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21 Nov

The power of love

romanzo not for fashion victim enrica alessi

 

romanzo not for fashion victim enrica alessi

L

o speciale sul Silenzio degli Innocenti continua imperterrito, ma nel mio salotto, sembra che Celine Dion stia cantando dal vivo The Power of love. Dunque mi trovo di fronte a una fuga d’amore: una cosa tipo ‘Lolita e il Vagabondo’ e nonostante mi renda conto che il dottore potrebbe essere là fuori a cercare il suo cane scomparso, l’idea di aprire la porta per accertarmene mi fa venire i brividi. Torno sul divano, afferro il telecomando e cambio canale. Ho bisogno di calmarmi, di scaricare l’adrenalina, ho bisogno di riflettere. Lolita e Max continuano ad amoreggiare sotto i miei occhi e questo rende tutto più difficile: sapere che sono destinati a dividersi mi rattrista, ma non c’è modo di impedirlo. Potrei evitare questa separazione adottando il cane del dottore, ma non credo che accetterebbe. Un sequestro, invece, risolverebbe il problema. Com’è possibile che i ruoli si siano invertiti? Il mostro che doveva aver rapito Max è innocente e io, che ho sempre creduto di essere la vittima, sono improvvisamente diventata la colpevole. Non posso farlo. Mi alzo dal divano, recupero il cellulare nascosto sotto il plaid e mi avvicino a Lolita che continua a scodinzolare. Le mie dita raggiungono la medaglietta del collare, da una parte c’è il nome, dall’altra un numero di telefono: lo aggiungo ai contatti. Ora chiamerò il dottore, gli dirò che il suo cane è fuggito e lui si precipiterà qui a ritirarlo, ma il pensiero di fornire il mio indirizzo a quello che nel mio immaginario era Bufalo Bill, fino a cinque minuti fa, mi dissuade. Non posso fare neanche questo. Ho deciso: Lolita passerà la notte qui, nel frattempo, analizzerò ogni singolo aspetto della vicenda e domattina, quando avrò partorito una soluzione per gestirla, mi metterò in azione.

Sono un veterinario, sono il dottore degli animali, ma solo l’elefante africano sarebbe riuscito a fiutare la presenza di un suo simile da quella distanza. Ciò che sto per dire potrebbe compromettere per sempre la mia credibilità di medico, ma alla luce dei fatti, la sola ipotesi possibile è che entrambi i cani siano bionici. Anche il dottor Savastano avrà difficoltà a trovare una spiegazione logica, e non ci vuole un genio per capire che, visti i precedenti, mi accuserà di aver rapito il suo cane per vendetta. La sola cosa che posso fare è mantenere la calma, limitarmi a descrivere i fatti e sperare che non si faccia idee sbagliate. Sono le sette e trenta di domenica mattina, è presto, ma non credo che il dottore stia dormendo. Lo immagino disperato alla centrale di polizia che denuncia la scomparsa del suo cane e capisco che non posso prolungare oltre l’agonia, devo fare questa telefonata. Seleziono il numero che ho salvato tra i contatti e faccio un bel respiro.
“Pronto.”
Voce cupa, leggermente adirata. Avrei voglia di riattaccare. È in quel momento che elaboro velocemente un cambio di programma, non posso dire chi sono, devo fingere di essere un semplice passante che ha trovato per strada il cane, quando ci troveremo faccia a faccia, mi fingerò sorpresa per la coincidenza, lui mi ringrazierà, io gli dirò addio e Max e Lolita si dimenticheranno per sempre.
“Buongiorno, la chiamo perché presumo che lei sia il padrone del cane che ha questo numero telefonico inciso sulla medaglietta…”
“Oh! Che bella notizia! Non può immaginare quanto sia stato in pena per Lolita.”
“Lo immagino perfettamente.”
“Mi dia il suo indirizzo la prego, mi metto subito in auto.”
Non sono l’agente Starling, ma non darò mai il mio indirizzo a Bufalo Bill.
“Be’ vede, sono fuori con il mio cane, stavamo facendo una passeggiata all’aperto e ci siamo imbattuti nel suo, sono già per strada: se vuole darmi il suo indirizzo, vengo io da lei.” suggerisco prontamente.
“Confesso che è molto raro, al giorno d’oggi, trovare persone così disponibili…”
“Lo faccio volentieri…”
“Sono a Modena in Via Piave 77.”
Lo sapevo già. Riattacco, ma quando i miei occhi ritornano su quelli che sembrano i cani più innamorati del mondo, mi si stringe il cuore. Mi abbasso verso di loro e faccio un breve discorso: “ragazzi, so che ciò che sto facendo potrà sembrarvi crudele — e in effetti lo è — ma prometto che troverò una soluzione perché questo non sia un vero addio. Dovete fidarvi di me…”
E nonostante abbia aggiunto una buona dose di pathos per conferire più credibilità alle mie parole, i loro sguardi sdolcinati non mostrano alcuna considerazione nei miei confronti: è come se non esistessi. Prendo il guinzaglio di Max, lo aggancio al collare di Lolita che, senza opporre resistenza, mi segue. Anche Max sembra non capire cosa stia succedendo: rimane sulla porta, scodinzola, io la chiudo ed esco senza di lui. Raggiungo l’auto pregando che Lolita sia collaborativa nel salire: le mie costole possono reggere una notte di sesso, ma sollevare un cane di quaranta chili mi sembra eccessivo.
“Forza tesoro sali… “ dico aprendo il portellone.
Lolita si volta a guardare la porta dietro cui — probabilmente — Max la sta aspettando: ho un nodo in gola, ma non posso fare altro che incitarla di nuovo:
“Forza, dai Lolita!”
Buona la seconda, lei sale e io mi metto al volante.

