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16 Apr

Una Nuova Vita Part 5

enrica alessi scrittrice romanzo amore ai tempi supplementari

“S

ei pronta?” mi chiede Michele eccitato.
Se sono pronta? Credo di sì. È passato un anno da quel primo bacio e poi ne sono arrivati altri. Tanti altri. È arrivato anche il sesso grandioso che avevo immaginato, ma non sul pavimento dell’ascensore. E poi la sua proposta di matrimonio. Ho evitato di cotonare i capelli, anche se è il giorno più importante della mia vita, non volevo rubare la scena a Dolores.
“Sei bellissima”, dice Michele sistemandomi il velo, “ma ora dobbiamo andare… Felpa Rossa ti sta aspettando.”
Mi guardo allo specchio per l’ultima volta, prima di uscire dalla mia stanza, e penso a quanto possa essere imprevedibile la vita. Non so se sarò una buona moglie, ma so che se sei pettinata bene e indossi un bel paio di scarpe — e un abito da sposa di Vera Wang — te la puoi cavare in ogni situazione.
Sono appena le sette di mattina quando rientro in ufficio dopo il viaggio di nozze. Apro la porta e il profumo intenso di tuberosa mi ricorda che sono a casa. Il vaso è al solito posto: sulla scrivania organizzata di Olivia, accanto al suo computer e alla sua agenda. Anche il resto è in ordine. I bozzetti sul tavolo da disegno, i campioni di tessuto divisi per colore sugli scaffali, i moodboard di stagione appesi alle pareti appena imbiancate. Sono arrivata presto perché ho lasciato un po’ di cose in sospeso, ma la verità è che il mio lavoro mi è mancato. Anche Olivia mi è mancata. Mi metto in postazione e accendo il computer per controllare le email. E mentre aspetto che si avvii, mi appoggio allo schienale della poltrona fissando la scrivania di Bianca. C’è ancora il bouquet che le ho lanciato il giorno delle nozze. E, nascosti dietro il calendario, ci sono anche il suo spray igienizzante e la sua Amuchina gel. Non cambierà mai. Ricordo quando è arrivata qui, due mesi dopo la mia assunzione. Uno scricciolo di quaranta chili. Capelli rossi, look ricercati, scarsa confidenza con il make-up e una carnagione da fare impallidire la burrata. È la versione italiana di Grace Coddington, solo un po’ più giovane. Senza volerlo mi ha soffiato il posto di punching-ball e io sono diventata il braccio destro di Olivia — come da contratto. E Olivia, la donna che tanto detestavo, è diventata una delle mie più care amiche. Le sue perle di saggezza femminile riguardo all’indipendenza, al coraggio, alla determinazione dovrebbero finire su un manuale. Catalogate per tipologia casistica. Potrebbe diventare un bestseller. E mentre la immagino ritirare il suo primo premio letterario, la porta si apre e lei entra. Anche lei non cambierà mai: la donna in carriera per eccellenza.
Il suo stile impeccabile, quell’espressione di rimprovero quasi impercettibile che le sfugge quando si toglie gli occhiali da sole. E l’abbronzatura invidiabile che rende perfetto tutto ciò che indossa.
“Ciao capo!” le dico mettendo i piedi sulla scrivania.
“Alzati subito e vieni ad abbracciarmi…”
Scoppio a ridere e corro da lei.
“Come ve la siete cavata senza di me?’”
“Senza di te? Ci avevi talmente rotto le scatole con i tuoi preparativi, che appena sei partita per la luna di miele abbiamo iniziato a rilassarci”, dice sorridendo. “Com’è andato il viaggio, piuttosto?”
“Il Messico è meraviglioso… dovresti vederlo.”
“Certo, te li immagini Giacomo e Camilla chiusi dentro un aereo per più di dieci ore?”
“Ma c’è la televisione…” dico fingendo di dimenticare che razza di pesti siano i suoi bambini.
“La televisione? A quei due non basterebbe un esorcista, fidati.”
