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11 Dic

Protocollo Manhattan

enrica alessi l'amore ai tempi supplementari

enrica alessi l'amore ai tempi supplementari

 

È

vero il mio inglese fa schifo. E anche se sono convinta che sarei riuscita a cavarmela, ora che Michi è il mio compagno di viaggio, cambia tutto. Chi lo avrebbe detto che il mio migliore amico mi avrebbe seguita a New York? E si è pure accollato la trasferta. Pare che uno dei suoi clienti che produce scarpe, abbia accettato la sua proposta di cambiare la location dello shooting fotografico. Lo ha convinto dicendo che il fascino della Grande Mela avrebbe contagiato la sua collezione natalizia e che la stessa avrebbe avuto un notevole impatto sui social. E se la proposta sembrava già allettante, quando Michele ha suggerito un diversivo alle modelle, lui non ha resistito. Immagina il Rockefeller Center e il suo grande albero illuminato, le fronde sinuose sono le gambe di una donna, le loro estremità calzano i modelli della collezione. Sneakers stampa angioletti, décolleté con pietre colorate, stivaletti con applicazioni preziose che si riflettono nelle luminarie esaltandone lo splendore… Come poteva dirgli di no? Forse dovrei temerlo: anche lui disegna accessori, ma il fatto che possa permettersi di mandare il suo fotografo dall’altra parte del mondo, fa di lui un degno concorrente. Sarà una guerra all’ultimo tacco.
“Come hai detto che si chiama il tuo cliente?” chiedo allacciandomi la cintura di sicurezza.
“Non te l’ho mai detto…”
“Dai, smettila di fare il misterioso…”
“Questa è concorrenza sleale, ti ho già svelato più del dovuto, ora mettiti buona, fatti un goccetto e dormi.”
“Ma l’aereo deve ancora decollare, abbiamo un sacco di cose da dirci…” protesto. “E poi lo sai che non reggo l’alcol, ogni volta che bevo, faccio qualcosa di cui mi pento.”
“Scusa, ma devo contraddirti: ogni volta che bevi, la tua vita impenna.”
“Appunto. Per stavolta ci faremo bastare l’impennata dell’aereo. Dicevamo: come si chiama quel cliente?”
Michi finge di ignorare la mia domanda, lo vedo sbracciarsi per attirare l’attenzione della hostess, che si affretta per raggiungerlo.
“Un Vodka tonic per la mia amica. La prego.”
Lo sento bisbigliare l’ultima frase. Ma dove crede di essere? Dentro un film di spionaggio? Tipo: Protocollo Manhattan? Lo colpisco con il gomito.
“Non ti fidi di me?” sussurro.
“Okay: te lo dico solo se prometti di lasciarmi dormire un po’: muoio di sonno.”
“Okay, prometto.”
“Si chiama Styletto. Contenta adesso?”
Abbastanza: un marchio con un nome così geniale credo mi darà filo da torcere, ma non è questo il momento di pensarci.
“Il Vodka Tonic lo prendo io.” dice sorridendo rivolgendosi alla hostess.
“Be’ se proprio insisti, ti farò compagnia. Prendo un whiskey con ghiaccio.”
La hostess sembra confusa, anche Michele mi guarda sorpreso.
“E da quando sei diventata Alexis di Dinasty?” mi chiede.
“Da quando ho scoperto che il whiskey è l’alcolico migliore per mantenere la linea e il tono muscolare. È senza grassi, ha pochissimo sodio e contiene calorie e cairboidrati, ma solo in forma di zuccheri che si bruciano velocemente… “ dico soddisfatta “non lo sapevi?”
“No. Allora, uno anche per me.”
La hostess ci porge i bicchieri e brindiamo.

