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28 Mar

Visita a domicilio

enrica alessi scrittrice crem's blog

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M

elissa chiama Orson, rispondi Orson. Perché non rispondi Orson? Perché non mi mandi all’ istante una navicella che mi porti via da qui? Per favore, prima che Cassandra si svegli e si accorga che Max, subito dopo aver disotterrato la felce, si è mangiato il suo Lessico dello stile. Gli eventi appena descritti hanno irrimediabilmente causato un ritardo sulla mia tabella di marcia, ma era necessario nascondere le prove che avrebbero condannato il mio cane per direttissima. Arriverò tardi al lavoro, dovrò comprare una nuova felce e passare in libreria per un libro per cui non avrei mai pensato di spendere un soldo. Dannazione Max! Ma mentre faccio per uscire di casa, lui mi guarda con quegli occhioni dispiaciuti, o almeno così sembrerebbe, e io mi sciolgo. Quella frangia non deve essere lì per caso, sembra avere uno scopo: credo sia quello di rendere il suo sguardo ancora più tenero. Un pasticcione come lui non poteva nascere senza qualcosa che lo aiutasse a farsi perdonare.
“Vieni qui birichino.”, dico chinandomi facendolo avvicinare, “Devi fare il bravo. Ci vediamo stasera.”
Gli schiocco un bacio e la porta si chiude alle mie spalle. Mi dirigo verso l’auto, affondo le mani nelle tasche, ma non trovo le chiavi. Le ho dimenticate nella borsa che ho lasciato in casa, sulla poltrona, vicino al sacco blu con i fiocchi gialli che dovevo fare sparire. Poi dicono degli effetti di Gomorra sulla gente, vogliamo parlare di quelli di Max sulla sua padrona? Devo farmi vedere da uno bravo. Cassandra ha il giorno libero, l’unico della settimana in cui può dormire fino a tardi, e io devo svegliarla: mi ucciderà. E se non mi ucciderà per questo, mi ucciderà per l’ultimo disastro di Max: in ogni caso sono fregata, tanto vale rischiare. Mi attacco al campanello e dopo cinque minuti, nessuna risposta. Mi verrebbe da chiamare un’ambulanza: questo non è sonno, è un evidente stato di incoscienza. Forse no. Sento i suoi passi che raggiungono la porta.
“Stavo dormendo…” dice sbuffando mentre la apre.
Forse, la sua faccia assonata mi concede una possibilità.
“Scusami, ho dimenticato la borsa, torna a dormire tesoro.”
“Okay…” dice voltandosi come uno zombi per raggiungere la sua camera. Questo è il piano: prendo la borsa, prendo il sacchetto, giro i tacchi ed esco. Un raggio di sole entra nella stanza e illumina il soggiorno: questo è un segno celeste, è il momento di scappare.
Mi allungo verso la borsa, ma lei si volta e dice: “ho solo due domande…”
Eccoci: il leone si è svegliato.
“Sono un po’ in ritardo.” dico strozzando la voce, mentre cerco di nascondere il sacco che contiene le prove incriminanti dietro la poltrona.
“Perché la mia felce è sparita? E perché Max ha le zampe sporche di terra?”
Lei è la donna bionica: Cassandra Jamie Sommers, nel suo pigiama a righe di Sleepy Jones che le ho regalato a Natale su commissione.
“Posso spiegarti…”
Max si avvicina a me, sembra che voglia prendere le mie difese, senza rendersi conto che sono io quella che sta cercando di salvarlo.
“Anche la terra è sparita, dov’è finita?”
E mentre Cassandra fa la sua domanda, Max fa uscire il sacco allo scoperto, trascinandolo vicino ai miei piedi per giocare. È la prova schiacciante. In un attimo, sono catapultata dentro Fox Crime.
“Te ne compro una nuova entro stasera.”
“Melissa!”
“Te ne ricompro una nuova e te la pianto.” mi affretto ad aggiungere.
“Tieni almeno la terra. Forza, apri il sacchetto.”
“No, no, è tutta sporca, umida, è meglio buttarla.” dico cercando di svignarmela.
Se si accorge del libro posso dire addio al mio cane.
“Ci penso io, non preoccuparti. Ora devo andare.”