In effetti, non riesco a spiegarmi come riescano a tenerle testa. Li ha portati qui un paio di volte e Olivia era in serie difficoltà. Ma non ha mai alzato la voce, mai lanciato i fogli per aria, mai tirato il tubetto di colla contro la porta, e soprattutto non li ha mai guardati male come guarda male noi. Se adottasse la stessa tecnica di apprendimento anche a casa, potrebbe portare Bonnie e Clyde pure in Australia. In ufficio, Olivia è sempre un vulcano sul punto di eruttare. Io e Bianca abbiamo imparato a riconoscere i segnali che precedono l’esplosione e quando riusciamo a intuire come anticiparli — o addirittura a prevenirli — tutto fila liscio.
“Punching-ball?” le chiedo mentre indico la scrivania di Bianca.
“Lascia perdere: una volta mi è pure scappato il tubetto di colla contro la porta, ma dovrò pure insegnarle qualcosa, no?”
È come se stesse cercando la mia approvazione, ma non ne ha bisogno. Se potessi dirle quanto ho imparato grazie ai suoi rimproveri, credo che comincerebbe a tirarmi le sedie. Meglio lasciare stare. Nelle sue urla c’è qualcosa di magnetico, forse basta alzare la voce per essere più incisivi. Il problema sorge quando sei costretta a dire qualcosa che non vorresti, che non ti esce nemmeno a sussurrarlo. Forte, piano, non importa: devo trovare il coraggio di aprire bocca.
“Devo parlarti di una cosa…” dico con un filo di voce.
E mentre mi torturo pensando a come continuare, Bianca apre la porta e corre ad abbracciarmi.
“Ma chi sei? Barbie California?” esordisce sorridendo.
“Barbie Messico, semmai…”
“Come stai?” chiede sbaciucchiandomi.
Stavo iniziando il mio discordo d’addio, poi sei arrivata tu. Guardala: anche lei è abbronzata. Ha sostituito quel colore turchino con una tintarella decisamente ambrata.
“Bene… grazie! Anche tu vedo che hai preso un po’ di sole…”
“Vero! Ma quanto ci sei mancata?”
“Olivia sostiene il contrario… A chi devo credere?” chiedo in tono provocatorio.
Bianca scoppia a ridere.
“La settimana scorsa si è addirittura commossa davanti a un tuo disegno…” mi dice voltandosi verso Olivia.
Il suo sguardo minaccioso la fa ammutolire.
“Bianca: ti ricordo che mi devi un’ora di straordinario per sistemare i pasticci che hai combinato ieri. Vuoi che diventino due?”
Bianca si volta di nuovo verso di me e mi strizza l’occhio impavida. Sta rendendo tutto più difficile. Come faccio a sputare il rospo dopo aver saputo che si è addirittura commossa davanti a uno dei miei disegni? E comunque sono quasi certa sia tratti di quello delle pantofole di raso nero con inserti in lapin.
“Com’era il Messico?” mi chiede Bianca incalzante.
Mi ha aperto un mondo e mi sta chiedendo di chiuderne un altro.
“Meraviglioso!” dico con ciò che rimane del mio entusiasmo.
Sapevo che sarebbe stata dura, ma è più di quanto immaginassi.
“Raccontami qualche aneddoto sulla vacanza…” mi dice sgranando i suoi occhioni.
Vuole un aneddoto. Dicesi aneddoto episodio poco noto, curioso e significativo della storia o della vita privata di un personaggio. Ora o mai più.
“Davide mi ha chiesto di lasciare il lavoro. Vuole un bambino”, dico tutto d’un fiato, abbassando lo sguardo verso il basso.