Dopo dieci minuti di guaiti disperati, inizio a pensare che avrei dovuto lasciarla con Max, far sparire la documentazione del suo microchip e adottarla. So che ho definito un iter simile a questo come un rapimento e riconosco pure di averlo etichettato come un gesto riprovevole, ma ci sono delle eccezioni e due cani innamorati sono l’eccezione. Eppure, il mio senso del dovere nei confronti di un padrone che ha smarrito il suo, mi impone di portare a termine la missione ‘riconsegna’. Svolto sulla destra e imbocco il viale di Bufalo Bill. L’auto si ferma a un metro dal cancello, spengo il motore e scendo. Bene: ora che gli dico? Deglutisco a fatica, la mia lingua è una moquette, mi precipito verso il portellone e chiedo a Lolita di scendere. Scodinzola: forse non è il mostro che credo che sia. Suono il campanello e lui apre la la porta.
“Tesoro mio: vieni da papà!”
Il dottore corre verso di lei, si china e Lolita lo copre di baci. E mentre i miei occhi si perdono in un concentrato di dolcezza che non avevo previsto, lui solleva lo sguardo e non sembra felice di vedermi.
“Melissa che strana coincidenza…”
Sapevo che lo avrebbe detto.
“È venuta in ospedale per accusarmi di aver rapito il suo cane e dopo un paio di giorni, lei si presenta con il mio…”
“Lo so sembra assurdo, ma Max è stato ritrovato in questa zona da un ragazzo che lavora in quello stabilimento laggiù.” dico puntando l’indice sul grande edificio con le pareti in vetro. “I nostri cani devono essersi innamorati…”
“Ma non mi aveva detto che era stato sterilizzato?”
Già lo avevo detto. Ma solo perché pensavo che ci stesse provando con me. Nonostante la mia fervida immaginazione si attivi cercando di limitare i danni, nella maggioranza dei casi, produce un effetto domino sulla mia vita. E ora non sono nella posizione di dire la verità: il dottore potrebbe offendersi e Max non vedrebbe più Lolita.
“Be’, forse non ha perso lo stimolo…”
La mia risata nervosa non deve averlo convinto, il suo sguardo è ancora quello di chi sta sulla difensiva.
“Mi sta dicendo che è un cane bionico?”
Forse la mia teoria non era così stramba, ma continuo a sentire diffidenza nel suo tono di voce. Credevo avesse dimenticato le mie accuse e invece sembra ancora risentito. Ma come si dice a Napoli? Scurdámmoce ‘o ppassato, simmo ‘e Napule paisá!
“Bionico o no, è senza dubbio innamorato: non possiamo dimenticare il passato e metterci una pietra sopra?”
Il suo viso si rilassa. Sorride.
“Quindi il suo cane è scappato per venire qui e il mio ha fatto lo stesso?”
“Il potere dell’amore fa miracoli…”
“Mascalzona!” dice spettinando la frangia a Lolita. “Allora devo proprio conoscere il tuo spasimante.”

