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29 Ago

Il peso dell’ insicurezza

enrica alessi not for fashion victim

enrica alessi not for fashion victim

C

on gli uomini ho chiuso. Per sempre. Dopo un’intera settimana di agonia, ho deciso di dichiarare il mio cuore clinicamente morto. Se non fosse per quel pizzico di amor proprio che mi rimane, avrei già ‘staccato la spina’ della macchina che lo tiene in vita, ma uno come ‘lui’ non si merita una tale soddisfazione: devo reagire. Me lo ripeto da sette giorni e invece, continuo a pensare a Marcello, a ciò che mi ha fatto, in che modo, con chi, e ancora non sono riuscita a capire che cosa, più di tutto, mi abbia ferito a morte. Le donne non si accontentano di soffrire e basta, noi dobbiamo per forza sapere perché. E dalla fine di una storia, abbiamo pure la pretesa di tirarne fuori qualcosa di buono: attraverso una lunga e approfondita analisi psicologica, con cui ci illudiamo di trovare le risposte a quelle domande di natura esistenziale che non ci danno pace. Per qualche strana ragione, abbiamo la dannata esigenza di soddisfare la curiosità riguardo le cause del dolore, ma troppo spesso, non teniamo conto che i sentimenti godono della proprietà commutativa: anche cambiando il loro ordine, il risultato non cambia. E io continuo a soffrire. Ma in fondo, chi se ne importa del perché? Quando il tuo ragazzo ti lascia, dicendoti chiaramente che non è più attratto dal tuo aspetto e che è addirittura innamorato di un’altra più carina, con cui ha già intrapreso una nuova relazione come se niente fosse, che altro c’è da capire? Niente. La mia autostima è stata rasa al suolo, la mia vita è distrutta e io riesco solo a piangere sulle macerie di ciò che resta di me, autocommiserandomi. E mentre penso che una pizza da asporto potrebbe farmi sentire meglio, qualcuno suona alla porta.
“Mamma vai tu?”
Mia madre non risponde.
“Papà vai tu?”
Nemmeno mio padre risponde. Forse sono usciti, forse me lo hanno detto, ma il mio stato catatonico non deve essere stato in grado di recepirlo. Il campanello suona di nuovo e mossa dalla speranza che possa essere il ragazzo della pizza che mi ha letto nel pensiero, scendo dal letto, apro la porta della mia stanza e raggiungo quella d’ingresso. Guardo la telecamera che sta sopra il citofono e vedo Cassandra. La sua faccia non sembra quella di chi è venuta per consolarmi, sembra preoccupata, arrabbiata… furiosa. So di avere ignorato i suoi messaggi, le sue telefonate, ma non ero in condizioni di dare spiegazioni, nemmeno a lei che è la mia migliore amica, e non lo sono nemmeno adesso. Soprattutto adesso. I segni della sofferenza che ho tentato di nasconderle sono chiaramente visibili sulla mia figura: non mi lavo i capelli da una settimana, ho gli occhi gonfi e sul pigiama c’è una vistosa macchia di nutella, ma non posso continuare a evitarla. Mi basterebbe afferrare la maniglia per farla entrare e stringerla in un abbraccio.
“Melissa, so che ci sei e so che puoi sentirmi.”
Chiudo gli occhi, come se le palpebre potessero trattenere le lacrime di riserva che avevo risparmiato per i pianti notturni, ma il tono della sua voce, severo e allo stesso tempo incoraggiante, mi dissuade dalla tentazione di fingermi assente e apro la porta. Me la trovo di fronte e non riesco a dire niente, ma forse non c’è niente da dire, da come mi guarda è evidente che abbia già capito tutto, anche senza spiegazioni. Entra, appoggia la borsa su uno dei tavolini dell’ingresso e mi abbraccia, mentre io ricomincio a piangere.