L’aereo è decollato, siamo in volo da dieci minuti e ho definitivamente perso la lucidità — quattro minuti prima che la stessa hostess che mi ha stordito con il whiskey, mi consegnasse la tessera per attivare il Wi-Fi. Michele ha reclinato la sua poltrona, si è coperto, ha le cuffie nelle orecchie e la mascherina per dormire: di chiacchierare non se ne parla. Io invece, sono troppo eccitata per chiudere gli occhi. E mentre mi sforzo di provarci, rivedo la bocca di Paolo, rivivo i suoi baci, mi sembra di poter sfiorare il suo petto ed è come se mi stesse stringendo per prendermi…Ossantocielo! Riapro gli occhi di colpo, guardo fuori dal finestrino per distrarmi da quei pensieri eccitanti, ma tra le nuvole soffici, spunta pure il suo sorriso con fossette in coordinato: sono in trappola. Le dita tamburellano sul cartoncino che ho abbandonato sulle ginocchia prima dei flash a luci rosse, e mi viene un’idea. Cerco di attivare il Wi-Fi, che di per sé è già abbastanza difficile, io sono pure ubriaca e la cosa si complica, ma dopo quattro tentativi, ci riesco. Ora che il mio telefono è abilitato al traffico ad alta quota, posso sentire Paolo. Tentare una chiamata con Whatsapp è da sbruffoni, meglio un messaggio vocale che rimarrà impresso per sempre nella nostra chat. Mi schiarisco la voce, canto un pezzetto di Isla Bonita per fare le prove generali, poi inizio a registrare.
“Ciao amore, sono io. Sono in volo e mi manchi. Mi manchi tantissimo… non vedo l’ora di tornare tra le tue braccia. Un bacio.”
Rimango con il cellulare tra le mani aspettando una risposta, ma dopo qualche minuto, ancora niente. E mentre mi domando se la causa non sia da attribuire al fuso orario, che potrebbe già avermi portato indietro nel tempo, perdo i sensi e cado in un sonno profondo.