Continuo a fissare il parquet in attesa di una reazione, ma nessuno dice niente. Resto sola con il contrasto delle venature del legno che mi ricorda il gioco della settimana enigmistica in cui si colorano le parti con il puntino. D’un tratto, alzo la testa, guardo Olivia e mi abbasso per schivare il tubetto di colla, ma lei non fa nulla. Tiene le mani sulla sua scrivania e mi guarda senza dire una parola. Mi volto verso Bianca cercando il suo sguardo, ma lei è già sparita. Seduta alla sua postazione che si disinfetta le mani con l’Amuchina Gel. Sono diventata il nemico o è il suo solito riflesso incondizionato che le viene ogni volta che è nervosa? Credo di aver immaginato questo momento almeno mille volte. In mille versioni differenti. Ho ipotizzato ogni singola sfaccettatura di ogni loro probabile reazione, e adesso che sto per sapere qual è quella giusta, temo comunque il verdetto. Devo rompere questo silenzio:
“Olivia sai quanto amo questo lavoro…”
“Siediti”, mi dice indicandomi una delle sedie che le sta di fronte.
Mi siedo su quella di destra, ma prima che possa aggiungere altro al mio incipit, lei mi precede: “So quanto ami questo lavoro, e so anche che non puoi farne a meno. Quindi, mi chiedo: Ci hai pensato bene?”
“Non ci ho dormito la notte”, rispondo tenendo lo sguardo su di lei sperando che possa capire quanto mi costi dirle tutto questo.
“Ecco, forse hai troppe ore di sonno arretrato, dovresti dormirci su.”
Sarebbe tutto più semplice se potessi darle i dettagli della nostra luna di miele. Ma lei non capirebbe certe smancerie. Lei vede solo il suo lavoro. Cosa può saperne di ciò che si prova quando l’uomo che ami ti guarda negli occhi, dicendoti che sei la donna della sua vita, che vuole averti sempre vicino, e che vuole diventare presto papà? Conosco la sua vita di madre e moglie in carriera, e so che non la voglio.
“Ci ho pensato bene, te lo assicuro.”
“Non è che sei incinta?” mi chiede con aria inquisitoria.
Perché ho l’impressione che lasciare il lavoro sia più giustificato per un figlio piuttosto che per un marito?
“No di certo. Non sono incinta.”
“E ora che abbiamo tolto di mezzo un potenziale marmocchio, vuoi il mio parere?”
Diciamo che lo sto letteralmente bramando.
“Stai facendo una pazzia!”
Sapevo che lo avrebbe detto, ma ora che lo sento con le mie orecchie, mi fa arrabbiare. Odio quando fa così. Crede di sapere tutto e invece non sa un bel niente. Perché devo sentirmi in colpa per la mia felicità?
“Sarà, ma ho preso la mia decisione”, dico con una punta di stizza.
“E sei sicura che sia quella giusta?”
“Non si è mai sicuri, ma sento che vale la pena rischiare.”
“Vuoi rinunciare alla tua felicità a causa di un marito?” grida.
“Non voglio rinunciare alla mia felicità a causa di un lavoro”, ribatto.
“Una come te la ritrovo quando voglio.”
E con questa direi che abbiamo chiuso.
Vorrei piangere, ma il pensiero di farle questo favore mi risulta insopportabile. Le sorrido e mi alzo per raggiungere la mia scrivania. Ripenso alla scena da cui mi sto allontanando e mi sento umiliata. Mi volto verso Bianca e chiedo: “E tu? Non dici niente?”
Si alza e mi guarda scuotendo la testa: “Sei sicura tesoro?”
È ufficiale: siamo due contro uno.
“Avevo qualche dubbio, ma voi me lo avete appena tolto.”
Ma prima che possa sedermi, Olivia chiama il mio nome: “Eva, puoi scendere di sotto a fotocopiare questi documenti?”
Ora mi sento profondamente umiliata: le fotocopie toccano all’ultimo arrivato. Sono io adesso il punching-ball?
“Certo!” dico afferrando i documenti. “Ah, dimenticavo Non aspettatemi per pranzo, ne avrò per un po’.”