Dopo un’ora, ho già fatto la doccia, lavato i capelli e infilato un pigiama pulito senza macchie: mi sento meglio. Mi infilo la vestaglia hippy di mia madre, come se una stampa floreale potesse darmi una parvenza vagamente felice, e raggiungo Cassandra in cucina. Sta preparando una tisana, credo che faccia parte del rituale ‘ora, raccontami tutto per filo e per segno, forza, coraggio’, ma avrei preferito che avesse fatto una telefonata in pizzeria. Mi raggiunge sul divano e mi porge una delle tazze con sguardo rassicurante, quasi ci fosse il siero della verità per aiutarmi a collaborare, poi si siede e comincia la seduta.
“Ora raccontami tutto per filo e per segno, forza, coraggio.”
Lo sapevo. Per ‘tutto’ credo intenda anche le frasi umilianti che continuano a rimbombare nella mia testa e che non sono ancora riuscita a ripetere ad alta voce. Ma sarà meglio cominciare dall’inizio: dalle dinamiche che hanno causato la fine della mia storia.
“Nell’ultimo periodo, credo di averlo trascurato…”
Cassandra tiene la testa in basso, fissa il bottone che sta al centro del cuscino su cui è seduta: è concentrata. Annuisce con il capo per spronarmi ad andare avanti e io la assecondo.
“Avevo un esame importante, dovevo passarlo, dovevo studiare…”
Cassandra è sempre nella stessa posizione, sta aspettando il resto della storia, ma non trovo il coraggio di tirarlo fuori. Mi sento colpevole. Le donne fanno anche questo: vengono lasciate e il loro senso del dovere nei confronti del ‘mi metto in discussione’, le fa pure sentire colpevoli. Ma io ho le mie buone ragioni: so di avere trascurato me stessa, lui di conseguenza e di averlo fatto in tutti i modi possibili. Faccio un respiro e vado avanti:
“E ho messo quell’esame prima di tutto: prima di me, prima di lui, prima di noi.”
Ora sono io ad abbassare lo sguardo, so che Cassandra vorrebbe dirmi qualcosa di consolante, ma non voglio sentire le solite e inutili frasi di circostanza.
“Da quanto tempo non facevate più…”
Sesso? Forse erano meglio le inutili frasi di circostanza.
“Diciamo… quattro, forse cinque, okay, ammetto: sei mesi.”
“Sei mesi?”
La sua espressione sconcertata mi fa pentire di essere stata tanto sincera.
“Dovevo studiare…”
“E ti sembra una giustificazione?”
“Il sesso non è tutto nella vita.” ribatto contrariata.
“Certo, hai ragione, ma abbiamo quasi trent’anni… possiamo negare che sia una componente importante?”
“No, ma lo studio è più importante.”
E mentre lo dico, leggo il rimprovero nei suoi occhi: sto solo cercando una scusa, un’inutile scusa per non assumermi le responsabilità, e pensare che avevo cominciato così bene. Basta. Sono stanca: dirò la verità.
“Non è stata la mancanza di sesso a farci allontanare, direi piuttosto che la vicinanza di torte, biscotti, gelati, patatine, pop corn e pizzette mi abbia allontanato dal sesso… e quindi anche da lui.”
Non le sto dicendo nulla di nuovo: i risultati prodotti dall’enorme quantità di cibo spazzatura che ho ingerito in questi mesi, si è trasformata in chili in eccesso, non credo stesse aspettando un’analisi dettagliata del mio diario alimentare, forse è più interessata alle ragioni del disordine. Respiro di nuovo, quasi cercassi nell’ossigeno che nuota nei polmoni, il fiato necessario per proseguire.
“Se avessi potuto comportarmi in modo diverso, lo avrei fatto, credimi.” dico prendendole la mano. “Ma ho innescato un circolo vizioso involontario e incontrollabile: più ingrassavo, più aumentava la repulsione nei confronti di me stessa: sono stata io la prima a odiare il mio aspetto, lui lo ha fatto di conseguenza.”
Vorrei mettermi a piangere, un’altra volta, fino a sfinirmi, ma sarei così banale, patetica.
“Certo che potrebbero metterci in guardia, magari scrivendo in fondo, sotto agli ingredienti, che l’uso eccessivo di certi alimenti può provocare effetti indesiderati, anche gravi, sulla libido.”
La sua deduzione è così tragicamente vera e buffa che riesco solo a mettermi a ridere. Approfitto del momento e vado avanti, ormai sono convinta che per metabolizzare certe cose, sia necessario ripeterle ad alta voce.
“Se non sono ancora salita sulla bilancia per quantificare il danno, è stato soltanto perché non voglio sapere quanto pesa il dolore provocato dall’insicurezza. Credo di averne accumulata troppa.”
Anche Cassandra non osa contraddirmi, sa che ho ragione: solo un non vedente non si accorgerebbe del mio aumento di peso.
“Lui che ha detto?”
“Frasi del tipo: quanto sei ingrassata? Forse dovresti dimagrire. Non starai esagerando con quel profiterole? È stato terribile.”
È arrabbiata quanto me: glielo leggo in faccia.
“Avresti dovuto rispondergli che la bellezza sta negli occhi di chi guarda.”
“Infatti, ora, lui sta con un’altra.”
Cassandra resta a bocca spalancata.
“Un’altra più carina, con due taglie di meno è una quarta di seno. Serve altro?”
Non credo che immaginasse anche questo. E non credo nemmeno che si aspettasse che lo dicessi in modo così sereno. Anche io me ne compiaccio.
“Cassandra: so che vorresti alleggerire il mio senso di colpa, saresti pure disposta a buttarti in una caccia al tesoro, che detesti più di ogni cosa, pur di trovare il lato positivo e farmi sentire meglio, ma sono ingrassata tredici chili — praticamente una gravidanza — puoi biasimarlo?”
“Tredici chili? Avevi detto di non essere salita sulla bilancia…”
“Una volta ho dato una sbirciatina… ero curiosa.”
Non le ho lasciato altro da aggiungere: non c’è niente che lei possa fare o dire per cambiare lo stato delle cose. E invece, il suo sguardo si accende, la spina dorsale ritorna in posizione eretta e la voce diventa decisa:
“Avresti dovuto dirmi del circolo vizioso.”
“Mi hai fatto notare mille volte che stavo esagerando, ma non ho ascoltato te, non ho ascoltato lui, ho ascoltato solo la mia voglia di riempire quel vuoto, mangiando…”
E di fronte a quella frase, che io stessa ho pronunciato, mi sorge il dubbio che il cibo non sia la causa del problema, ma solo una conseguenza.
“Eri davvero innamorata di lui?”
Tra tutte le domande che mi sono fatta, questa mi mancava.
“Certo o non starei così, ti pare?”
Ma quel punto interrogativo, quella insicurezza nel tono della mia voce… chi sto cercando di convincere me o Cassandra?
“Io credo che se fossi stata innamorata di lui e lui fosse stato in grado di darti ciò di cui avevi bisogno, non avresti cercato di colmare nessun vuoto.”
È complicato, ma potrebbe avere ragione.
“E credo anche che tu abbia sofferto abbastanza.” dice abbracciandomi. “Ma ho un piano, ne verremo fuori alla grande, ma dovrai ascoltarmi e fare ciò che ti dirò, me lo prometti?
“Te lo prometto.”
Da domani però: se ora se ne va, sono ancora in tempo per chiamare la pizza.