Prendo la borsa, il sacco della spazzatura ed esco di casa. Finalmente. Salgo in macchina e mi butto nel traffico cittadino. Guardo l’orologio sul display del cruscotto: sono le 8,44. Perché? Perché? Mi chiedo disperata. Sono uno dei soci maggioritari della clinica veterinaria, sono un ottimo medico, un’appassionata ricercatrice, e odio arrivare in ritardo. E pensa se avessi anche dovuto pensare a cosa mettermi… Come possono esserci persone che trovano addirittura il tempo di appuntarsi su un taccuino le mise da indossare? — Cassandra lo fa. E mentre scrollo la testa pensando a quante stupidaggini flagellano il cervello femminile, il telefono squilla e si attiva il viva voce: è la clinica… lo sapevo.
“Lo so, mi dispiace, sono per strada.” dico frettolosamente sperando che il mio stato di agitazione possa farmi sentire meno colpevole.
“Fantastico.”
Come fantastico?
“Ascolta: una signora ci ha chiamato per visitare il suo cane. Pare sia stato vittima di un litigio. La padrona è a casa, ma non riesce a raggiungerci perché l’auto ha avuto un guasto, puoi andare tu?”
A quanto pare non sono la sola ad aver avuto una mattina difficile.
“Sì certo, girami l’indirizzo, vado io.”
Questa emergenza mi ha sollevato dal senso di colpa: se non fossi stata per strada non sarei arrivata così in fretta. Dopo dieci minuti, sono davanti a un grande cancello bianco di una deliziosa casa di campagna. Faccio per scendere a suonare il campanello, ma il cancello si apre da solo, mentre una ragazzina mi raggiunge a piedi.
“È lei il veterinario?” mi chiede agitata.
Riesco a sentirla anche se i finestrini sono chiusi. Apro quello del lato passeggero e mi slaccio la cintura per rispondere.
“Sì, sono io.”
“Venga, la mamma la sta aspettando.”
Parcheggio l’auto sotto il portico, recupero la borsa e scendo a vedere di cosa si tratta. La ragazzina stenta a trattenere le lacrime, mi fa strada lungo un viottolo di ghiaia che conduce sul retro della casa.
“Venga, è qui dietro.”
Sono sulla porta di una piccola dependance, la ragazzina mi fa entrare e vedo una donna seduta sul tappeto del salotto. Accanto a lei c’è un fagotto che sembra fatto con un vecchio lenzuolo e al suo interno, deduco ci sia il mio paziente. Mi avvicino senza fare rumore, ma lui si sveglia e mi guarda preoccupato: ormai ci ho fatto l’abitudine. La ragazza che ho di fronte avrà circa la mia età: posso darle del tu, magari si sentirà più a suo agio.
“Ciao, sono Melissa Rossi, il medico della clinica, vuoi dirmi cosa è successo? Così posso visitarlo.”
A questo invece, credo che non mi abituerò mai: perché quando mi presento ai padroni dei miei pazienti, loro si mettono a piangere? Sta succedendo anche adesso. Era meglio darle del ‘lei’.
Rifiuto di pensare che la causa possa essere del mio ‘outfit of the day’. O forse se ne potrebbe parlare? In effetti, stamattina, credo di aver fatto del mio peggio. Anzi peggio del mio peggio. Ma come si fa a mettere insieme un paio di pantaloni della tuta con un maglioncino infeltrito che mi arriva all’ombelico? Nonostante sia stato saggiamente corretto con una camicia di jeans, che sbuca da sotto, le Nike smangiucchiate da Max mi danno il colpo di grazia. Dove siamo rimasti? Ah, giusto: c’è una donna che sta piangendo ai miei piedi.
“Signora, cosa ha fatto il cane?”
Lei si asciuga le lacrime, si soffia il naso, e cerca di spiegarmi — tra singhiozzi e sospiri — che il cagnolino è scappato dalla parte posteriore del giardino, dove la rete è danneggiata da due anni.
Ha ripetuto a suo marito mille volte di sistemarla, ma lui niente. Il cane, attratto da Susy, la cagnolina della casa di fronte — probabilmente fertile — è fuggito per raggiungerla, ma Ralph, il cane dei vicini, lo ha morso sul muso, e non è la prima volta.
