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3 Dic

New York sto arrivando

enrica alessi l'amore ai tempi supplementari

enrica alessi l'amore ai tempi supplementari

D

a quando il gatto nero mi ha attraversato la strada, la mia vita sentimentale ne ha inevitabilmente risentito. Forse ho cambiato idea su quella stupida credenza superstiziosa. E forse questo viaggio non è arrivato per caso: l’ho capito quando Paolo mi ha chiesto di vederci e io ho trovato mille scuse per evitarlo. Il mio ruolo di mamma ha nettamente sovrastato quello di donna e ora che sto per separarmi da Sofia, non riesco a pensare ad altro. Fuori c’è buio. Le luci di Natale si riflettono nelle pozzanghere: specchi di pioggia luccicanti che amplificano la mia tristezza. L’umore peggiora, quando l’auto si ferma davanti a casa di Clara. Gli attimi che non vorresti mai veder finire. Sofia guarda fuori dal finestrino, prima da una parte, poi dall’altra, sembra che voglia controllare di essere giunta a destinazione, ma so che c’è dell’altro. Anche lei è triste, è triste perché la mamma sta partendo. Concedersi una chance ha il suo prezzo. E mentre la aiuto a scendere dall’auto, prego che nessuna delle due si metta a piangere. Anche Olivia ha preparato lo zainetto per la trasferta: il potere persuasivo di Andrea ha dato i suoi frutti. E io mi sono sentita di ricambiare, insegnando a Olivia come fare pipì sul divano. Dovrei brevettare questo metodo. Raccogliere il tappetino assorbente che giace sul pavimento, posizionarlo sul divano ed educare il cane a fare pipì solo ed esclusivamente nella zona delimitata. Prima di colpire il divano del nemico, assicurarsi di riporre il tappetino assorbente sul pavimento per disorientare il cane. Aspettare il bisogno fisiologico dell’animale e godere degli effetti da esso provocati — con discrezione. Mi perderò la scena, ma il risultato è garantito. La casa di Clara è stata scelta come luogo per lo scambio. Il pensiero di tornare nell’appartamento di Davide — dove probabilmente c’è ancora il test sulla mensola — mi metteva ansia e ho preferito evitare. Suono il campanello e il portone si apre. Clara ci aspetta sulle scale e tende le braccia verso Sofia che corre per raggiungerla.
“Hai visto nonna? Te l’avevo detto che era carina…” esordisce lei, presentandole la sua amica inseparabile.
“Non è carina, è bellissima.”
Sofia entra in casa, si toglie la giacca e si butta sul divano con Olivia, la faccenda si fa seria, devo intervenire. Recupero velocemente uno dei tappetini, mi fiondo sui cuscini e lo adagio con cura.
Quando mi volto, Clara ha le braccia conserte e un grosso punto interrogativo sulla testa: la conclusione della domanda che le leggo scritto in faccia.
“Pensavo che quegli affari fossero da stendere sul pavimento…” mormora.
“È solo una precauzione, non vorrei mai che ti rovinasse il divano.” dico in tono rassicurante.
Non posso certo coinvolgerla del mio attentato, ma se di fatto, Clara non è mia complice, la sua espressione divertita si traduce come un chiaro segno di favoreggiamento.
“Io non ho visto niente.” dice alzando le braccia in segno di resa. “Vuoi un caffè?”
È quasi ora di cena, ma Sofia è davanti alla TV, sembra tranquilla, ne approfitto per restare ancora un po’.
“Sì, grazie.”
“Hai preparato i bagagli?”
“Quasi, mancano poche cose.”
“Andrà tutto bene…”
La mia ansia è palpabile o non sarebbe qui a rassicurarmi, ma se fosse al corrente degli ultimi sviluppi, credo che capirebbe il mio stato d’animo.
“Lo so. È solo che mi aspettavo una tappa più vicina come prima trasferta, ma me la caverò.” dico sorridendo.
Clara mi serve il caffè, ho l’impressione che stia scrutando il mio viso per cercare i tasselli che le mancano. Che dovrei fare? Parlarle del test? Della mia sfuriata con Davide? Non sono pronta a un riassunto dettagliato. E prima che sia lei a farmi domande a cui non mi sento di rispondere, decido che è giunto il momento di andare.
“Sofia, amore, vieni dalla mamma…”
Si precipita verso di me, il suo labbro inferiore si sporge in avanti e ciò che avrei volentieri evitato si sta palesando davanti ai miei occhi: mi abbraccia e piange.
“Questa settimana passerà in fretta, te lo prometto.” dico sforzandomi di trattenere le lacrime. “E poi ti ho parlato dei peluche di New York, vero?”
Mi sto arrampicando sugli specchi e sto letteralmente precipitando: neanche questo riesce a farla smettere.
“Voglio venire con te.” dice singhiozzando.
Quelle quattro parole, messe insieme con un tale strazio, mi fanno venire voglia di sabotare il viaggio, ma Clara interviene.
“Sofia, la torta nel forno!”
Il suo visino bagnato si scolla dalla mia camicia e si volta verso la nonna che tiene in mano un paio di presine.
“Si è bruciata?” chiede preoccupata.
“Non ancora, ma dobbiamo salvarla!”
Le tende la mano, Sofia la afferra e si dirigono in cucina. Sto lì a guardarle e ho paura che il più piccolo rumore possa interrompere questo attimo di pace.
“Senti che profumo…”
“Me ne dai un pezzettino?” mormora.
Clara si abbassa verso di lei, le sussurra qualcosa all’orecchio e si rialza.
Sofia si volta a guardarmi: ha ancora gli occhi rossi, l’espressione che dice ‘non lasciarmi’, ma viene verso di me sforzandosi di sorridere.
“So che devi andare, io faccio la brava.”
La prendo in braccio, la stringo e affondo il viso tra i suoi capelli. Amo il suo profumo, è come se cercassi di immagazzinarne una quantità sufficiente da dividere in piccole dosi con cui consolarmi durante la mia assenza, e sentire il suo respiro, che a fatica si trattiene dal pianto, mi fa pensare che stia facendo lo stesso.

