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1 Ago

Lui: il campione di ping pong della Versilia

enrica alessi scrittrice romanzo l'amore ai tempi supplementari

enrica alessi scrittrice romanzo l'amore ai tempi supplementari

M

ichi si è appena svegliato, ma la curiosità vorace che lo distingue, lo ha già messo sull’attenti.
Si siede, sistema uno dei cuscini dietro la schiena e afferra il sacchetto di brioche che giace sul letto. Poi, senza badare al contenuto, infila la mano e ne addenta una con sguardo famelico.
Il ripieno di crema gli esplode in bocca, ma mi guarda con la consapevolezza che ciò che sto per rivelare è decisamente più appetitoso.
Deglutisce il boccone, mi studia con lo sguardo e io non so da dove cominciare.
Avevo immaginato una serie interminabile di domande e invece, se ne esce con un’allusione:
“Il fatto che lo chignon si sia smontato, suggerisce che non tu non sia rimasta in posizione verticale per tutta la sera: è già qualcosa…”
Con un pizzico di presunzione, vorrei aggiungere che l’aspetto non ne ha risentito — specie quello emotivo — ma preferisco assecondare la sua curiosità e vuotare il sacco — per gradi, mantenendo il mio romanticismo.
“Lui: il campione di ping pong della Versilia…”
“Ti ha sbattuto come una pallina, sì o no?”
La mia idea di romanticismo è appena stata spazzata via dal suo realismo sfrontato.
“Michi!” lo rimprovero. “Possibile che tu voglia arrivare subito al sodo?”
“Subito? Abbiamo aspettato vent’anni!”
Trattengo una risata: non ha tutti i torti, ma sappiamo entrambi che il racconto della mia serata non è fine a se stesso: mi serve il suo parere, quello maschile, stavolta.
Sono seduta sul letto, ma cerco di assumere una posizione autoritaria.
Mi sfilo le scarpe che cadono sul parquet, raggiungo a gattoni il centro del letto e mi siedo, tenendo le mani sui fianchi, poi, mi pronuncio:
“Okay, hai ragione, ma stammi a sentire: quando ti avrò raccontato tutto, dovrai fare una perizia e dirmi cosa fare. Quello che dirai condizionerà inevitabilmente gli eventi futuri: i miei e quelli delle generazioni a venire, e non puoi tralasciare nemmeno un dettaglio: c’è in ballo la mia vita.”
“Mi dirai anche che dentifricio usa?” ribatte fingendosi contrariato.
“Su questo, credo di poter sorvolare.”
E mentre respiro, cercando di fare uscire un po’ di adrenalina dalle narici, Michi si tuffa di nuovo sul sacchetto per pescare un’altra brioche ed è come la versione che vorrebbe: integrale.
L’adrenalina continua a circolare a piede libero nelle mie vene, catapultandomi nel futuro: dove sono già sposata per la seconda volta. Devo rallentare, devo tornare indietro.
Chiudo gli occhi, solo per un attimo, la mente fa qualche passo a ritroso e mi porta davanti all’uscita del ristorante, mentre saliamo sul taxi che è appena arrivato.
Sono seduta sui sedili posteriori, ho scelto il lato destro: lo preferisco.
La macchina si mette in marcia e io guardo fuori dal finestrino: un po’ perché fa cinema è un po’ perché ho paura di incontrare il suo sguardo.
Il che è assurdo, se penso a cosa mi ha chiesto a tavola, davanti alla tazzina di caffè.
“Voglio stare un po’ con te.”
Ho inteso volesse ‘un dopo’ quando mi sono guardata intorno, accorgendomi che eravamo gli ultimi clienti rimasti.
Ho detto solo sì, ma credo che il mio sguardo abbia riferito molto di più.
E ora, vorrei ritrattare: ho flirtato senza accorgermene, è troppo presto per avere un ragazzo.
Cerco di reagire, minimizzando — la cosa e il senso di colpa — per convincermi che sono solo eccitata per la situazione.
Ma so di mentirmi: lui mi piace e potrei farmi male.
L’idea di buttarmi dall’auto in corsa mi stuzzica, forse limiterebbe i danni, ma sono una donna adulta e da tale affronterò questa situazione: senza coinvolgimenti emotivi.
Traduzione: è solo sesso con il mio primo bacio. Posso farcela.
Con un po’ di vodka il risultato sarebbe assicurato: speriamo che a casa di Célian ci sia, perché è lì che stiamo andando.
Paolo ha barattato la ‘suite da mille e una notte da leoni’ con il suo appartamento in centro, e nonostante la voglia sfrenata di stare sola con lui, quando il taxi arriva a destinazione, sento le gambe tremare. Non credo siano solo i due gradi sopra lo zero, anche la paura di ciò che può succedere — emotivamente — non aiuta.
Scendiamo dall’auto, raggiungiamo l’ingresso e lo vedo trafficare con le chiavi. Riesce a trovare quella giusta, dopo soli due tentativi, apre la porta e mi invita a entrare.
Le luci si accendono e illuminano un delizioso appartamento in stile moderno.
Guardo le foto che sono appese alle pareti: grandi come poster cinematografici, in bianco e nero, sono sicuramente state scattate da Célian e fanno atmosfera, una calda atmosfera.
La Sharon Stone del ristorante si ripresenta per suggerirmi di essere sensuale: in questa fase è fondamentale. Non posso deluderla.
Raggiungo la poltrona di pelle bianca che apre la zona salotto e mi tolgo la pelliccia, lasciandola scivolare su uno dei braccioli.