“Okay, adesso visito il cane.” dico in tono perentorio, nel tentativo di frenare la miriade di informazioni che mi ha appena bombardato. Se lo raccontassi ai colleghi, sono certa che non mi crederebbero.
“Come si chiama il cane?”
“Benji. Benji come ‘Holly e Bengy’, ti ricordi? Il cartone animato, quello del calcio, dell’attaccante e del portiere, dei due amici, perché mio figlio gioca a calcio e Benjy prende sempre le palle al volo e…”
Dove ha trovato il tempo di fare due figli se parla così tanto?
“Scusa, non riesco a concentrarmi.”
“Oh! Perdonami.”
Ora posso fare il mio lavoro. Il cane, Benny, Bengi, Benjo, insomma lui ha combattuto per amore. E io devo asportargli il canino, che, a causa del morso, non rimane saldo alla gengiva. Lo porto con me per operarlo. Ora glielo dico, speriamo che non abbia un altro crollo emotivo.
“Devo portare il cane con me. Non è niente di grave, ma la bocca gli fa male, devo asportare il canino per poter chiudere la ferita sulla gengiva. È un piccolo intervento, non dovete preoccuparvi.”
Lo dico tutto d’un fiato, con il terrore di essere interrotta dalla donna logorroica che mi sta di fronte.
“Possiamo venire con te?” mi chiede la ragazzina. Un viaggio con loro da qui alla clinica potrebbe disintegrarmi il cervello. E io non posso permetterlo: il mondo ha bisogno di un cervello come il mio.
“Be’, vedi…”
E a salvarmi è proprio quella che ha parole da vendere.
“No Aurora, lasciala andare, vedi che Ben sta soffrendo? Noi dobbiamo rintracciare il papà, dirgli che il cane è ferito, e poi dobbiamo ricordargli di fermarsi a prendere il pane e il latte… Lasciala andare, lasciala andare…” dice accarezzando il cane che ho in braccio.
‘Lasciala andare’ l’ha detto lei. Credo che questa sia la mia occasione per fuggire da qui.
Esco di casa con quel fagotto tra le braccia, mi sembra quasi un sequestro, e mentre mi immagino con un passamontagna in testa, dietro una casa abbandonata a chiedere il riscatto, la sua voce squillante interrompe la puntata sul più bello. Devo smetterla di guardare Fox Crime.
“Manderò mio marito domattina!”
“Ti chiamo nel pomeriggio per dirti come sta. A dopo!”
Nel bagagliaio tengo sempre il lettone di Max: lì starà bene. Devo solo coprirlo con una salvietta. Sistemo il piccolo ‘Duro del Road House’ nel nuovo giaciglio e metto in moto. Ho bisogno di Coldplay.  Arriviamo in clinica alla fine di ‘Something just like this’ e tutto sembra tranquillo. Scendo dell’auto e raggiungo Ben, lo prendo in braccio ed entriamo insieme. Lo faccio visitare da Giulio. Voglio un prelievo per controllare i valori. Sistemo le mie cose nell’armadietto e li raggiungo nel mio studio per infilarmi il camice, che sta sull’attaccapanni.
“Come si chiama il cane?”
“Si chiama Ben.”
“Sicura? Ahi!”
“Che c’è?” chiedo voltandomi.
“Mi ha morso.”
Giulio continua a sventolare il dito nel tentativo di distrarsi dal dolore, ma forse sta solo esagerando: il dito è ancora attaccato alla mano. Sopravviverà. A fatica riusciamo a fare il prelievo: quel cagnolino è proprio un duro, ma i valori sono in ordine. Lo opero e lo rimando a casa domattina.
“Andiamo, piccolo guerriero.” gli dico prendendolo in braccia.
Dopo l’intervento, Ben si è svegliato con un sorriso decisamente più sexy. Lo lascio dormire un altro po’ e ne approfitto per chiamare… Come si chiama? Prendo dalla tasca della tuta il foglietto che la sua padrona mi ha scritto e leggo: Monica e il numero di telefono. Suona, che Dio me la mandi buona.
“Sì pronto?”
“Monica?” dico in tono interrogativo accertandomi del nome scritto sul foglietto.
“Sì?”
“Sono Melissa della clinica veterinaria, volevo dirti che Ben sta bene.”
“Quando possiamo venire?”