Bufalo Bill è andato a farsi friggere insieme all’agente Starling e io e il dottore abbiamo concordato che due giorni a settimana programmeremo un’uscita perché Max e Lolita possano vedersi.
Ammetto che il pensiero di trovarmi a passeggio con il dottore — anche se per una buona causa — non mi entusiasma, ma ho già un’idea che mi consentirà di limitare le nostre frequentazioni, aumentando quelle dei cani. Per esempio potrei sfruttare la sua assenza durante i turni di notte in ospedale e offrirmi di tenere Lolita per non farla sentire sola. Anche questa è una possibilità. Risalgo sulla mia auto vittoriosa e mentre sto uscendo dal viale del dottore per immettermi sulla via principale, vedo Enrico davanti al suo stabile con un gruppo di ragazze. Avevo dimenticato che la vendita speciale comincia ufficialmente oggi e quelle devono essere le sue clienti di fiducia. Sicura che non si sia accorto di me, attraverso l’incrocio senza farmi notare, ma lui agita il braccio per salutarmi. Accosto, non scendo, abbasso il finestrino del lato passeggero.
“Ciao.”
“Ciao Melissa, che ci fai qui?”
Sembra felice di vedermi, molto felice. Io al contrario, sono in imbarazzo. La motivazione che giustifica la mia presenza qui, oggi, senza Cassandra al seguito, seppure sia vera è poco credibile: mi ci vorrebbe una giornata per spiegargli i fatti e renderla tale, ma non mi sembra il momento. Mi rassegno: penserà che sono interessata a lui, che sono venuta qui per controllare le sue mosse, non posso farci niente.
“È una storia lunga… te la racconterò a cena.” dico nel tentativo di svignarmela velocemente.
“Okay, mi ha fatto piacere vederti… anche se solo per un attimo.”
Sto arrossendo, lo sento, le mie guance hanno raggiunto la temperatura di ebollizione. Anche le ragazze che sono con lui sembrano godersi la scena.
“Sicura che non vuoi entrare? Ti offro un caffè.”
“No, ti ringrazio, ho lasciato Max a casa da solo, vado da lui.”
“Ci sentiamo la prossima settimana allora…”
Mi piace il suo sorriso: il problema è che sto continuando a fissarlo come un’ebete senza dire una parola.
“Sì… okay… ciao.”
Chiudo il finestrino e mi allontano.

Sono a casa e pare che Max non abbia riportato danni all’umore. Sono tranquilla. Ora voglio dimenticare la storia del dottore per cui ho rischiato l’infarto, quella di Enrico che ha compromesso la mia dignità femminile e voglio chiamare Luca per chiedergli quali programmi ha in mente per stasera e… sì, confesso che la speranza di ripetere la piacevole esperienza di venerdì notte mi ha messo di buon umore. Recupero il telefono dalla borsa e mi accorgo di una notifica su Instagram. C’è un messaggio di Jerôme. Il suo savoir-faire sfiora i limiti dell’immaginazione umana, sembra quasi aver intuito che avessi problematiche più importanti da risolvere e che abbia risposto solo ora che le mie condizioni psicofisiche possono reggere un nuovo scontro con Britney. O forse era solo impegnato.

“Cara Melissa, come stai?
Sono onorato del compito che hai deciso di assegnarmi, a questo punto, credo che la mia presenza alla festa di Cassandra sia quasi dovuta.”

Potrei smettere di leggere: sono già soddisfatta del risultato, ma sono curiosa.

“Avevo pensato a una t-shirt bianca con una scritta a tema, tipo: « something good is coming », a un jeans usato senza cuciture in fondo, a un paio di scarpe nere eleganti — da abbinare rigorosamente a un paio di calzini bianchi — e a una corona. Che ne pensi?
Fammi sapere
Sai dove trovarmi
Un abbraccio
Jerôme.”

Che ne penso? Ho qualche perplessità sulla corona che non saprei dove rimediare, ma per il resto, direi che anche Karl Lagerfeld potrebbe suggerire un tema del genere, Britney non avrà alcun sospetto. Ma questo non toglie che abbia un bisogno disperato di una notte di sesso: chiamo Luca.

 

VENTISETTESIMO EPISODIO

Illustrazione: Valeria Terranova