Al mio risveglio stanno già servendo il pranzo.
“Buongiorno C***secco!”
“Buongiorno…” dico sorridendo “che c’è di buono?”
“Pasta al pomodoro, arrosto di tacchino con patate, torta di mele e gelato alla vaniglia.”
In condizioni normali non riuscirei mai a farmi fuori un menù del genere, ma la fame chimica inizia a farsi sentire e ho l’acquolina in bocca.
“Ti sei riposato?”
“Abbastanza e tu?”
La sua domanda mi ricorda di avere una questione che ho lasciato in sospeso. Ho ancora il telefono tra le mani, riporto lo schienale nella posizione di origine e controllo Whatsapp: Paolo non ha ancora risposto. La connessione è scomparsa, il credito che avevo a disposizione deve essersi esaurito.
“Abbastanza…” rispondo distrattamente. “Hai ancora il cartoncino che ti ha dato la hostess per accedere al Wi-Fi?”
“Non mi ha dato niente, forse stavo già dormendo…”
“Posso chiederglielo? Ho mandato un messaggio a Paolo e non vedo la sua risposta, credo sia per la mancanza di connessione…”
“Mi stai dicendo che non puoi aspettare di atterrare?”
“Certo che no… Era un messaggio romantico… dovresti saperlo che le donne non si danno pace per cose come questa.”
“Haha. Ti sei innamorata…”
Il suo tono provocatorio mi fa avvampare, anche il mio palese coinvolgimento affettivo mi fa sentire impacciata, ma non posso negare l’evidenza, specie adesso che ho bisogno di connettermi per sapere se ha risposto.
“Sì, mi sono innamorata. Ora posso avere il tuo codice?”
La mia impazienza evidente deve averlo convinto, alza la mano per chiamare una delle hostess e chiede la tesserina del Wi-Fi. Lei gliela consegna e lui la porge a me. Cerco di ricordare gli errori commessi nei tentativi precedenti e attivo la connessione al primo colpo. Dopo trenta secondi, sulla chat di Whatsapp compare un messaggio vocale di Paolo.
“Ti ha risposto?” mi chiede.
Annuisco, sorrido, premo il tasto play e porto il cellulare all’orecchio. Sento la radio in sottofondo. Lo immagino nella sua auto, ride, sembra quasi in imbarazzo. Dice che anche lui — ehm ehm — ha voglia di… vedermi. Aggiunge che sono fantastica, si raccomanda di divertirmi e conclude chiedendomi di chiamarlo una volta arrivata. Arrossisco.
“Fammi sentire…” chiede Michi allungando la mano per prendere il cellulare.
“Non posso… sono cose personali…”
Ma il suo sguardo di rimprovero pare voglia ricordarmi che se non fosse stato per lui, ora non sarei qui a gongolare. Cedo al suo volere e gli passo il telefono.
“Complimenti per l’audacia C***secco, stavolta mi hai stupito…” dice sghignazzando.
“Perché che ho fatto?”chiedo preoccupata.
Riprendo il telefono, ascolto di nuovo il suo vocale, ma non riesco a capire. A quel punto, mi viene il dubbio che Michi non si stia riferendo al messaggio di Paolo, ma al mio. E il terrore che mi ha appena assalito, si materializza nel mio sguardo, che incrocia quello divertito di Michele.
“Stai ridendo per quello che ho detto io?”
“Be’, diciamo che non ti sei risparmiata, ma lui deve aver gradito, non preoccuparti…”
La sua frase mi spiazza, premo il tasto play sul mio messaggio e ascolto.
“Lest nait ai drem ov San Pedro, giast laik aid never gon ai new de song… Ahahahahah… Tropicol de ailand bris ol de netur lait an fri dissis uei ai long tu bi laila bonitaaaa…”
Alla seconda risata sguaiata, mi fermo, non ho il coraggio di continuare.
“Ossanticielo!”
Michi mi guarda e ride.
“Dove sei arrivata?” mi chiede.
“Al pezzo cantato… quello che credevo di non aver registrato… ma evidentemente…” rispondo mortificata. “Dimmi che questa è la parte più imbarazzante, ti prego!”
I suoi occhi dicono di no. Per dovere morale, mi sforzo di continuare.
“Ehi bello! Sono io. Sto volando e penso a te, a noi, alla scorsa notte. Mmm… Sei un uomo incredibile. Sei il miglior sesso di tutta la mia vita. E non vedo l’ora di tornare da te… ho voglia di sentirti tra le coscie… muuuaaa.”
È ufficiale: voglio gettarmi dall’areo.
“Puoi smetterla di ridere?” lo rimprovero.
“No, non ce la faccio.”
“Ti rendi conto di cosa gli ho detto?”
“Guarda che ti stai preoccupando inutilmente.”
Dunque: ho appena inviato al mio ragazzo un messaggio a sfondo sessuale e lui mi sta dicendo che non devo preoccuparmi?
“Sei pazzo? Certo che devo!” ribatto contrariata.
“È evidente che eri ubriaca, si sarà fatto due risate. E poi hai detto delle cose che ogni uomo vorrebbe sentirsi dire.”
“Sì, ma non è da me, io ho un approccio più dolce… di solito.”
“Ti assicuro che questo tuo lato gli piacerà più di quanto immagini. E poi come si dice? In vino veritas, figurati in whiskey.”
La sua voglia di scherzare non tiene conto della dose di vergogna da cui mi sento sopraffatta.
“La colpa è solo tua: sei tu che mi hai chiesto di bere…”
Ma anche di fronte alle mie accuse non riesce a trattenersi, continua a ridere senza ritegno. Controllo l’orologio: tra quattro ore scenderò da questo aereo, gli telefonerò e chiarirò le cose, ma posso fare qualcosa anche adesso. Approfitto degli ultimi minuti di connessione di cui dispongo e gli mando un nuovo messaggio — scritto questa volta.
“Paolo, ciao. Scusa per il messaggio di prima… non volevo essere così… esplicita. Volevo dire che mi manchi, che ho voglia di abbracciarti. Ti chiamo appena arrivo.”
Premo invio, il messaggio giunge a destinazione, ma prima che possa ricevere risposta, la connessione si interrompe.
“Non farmi bere mai più!” dico in tono minaccioso.
“Chiedimi tutto, ma non questo: sei uno spasso quando bevi.”
E in effetti, ripensando alla scena, lasciando da parte i coinvolgimenti, il pudore e la vergogna, non posso che dargli ragione: sono uno spasso disastroso.