“Io vorrei tenerlo qui stanotte, potete venire domattina alle nove. Okay?”
“Okay. Spero di aver riparato la macchina nel frattempo…”
“Lo spero anch’io, scusa ho una chiamata sull’altra linea, devo andare. A domani.”
E clic, ciao. Addio. Ora devo pensare alla felce. Chiamo il mio fioraio di fiducia per sapere se ne ha una. Sono fortunata: è solo un po’ più grande della sorella scomparsa, dovrà aiutarmi a caricarla, ma Cassandra batterà le mani dalla gioia. Ricevo altri sei pazienti — nessuno di loro ha un padrone carino — e arriva anche la fine del mio turno. Passo da Ben per accertarmi che sia in forma e lascio la clinica. Ora, manca solo la tappa in libreria, poi passerò a ritirare la felce e finalmente, un po’ di tv sul divano. Mi muovo alla svelta, pregustando il momento in cui sarò spaparanzata con un plaid sulle gambe davanti a Fox Crime, e raggiungo la libreria in cui vado di solito. Entro, c’è un po’ di gente, ne approfitto per cercare il mio libro da sola. Raggiungo la sezione moda: il mio istinto al pudore mi suggerisce di allacciare il cappotto per nascondere la combinazione discutibile che ho messo insieme stamattina, ma credo che questo imbarazzo sia semplicemente causato dalla sorta di luogo sacro in cui mi trovo. Ho appena finito di chiudere l’ultimo bottone, quando una ragazza dall’aspetto gradevole si avvicina per chiedermi se mi serve una mano.
“Ciao, posso esserti d’aiuto?”
“Sì, cercavo un libro su Coco Chanel, si chiama Lessico dello stile.”
Sentirmi pronunciare quelle parole mi fa uno strano effetto. E da come mi sta guardando la commessa, pare che suoni strano anche a lei sentirle uscire dalla bocca di una tizia con un cappotto color topo e un paio di ginniche masticate. Comunque, non mi sembra il caso di spiegarle tutta la storia, mi serve solo quel libro.
“Lessico dello stile di Jérôme Gautier?” mi chiede sfoggiando un ottimo francese.
Che bella domanda. E io che ne so?
“Ha una copertina rigida con una donna fotografata di profilo…” aggiungo nella speranza che questo le basti.
“Sì, esatto. Purtroppo occorre ordinarlo, è un libro molto ricercato, per addetti ai lavori…”
Quei puntini di sospensione mi infastidiscono. È così evidente che non sia una lettura adatta a me?
“È disponibile?” chiedo velocemente per esaurire la questione al più presto.
“Purtroppo no, devo ordinarlo.”
Dannazione. Questo non ci voleva.
“E quanto ci vorrà?” chiedo ansiosa.
La ragazza raggiunge il monitor più vicino e digita qualcosa sulla tastiera. La sua faccia è pensierosa. Troppo pensierosa.
“Purtroppo non è disponibile a magazzino, a questo punto possiamo fare un ordine alla casa editrice per cercare di recuperarlo, ma temo ci vorrà almeno una settimana.”
Una settimana? E io come faccio? Il terrore che galleggia come un cadavere nei miei occhi non passa inosservato, a giudicare dalla sua prontezza nel suggerirmi un’alternativa.
“Nel frattempo, potrei proporti questo.”
La vedo dirigersi nel reparto che abbiamo appena lasciato e tornare con una cosa decisamente meno imponente: un tascabile dalla copertina rosa.
“Se cerchi qualche informazione su Coco, qualche piccola indiscrezione, e qualche scheletro nell’armadio, ecco, questo è perfetto: il segreto di Chanel Nº5. La vera ‘essenza’ di Coco, in tutti i sensi.” dice strizzandomi l’occhio mentre me lo porge. Certo, vuoi che io non lo sappia? Dio come sono ignorante. Mi toccherà fidarmi e crederle sulla parola. Le lascio il mio numero, in modo che possa avvisarmi appena il libro che mi salverà la vita arriverà, pago quello che mi ha suggerito ed esco. Questa settimana, non uno, ma due libri di Chanel tra le mani, e ancora una volta non posso fare a meno di chiedermi: chi lo avrebbe detto? Forza, ora, tocca alla felce.

SECONDO EPISODIO

Illustrazione: Valeria Terranova