Sono passati 364 giorni da quella chiacchierata e Cassandra ha portato a termine la missione ‘salvo la mia amica’. Grazie al suo aiuto, sono dimagrita dieci chili, vedo il mio psicologo una volta a settimana, e ho un cane. Dopo esserci trasferite in un appartamento, per iniziare a vivere da sole, Cassandra mi ha regalato Max, un cucciolo di Bobtail che distrugge tutto. Ma mi adora: mi ha ridato la vita. Cassandra voleva dimostrarmi che non è vero che ‘tutti i maschi sono uguali’ e io, per ringraziarla di avermi fatto cambiare idea, le ho regalato una felce. In questi 364 giorni, non ho più rivisto Marcello, mi sono laureata e sto per diventare veterinario. A dirla così: sembra il finale della trasmissione ‘L’amore infedele’, ma funziona. Cassandra, invece, è diventata la responsabile del reparto accessori del negozio più bello della città e si vede con un tipo più vecchio di lei che assomiglia a Danny De Vito, ma non credo che diventerà una cosa seria. Sono single e non sono vagamente interessata a nessun esemplare maschio — a meno che non abbia quattro zampe — e sto benissimo. Cassandra, invece, sostiene che un uomo mi farebbe bene e che io sia single soltanto perché non curo il mio aspetto. E quando dice queste cose, in modo tanto determinato, significa che ha in mente una cosa tipo: ‘salvo la mia amica dal suo stile discutibile’. Ma questa è un’altra missione. Forse impossibile.

 

Illustrazione: Valeria Terranova

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