Ero convinta che il peggio fosse passato, che dopo essere rientrata, avrei pensato ad altro, ma la casa che ho sempre definito perfetta, senza rumore, senza disordine e senza pipì sul pavimento non mi piace. Agire, reagire. Sono di fronte a una scacchiera e le mie mosse, che sembrano essere frutto di una strategia studiata a tavolino, non sono altro che semplici reazioni provocate da azioni altrui. E quando non sei tu a fare la prima mossa, ti adegui. Nessuno vince, nessuno perde, la mia pedina si è solo rimessa in gioco provocando i suoi effetti: era prevedibile. Ma non voglio pensare che il biglietto aereo che vedo lì, sul tavolo, accanto al passaporto, sia solo la conseguenza della mia rottura con lui. Sono stata io a decidere e ho deciso per me stessa. E dopo l’ennesima seduta di psicanalisi individuale, giunge il momento di chiudere la valigia.

Il fattorino della pizza se n’è appena andato. Il tempo perso per organizzare lo spazio in valigia è trascorso troppo velocemente: mi serviva che qualcuno preparasse la cena al posto mio. E mentre apro il cartone fumante per addentare la prima fetta, suona il telefono. Sempre sul più bello.
“Olivia ciao…”
“Disturbo?”
È il tuo capo, non puoi dirle la verità.
“Assolutamente no.”
“Hai preparato i bagagli?”
“È tutto pronto.”
“A che ora hai il volo?”
“Domattina alle sei.”
“Okay, basta con le domande di routine…”
La fetta di pizza mi scivola dalle mani.
“Come va?”
Vuole la verità. E se proprio devo essere sincera, ho bisogno di confessare.
“Credevo fosse più semplice. Lasciare Sofia è stata dura, il solo pensarmi dall’altra parte del mondo mi terrorizza. Avrà bisogno di me e io non ci sarò…”
“So cosa vuoi dire. Ma ho messo piede sulla terra dieci anni prima di te, e credimi: quei dieci anni di vita in più mi hanno insegnato qualcosa che forse — ancora — non conosci.”
So cosa sta per succedere. Olivia è in vena. Lo sento dal tono di voce: sicuro, amichevole, deliziosamente presuntuoso. È uno di quei momenti in cui dovresti chiudere il cartone della pizza, prendere carta e penna e segnarti ciò che sta per dire: le perle di saggezza di Olivia.
“Il genere femminile è convinto di essere diviso in due categorie: le madri e le donne. E con questo stupido pregiudizio, si complicano la vita. Non hanno ancora capito che sono la stessa cosa. Le madri abbandonano i loro interessi perché si sentono in colpa nei confronti della famiglia, ma non si accorgono di fare un torto a loro stesse: sacrificano il loro tempo libero e poi finiscono per rimpiangerlo, invidiando le donne che fanno di tutto per mantenerlo…”
E io che credevo di essere la sola a ragionare per ruoli.
“Lo so, ma quando non ero mamma era tutto più semplice.” preciso.
“Il tempo che trascorrerai lontano da tua figlia ti arricchirà in modo diverso, la vita ti renderà il sacrificio con piccole soddisfazioni personali, con esperienze nuove che potrai raccontarle rendendola partecipe del tuo mondo, questo la farà sentire orgogliosa e felice. Fidati di me, il tempo è fatto per volare, sono le cose che facciamo che restano impresse nella memoria di chi amiamo.”
E fu così che tutte le paranoie legate alla storia della lontananza scomparvero per sempre.
“Credo che dovresti prendere in considerazione l’idea di scrivere un manuale per le donne.” suggerisco.
“Tu dici? Vedrò di valutarlo nella prossima vita. In questa sono il tuo capo: fai un buon lavoro.”
La sua autorevolezza mi affascina.
“Prometto.”
“E non fare niente che io non farei.” aggiunge.
“Esiste qualcosa che non faresti?” chiedo ironica.
“Appunto. Divertiti.”
La chiamata si conclude e io non posso fare a meno di chiedermi se mi abbia spedito a New York per lavoro o per spronarmi in generale. Non avrò mai la sua versione ufficiale, ma mi piace credere che una delle ragioni sia anche questa. Riapro il cartone della pizza, accendo la tv e il telefono suona di nuovo: Olivia deve aver dimenticato di dirmi qualcosa. O sta cercando di tenermi lontano dai carboidrati? Lo afferro in modo distratto, rispondo e dall’altra parte c’è Paolo.
“Ciao, come stai?”
Mi manchi. Ho voglia di stare con te, mi pento di aver deciso di non vederti, ma siccome è troppo tardi per dirtelo, dirò che è tutto okay.