Esco e sbatto la porta. Tra tutte le brutte giornate che ho avuto, questa è in assoluto la peggiore, mi dico mentre salgo in macchina sbattendo la portiera. In effetti quel rumore mi rilassa. Ora voglio solo tornare tra le braccia di Davide. Sistemo la borsa sul sedile, mi infilo gli occhiali da sole e afferro le chiavi per mettere in moto. Ma quando alzo lo sguardo, Olivia è davanti alla mia auto. Ammetto che l’opzione di investirla mi alletta parecchio.
Si avvicina al finestrino e mi fa segno di abbassarlo. Poi, china la testa e dice:
“Hai già dato le dimissioni?”
“Ho firmato il licenziamento oggi pomeriggio. Ho un mese di preavviso.”
“Quindi non c’è più nulla che possa fare per farti cambiare idea?”
Dov’è finita l’Olivia di prima? Quella che mi ha buttato nello stanzino delle fotocopie?
“Ti prego non farne una questione personale, è solo che la vita è fatta di scelte e io ho preso la mia decisione.”
“Non farne una questione personale? Sto perdendo la collega migliore che abbia mai avuto e mi chiedi di non farne una questione personale?”
“Olivia: sono stata la tua prima collega, non ne hai avute altre prima di me…” preciso divertita.
“Questi sono stupidi dettagli”, dice mentre si mette a frugare nella borsa, quasi a cercare un diversivo.
Anche lei si sta commuovendo? Non sembra più arrabbiata con me. Scendo dall’auto e le butto le braccia al collo.
“A volte anch’io fatico a credere che sto lasciando questo lavoro, ma quando il destino ti fa una domanda — se la risposta è una sola possibile — ascolti sempre e solo il tuo cuore”, le sussurro cercando di trattenere le lacrime.
“E il tuo cuore che ti dice?”
Le basta guardarmi negli occhi per avere la risposta che cerca.
“Anch’io ho un marito, ma questo non mi impedisce di avere un lavoro.”
“È una cosa diversa.”
“Perché il mio è un direttore di banca e il tuo è un calciatore?”
Time Out. Se in viaggio di nozze avessi messo in valigia un gruppo di mariachi da far cantare in caso di necessità, ora non mi troverei in questa situazione. Sarei disposta ad affrontare uno tsunami piuttosto che vedermela con lei.
“Non è solo questo…” dico a bassa voce.
“E allora cos’è? Tutti facciamo le nostre scelte ascoltando il cuore, ma tu devi aver battuto la testa. Hai valutato la cosa con attenzione?”
“Ti assicuro che l’ho fatto…”
“Non credo”, dice recuperando quello sguardo severo che conosco fin troppo bene. “Tu stai ancora sfruttando l’euforia che ti procura sentirti realizzata nel tuo lavoro, avere un ruolo determinante in ufficio, e la consapevolezza di avere grandi capacità che possono farti fare carriera. Ma quando il mese di preavviso sarà finito, tutto questo verrà a mancarti. Ti ritroverai sola tra le tue quattro mura e non ti basterà. Morirai dalla noia.”
Si sbaglia: io non sono come lei. Io non ho bisogno di un lavoro per sentirmi realizzata. Voglio una famiglia e voglio essere una madre presente. Olivia passa più tempo con noi che con con i suoi figli, e non ci vuole Freud per capire che il loro comportamento ribelle è frutto di una disperata ricerca di attenzioni.
“Ho preso la mia decisone, se mi vuoi bene devi accettarla.”
“Ma come puoi chiedermelo?”
“Prendere o lasciare…”
Ora sono io a leggere nel suo sguardo la risposta che cerco. Il suo viso si ammorbidisce e le sfugge un sorriso.
“E io cosa ci guadagno?” mi chiede.
“Possiamo mettere in produzione la mia pantofola in raso con inserti in lapin…” suggerisco divertita.
Olivia sorride, mi abbraccia, e nella sua stretta sento l’affetto e la rassegnazione che mette fine a ogni dubbio.
“È un’occasione imperdibile, il mondo merita uno dei tuoi accessori.”
OTTAVO EPISODIO
Illustrazione: Valeria Terranova