei bellissima!” mormora accarezzandola. “Vuoi che la tenga io?” suggerisce con aria complice.
Irene è l’assistente storica di mio padre, lavora con lui da più di vent’anni, è il suo braccio destro. E visto il rapporto di amicizia che li lega, presumo che sia stata messa al corrente di ciò che sta accadendo: credo che voglia offrirmi il suo aiuto.
A questo punto della storia, ammetto che una bella chiacchierata con mio padre — senza alcun tipo di distrazione — mi sarebbe decisamente utile: accetto.
Lascio Olivia e Irene nella sala d’aspetto e mi dirigo verso l’ufficio di mio padre che è in fondo al corridoio.

Sono felice che ieri sera mi abbia chiamata per chiedermi di vederci, ma ora che sono davanti alla porta, sento l’ansia salire: perché non mi ha detto di aver ripreso i contatti con la mamma? Perché non ha voluto anticiparmi che sarebbe tornata?
Mi ha lasciato in balia degli eventi e il ruolo di mamma, che come al solito mette Sofia al primo posto, ha sacrificato quello di figlia, facendolo schizzare all’ultimo posto della hit parade della mia vita. Ma il chiarimento che merito è dietro quella porta, devo solo aprirla. Busso e trovo mio padre seduto alla scrivania.
“Ciao tesoro!” mormora alzandosi per raggiungermi.
Il suo abbraccio affettuoso mi fa presagire il tono che prenderà la conversazione, ma non posso nascondergli che ho sofferto per il suo silenzio. Sono sempre stata dalla sua parte — seppure non mi abbia mai chiesto di farlo — e credo di averlo dimostrato rimanendogli accanto, eppure ha preferito tenermi all’oscuro del loro riavvicinamento, mi serve una spiegazione.
L’abbraccio va a scemare una manciata di secondi più tardi, lo guardo negli occhi e vorrei che tutte le domande che mi passano per la testa potesse intuirle da solo, vorrei che fosse lui, in modo autonomo, a darmi la sua versione dei fatti per aiutarmi a capire.
Mio padre sembra cogliere la mia urgenza, mi accarezza il viso e mi chiede di sedermi.
“Come stai?”
“Sto bene, tu?”
“Bene, bene. Sofia?”
È carino che mi domandi di sua nipote, ma vorrei arrivare al sodo.
“Sofia sta bene, ieri ha conosciuto la nonna latitante, hanno fatto amicizia e ora che finalmente è riuscita a dare un volto alla casellina misteriosa del suo albero genealogico, le è tutto più chiaro.”
Non saprei dire se mio padre abbia colto il sarcasmo con cui ho infarinato quelle parole, ma l’espressione colpevole che leggo sul suo volto lascia dedurre che abbia capito il messaggio.
“Mi siedo.” dice riprendendo il suo posto. “So a cosa stai pensando…”
Davvero? E allora perché non chiarisce invece di tergiversare?
“Avresti dovuto dirmi del tuo viaggio a Los Angeles.” lo interrompo.
“È vero, avrei dovuto, ma è successo un paio di mesi fa, tu e Davide vi stavate separando e ho preferito non coinvolgerti. Non sapevo cosa sarebbe successo quando l’avrei rivista, sapevo soltanto che aveva bisogno del mio aiuto e che non potevo negarglielo.” dice accarezzandomi la mano che ho lasciato inerme sul tavolo.
Non credo di possedere una tale maturità di spirito: sarà per questo che continuo a non capire?
“Gli uomini non confessano con facilità di essere ancora innamorati della donna che ha spezzato loro il cuore, ma io non amo rispettare gli standard…”
Su questo ha ragione, non ha mai nascosto i suoi sentimenti nei confronti di mamma.
“Sai ciò che provo per tua madre: non ho mai smesso di amarla, nemmeno per un momento e quando l’ho raggiunta e ho realizzato che quegli anni e quegli avvenimenti non avevano scalfito ciò che tra noi c’era sempre stato, ho avuto paura che quel cuore si spezzasse di nuovo.”
E ha usato questi due mesi per metterla alla prova: non lo biasimo.
“Non volevo illudermi e di certo non avrei illuso te che, forse, hai sofferto più di chiunque altro.”
Io e mia madre non abbiamo mai avuto un rapporto speciale, anche prima della separazione, sono sempre stata più in sintonia con mio padre, ma è stata dura fare a meno di lei. In questi anni mi è mancata così tanto che una parte di me sarebbe pronta a dimenticare i rancori e ricominciare da zero, pur di restituirle velocemente il suo posto di sempre. Ma se sono qui è per l’altra parte di me, quella che non smette di farsi domande, che vuole conoscere il perché delle cose.
“Sapevi che sarebbe tornata?” gli chiedo.
“Sì, mi aveva informato…”
“Perché non me lo hai detto?”
Perché non le ha impedito di piombare nella mia vita, senza prima metterci una buona parola?
Lui mi guarda e non risponde.
“Papà… perché non mi hai detto che sarebbe tornata?”
“Non volevo sconti di pena.”
È la voce che sento alle mie spalle a soddisfare la mia curiosità: mia madre, che deve aver ascoltato la nostra chiacchierata, esce dall’archivio e viene verso di noi.
“Sono stata io a supplicarlo di non dirti nulla, volevo cavarmela da sola.”
Mi volto a controllare gli occhi di mio padre e mi dicono che sta dicendo la verità.
“Non ho voluto sconti di pena. Sono sparita per anni e sono tornata con la consapevolezza che ci vorrà tempo per riportare le cose come erano una volta, ma non voglio più essere la casellina misteriosa del nostro albero genealogico. Sono tornata per restare amore mio, e saprò aspettare.” conclude sorridendo.
Quella frase, che indubbiamente ha preparato con l’intenzione di non mettere pressione ai miei tempi di ripresa, va a segno e mio padre decide di aggiungerne una sua: “Sei tornata giusto in tempo: sono ancora un uomo affascinante.” dice divertito stringendola a sé.
Credo sia il suo modo di dirmi che possiamo fidarci.
Li guardo ed è strano vederli insieme di nuovo. Ma forse Michele ha ragione: i grandi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. E lì, con ciò che resta di quelle perplessità che forse nemmeno mi riguardano, convengo che un abbraccio di famiglia concluderebbe la scena degnamente.