“Ciao… sto bene…”
“Sicura?”
“Abbastanza sicura.” mormoro. “E tu?”
“Deluso.”
Ecco, ora romperò definitivamente anche con lui e diventerò una vera donna in carriera. Speravo di arrivarci per gradi, ma il mio destino deve aver deciso in modo diverso.
“Deluso… perché?”
Potrebbe essere deluso a causa di una vendita mancata, forse mi sto dando troppa importanza.
“Speravo di vederti prima della partenza.”
“Anche io e mi dispiace da morire.”
“Pensa che mi era venuta la folle idea di farti una sorpresa, di presentarmi sotto casa tua, di bussare alla tua porta e…”
“Avresti dovuto farlo.”
Lo dico così, mentre mi alzo da tavola, abbandonando la pizza che ormai è diventata immangiabile.
“Sì avresti dovuto farlo e sarebbe stato il più bel fuori programma del secolo…”
“Forse faccio ancora in tempo.”
E mentre calcolo in minuti la distanza che ci divide, realizzando che se partisse adesso, potremmo passare insieme un’ora soltanto — che mi farei bastare — il campanello suona. Mi precipito al citofono e su quel monitor in bianco e nero, vedo lui e le sue cinquanta sfumature di grigio brizzolato. Mi attacco al pulsante per aprire, non mi preoccupo nemmeno di specchiarmi per controllare il mio stato e mi fiondo giù per le scale. Quattro gradini per me, sei per lui e siamo uno di fronte all’altro. Avevo dimenticato quanto fosse bello.
“Ciao…” mormoro.
“Ci ho pensato tutto il giorno, era una pazzia, ma dovevo vederti.”
L’ultima frase mi ha stesa. Sarà per questo che continuo a fissare le sue labbra o è solo la voglia tremenda di baciarlo?
“È il regalo più bello che potessi farmi.” sussurro.
I miei occhi si spostano sui suoi e capisco che non è solo il sesso tantrico che lo ha portato qui. Se è arrivato sotto casa mia, senza avere la garanzia di vedermi, è chiaro che i suoi sentimenti sono sinceri, e anche io devo esserlo con lui. Sono presa da mille questioni, ho una vita incasinata: dove ho trovato il tempo di innamorarmi? Io lo amo dannazione. Lo amo. Non volevo incontrarlo per paura di ammetterlo e per una volta, il mio istinto aveva ragione.
“Devo dirti una cosa…”
Lo guardo, sono in evidente imbarazzo e il suo sorriso non aiuta, specie le fossette super sexy che stordirebbero chiunque. Anche i suoi occhi, eccitati e divertiti, che fissano le mie labbra mi fanno pensare che sarebbe meglio rimandare.
Si avvicina, mi avvolge tra le sue braccia e dice: “Se parli adesso, rovini tutto.”

Ed è stato come sentire Lisa Minelli con la sua orchestra cantare New York New York, sotto una cascata di fuochi d’artificio. Ciò che è successo dopo l’esibizione musicale è inenarrabile, ma aveva ragione lui: è stato meglio non parlare.

La macchina si ferma davanti al Terminal 4, guardo fuori dal finestrino e l’insegna PARTENZE mi fa sospirare: il momento è arrivato. Il tassista apre la portiera e si precipita sul retro a recuperare i miei bagagli. Scendo, lo saluto e mi allontano verso l’ingresso. Fuori fa così freddo, che solo i miei pensieri impuri riescono a farmi avvampare. I flash di noi. Entro, l’aeroporto è quasi deserto, ma vedo qualcuno al bar che fa colazione, c’è chi compra il giornale, chi si preoccupa di incartare la valigia per non distruggerla, e cerco di immaginare il loro stato d’animo. Saranno felici, agitati, preoccupati? Quante mamme ci sono tra le donne che vedo? Anche loro staranno pensando ai loro bambini? E quante di loro si stanno facendo la stessa domanda? E su questi casi irrisolti, che sembrano mantenere il fascino perché tali rimarranno, raggiungo il check-in per imbarcare i bagagli. Ci sono quattro persone che mi precedono, viaggiano tutte da sole, mi metto in coda e aspetto il mio turno, ma qualcuno dietro di me, urta la valigia facendola cadere. Mi volto infastidita e vedo Michele. Urlo di gioia, non riesco a trattenermi, gli butto le braccia al collo e lo riempio di baci.
“Sei venuto a salutarmi?” chiedo euforica.
Ma poi mi accorgo delle valigia che lo accompagna e realizzo che non è qui solo per questo.
“Il tuo inglese fa schifo: vengo con te.”

TRENTATREESIMO EPISODIO

Illustrazione: Valeria Terranova