Arriviamo a New York nel tardo pomeriggio. In Italia sono le undici di sera: è troppo tardi per chiamare Sofia, mi limito a mandare un messaggio a Davide, giusto per avvisarlo che il viaggio è andato bene. E dopo aver recuperato i bagagli, io e Michele ci mettiamo su un taxi per raggiungere l’albergo. Mi sento come Judy quando mette piede a Zootropolis cantando Try Everything di Shakira. Tutte le paure sono scomparse, sono una donna indipendente alla scoperta del nuovo mondo, una stilista in cerca di ispirazione, ogni angolo di questa città può offrirmi degli spunti e sono qui per coglierli. I grattacieli illuminati, la baia di Manhattan, i taxi gialli che corrono per la città cancellano i problemi che ho lasciato a casa e mi fanno sentire invincibile.
“Sai che non dormiremo nello stesso albergo, vero?”
Ritratto: quasi invincibile.
“Perché?” chiedo delusa.
“Perché non potevo immaginare quale hotel avessi prenotato e il Mandarin Oriental è decisamente fuori dalla mia portata.”
“Resta con me, ti prego!”
“Ho un albergo pagato a pochi isolati dal tuo…”
“Solo per stanotte, ti prego, ti prego, ti prego.”
“Odio quando dici ‘ti prego’ tre volte di fila.”
“Ti prego…”
Michi alza gli occhi al cielo, sbuffa, sorride soddisfatto e quando fa così, so cosa significa.
“Okay, però mi porti a cena.”
“Ti porto nel più bel ristorante della città amore mio.”
E anche se non so quale sia, lo troverò.

Ho prenotato il ristorante: Nobu era quasi una garanzia. E ho saggiamente rimandato il live con Paolo, scrivendogli un messaggio: “Sono arrivata. Mi manchi. Ti chiamo domani.”
E a cena, io e Michi ci siamo detti tutto ciò che in volo ci era sfuggito. Anche La Tartaruga è stato uno degli argomenti principali, e fatta eccezione per la fase iniziale, in cui mi sono sentita a disagio, il resto della conversazione è andato meglio. Non so dire se sia innamorato, ma questo Raffaello ha un forte ascendente su di lui. Chi voglio prendere in giro? So bene cosa prova per lui. Ma il cuore di Michi è sempre stato mio soltanto. E non sono generosa: non abbastanza per cedergli un po’ del mio spazio. Sono egoista? Può darsi. Ma il mio istinto sente la competizione ed è come se le mie reazioni fossero indipendenti dalla mia volontà. Lo voglio tutto per me. Rientriamo in albergo, dopo aver bevuto champagne, Michi sfodera il repertorio di battute esilaranti, io gli sto dietro, siamo piegati in due dal ridere. Non riusciamo a trattenerci nemmeno davanti al portiere del palazzo. Siamo ubriachi di vita, rapiti dalla voglia incontenibile di creare situazioni imbarazzanti che ci racconteremo negli anni che verranno. Arriviamo alla camera barcollando: visti da fuori, sembriamo il Gatto e la Volpe. E non so dire chi sia chi. Ci buttiamo sul letto sfiniti dalle risate. Michi mi accarezza i capelli, mi bacia sulla fronte, mi abbraccia. E lì, mi viene una domanda che mi sono sempre fatta e che mai avrei pensato di fargli. Quelle cose che si pensano, ma che non si dicono.
“Sei proprio sicuro che…”
“Che cosa?”
Lo sento dai sussulti del petto che sta per scoppiare in una risata delle sue. Sollevo lo sguardo, mi fiondo sui suoi occhi: sa di cosa parlo. Scoppia a ridere.
“Eva… sono sicuro. Amo le donne, ma preferisco gli uomini.”
“Peccato.”
Sorrido, lo bacio sulla guancia e mi appoggio sul suo cuore.
“Eva…”
Ci ha ripensato?
“Ho il calco del tuo make-up sulla camicia. Domani la mando in tintoria a tue spese.”
“Va bene.”

TRENTAQUATTRESIMO EPISODIO

Illustrazione: Valeria Terranova