Mi volto verso di lui e le gambe smettono di tremare, la temperatura corporea si alza, le paturnie si sciolgono: penso solo a quelle cinquanta sfumature di grigio brizzolato, che vedo riflesse nello specchio appeso dietro di lui.
E in quel momento, capisco che mi è passata la voglia di parlare, mi basta sapere che non è sposato, che non è gay.
Ho improvvisamente riacquisito la capacità di reggere il suo sguardo e vedo che ha le mie stesse intenzioni.
Forse anche lui ha informazioni a sufficienza sul mio conto: sa che mio marito è un ex, che Sofia ha sette anni, il resto non è importante.
E se non lo è per lui, perché dovrebbe esserlo per me?
E l’amore? I sentimenti, davvero non mi importa più di niente? I miei neuroni continuano a domandarsi ‘cosa stiamo facendo?’, ma quando lo vedo avvicinarsi, mentre tiene gli occhi fissi sulla mia bocca, realizzo che per la prima volta, dopo tanto tempo, mi importa di me e di ciò che voglio, adesso: un suo bacio.
Le sue mani sul mio viso, le sue labbra che avvolgono le mie.
Sfiora il mio corpo, lo accarezza, lo stringe, senza mai smettere di baciarmi, e io sento che sto per perdere il controllo.
Il briciolo di razionalità che mi è rimasto sta camminando sul filo del rasoio: so che sta per precipitare e so che non riuscirò a prenderlo. Si schianterà al suolo.
In fondo, non c’è niente di male: il sesso è terapeutico e l’ultimo periodo è stato un po’ difficile. E poi non lo sto facendo con uno sconosciuto, anche se non ci siamo visti spesso, lo conosco da vent’anni.
La ragione precipita ed è come se mi stesse chiedendo il permesso di disintegrarsi. Permesso accordato.
Le mie mani scivolano sulla cintura dei pantaloni, si liberano di lei e si abbassano per afferrare il bottone dei jeans con le dita. Anche le sue mani corrono giù, dietro la mia schiena, anche lui vuole liberarsi del mio abito.
Il livello di eccitazione è direttamente proporzionale alla quantità di vestiti che giace sul tappeto di moquette colorata. Che viene calpestata, travolta e abbandonata. Lasciata lì: sola, per raggiungere la camera da letto.
Michi mi guarda con gli occhi sbarrati, pende dalle mie labbra, fa addirittura un cenno con la testa per invogliarmi a continuare. E io lo accontento:
“Lui: il campione di ping pong della Versilia… è anche un dio del sesso.” concludo orgogliosa.
“E poi?” chiede incalzante.
“Non essere invadente.”
E con quella frase, che conclude il mio racconto, Michi afferra il sacchetto di brioche, appropriandosi di ciò che rimane: un bombolone alla Nutella.
Non può andare in coma glicemico, prima di avermi dato un parere: sono costretta a strapparglielo di mano.
“Ora tocca a te.” dico risoluta.
“Io? Ho avuto una serata noiosa davanti alla TV…”
Perché questi giochetti? Perché non mi dice cosa pensa?
E di nuovo, la mia esigenza di minimizzare, nel tentativo di lasciare fuori i sentimenti, per fingermi meno coinvolta di quanto non sia.
Ribatto con una domanda: a questa dovrà rispondere: “è stato solo sesso, vero?”
Quel punto interrogativo, messo lì: alla fine, è solo per circostanza. So che i fatti dicono questo, ma le mie emozioni sanno che non è così, cercano solo una conferma, ma nello sguardo di Michele vedo solo quella nota di biasimo che spunta in automatico, ogni volta che dico qualcosa che non va.
“Eva, mentre stava succedendo, tu dov’eri?”
Non so se voglia farmi ridere o riflettere, non capisco cosa stia cercando di dirmi.
Dovrebbe essere un po’ più chiaro.
“Ti sei appena fatta un centrifugato di limoni e vuoi sentirti in colpa?”
Direi che lo è stato.
“Non è questo, ti chiedo solo se pensi possa essere una storia possibile…”
“Hai appena ritrovato la tua parte passionale, quella che sa bene cosa vuole e come ottenerlo e ti domandi se può essere una storia possibile?”
“Lo so. Ma lui mi piace, mi piace tanto e ci serve una strategia, devi aiutarmi.”
“Devi solo goderti il momento, lascia stare le strategie.”
Lo dice come un rimprovero e nonostante sappia che lo stia facendo a fin di bene, non capisco perché non voglia dirmi cosa fare, e rincara la dose.
“A prescindere da Paolo, puoi avere la vita di prima, puoi riconquistare ciò che ti è sfuggito di mano: la tua sicurezza, la tua indipendenza, il tuo lavoro.”
È evidente che la sua conclusione abbia un ruolo ben preciso nella discussione: mi sta dicendo di andare a riprendermi ciò che ho perso, mi sta dicendo che nessuno deve dirmi cosa fare, io decido cosa fare.
Lo guardo, arriccio la bocca, annuisco, voglio che sappia che valuterò questa ipotesi, anche se significa diminuire la quantità di tempo da trascorrere con Sofia.
“La sola cosa che desideravo restituirti con questo viaggio era la Eva che oggi riconosco.” Dice soddisfatto, accarezzandomi il viso.
E mentre lo guardo con gli occhi pieni di amore, lui mi ruba il bombolone che ho in mano e lo divora.
“Non starai male?” gli chiedo seriamente.
“Mi aspetta un lungo viaggio con te, una tappa non prevista per ritirare un cane non previsto: ho bisogno di tanta energia.”
Riesce sempre a strapparmi un sorriso, a volte, credo che non amerò altro uomo all’infuori di lui…
“C***secco, muoviti o facciamo tardi!”
Appunto.

 

VENTIDUESIMO EPISODIO

Illustrazione: Valeria Terranova