La mattina seguente, dopo aver accompagnato Sofia a scuola, rientro
a casa, guardo l’orologio e sono assalita da un dubbio amletico: dove troverò il tempo di lavorare? Sono le nove: devo riordinare, passare l’aspirapolvere, vuotare la lavastoviglie, preparare il pranzo, stirare almeno il necessario, e tornare a scuola per le dodici e trenta. Non ce la farò mai.
Anche i pomeriggi sono sempre pieni d’impegni e non posso costringermi a lavorare di notte, sono troppo stanca per pensare. Ho bisogno di una mano. Mi serve una Doubtfire.
Ma siccome quella fantastica idea a cui avevo pensato un po’ di tempo fa — quella di specializzarmi in robotica e di investire grandi capitali nell’economia domestica per costruire una fabbrica di Mrs. Doubtfire da commercializzare — purtroppo non è andata in porto e ora sono punto e a capo.
Devo cercare una persona di fiducia che possa occuparsi di Sofia e della casa quando non ci sono. E che faccia finta che non ci sia, quando ci sono e sto lavorando, una vera professionista, ma mi rendo conto di avere delle grosse aspettative. Sono troppo esigente, è per questa ragione che ho sempre preferito occuparmi personalmente della casa. Sono convinta che nessuno lo farebbe mai meglio di me. Ma il punto è che adesso non ne ho più il tempo, se voglio dedicarmi al lavoro, devo convincermi a delegare.
Guardo ancora l’orologio: forse stamattina non disegnerò nessun accessorio che passerà alla storia, ma troverò la mia Doubtfire. È una promessa.

CINQUANTESIMO EPISODIO

Illustrazione: Valeria Terranova