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24 Lug

Missione: a cena fuori

enrica alessi scrittrice romanzo l'amore ai tempi supplementari

enrica alessi scrittrice romanzo l'amore ai tempi supplementari

I

l tragitto in auto è stato interminabile. Non riesco a parlare in presenza di un tassista che ascolta i fatti miei, e con vent’anni di arretrati, è un po’ difficile capire da dove iniziare. Ma l’imbarazzo del silenzio, dettato dalle circostanze, è niente, ora che sono di fronte al ristorante che Paolo ha scelto: è la stessa baita in cui ho pranzato oggi con Michele.
L’idea di sedere accanto alla famiglia rumorosa — due volte nello stesso giorno — me ne suggerisce una migliore: lasciarmi rotolare a peso morto, giù per la discesa. La salivazione è azzerata, eppure deglutisco, nella speranza che quello strano cocktail di emozioni, che quasi mi impedisce di entrare, scivoli giù per essere digerito. Guardo l’orologio: sono le nove e un quarto e tenuto conto del trambusto che hanno fatto oggi quelle piccole pesti, sono certa che stiano già dormendo nei loro lettini. Immaginarli fermi e immobili, con la testa che giace sul cuscino, li rende improvvisamente innocui: mi faccio coraggio e salgo la piccola rampa di scale che precede l’ingresso. Paolo tira la porta a spinta verso di sé e mi cede il passo. Entro, mi sforzo di sorridere rimembrando quel tempo della mia vita mortale, quando vivevo ancora nella speranza di passare una bella serata, e controllo il mio look, scrutando lo specchio che sta proprio davanti all’ingresso. È decisamente più ricercato dell’altro e lo chignon con cui ho raccolto i capelli, mi rende quasi irriconoscibile. Ad accoglierci è la stessa signora gioviale — che grazie al cielo non sembra ricordarsi di me — ci chiede i cappotti e ci indica il tavolo che ha scelto. Ha una posizione diversa rispetto a quello di oggi, più distante da quella magnifica vista, ma a essere sincera, stasera, non avrei badato al paesaggio.
“Quello può andare?” ci chiede gentile, mentre ne indica uno sulla sinistra.
Paolo si volta verso di me cercando la mia approvazione, faccio un cenno con la testa e lui le risponde:
“Ci piace, è perfetto.”
La signora prende un paio di menù dal bancone che sta dietro di lei e si incammina per farci accomodare. Dieci passi, forse un paio di più, e poi sarò dove desidero: su una di quelle sedie da elfo, a tavola con lui. Ma quella meta desiderabile, improvvisamente cambia aspetto. Che mi prenda un colpo: i bambini sono senza dubbio dove li ho immaginati, ma presumo con una tata, perché mamma e papà sono seduti al tavolo accanto al nostro. Se ad aspettarmi ci fosse una sedia elettrica, la mia espressione sofferta sarebbe la stessa. Lui è di spalle, lei è di fronte a me, scelgo di sederle accanto, nella speranza di limitare le probabilità di incrociare il suo sguardo, mi sistemo lo chignon e tengo gli occhi fissi su Paolo. Avevo immaginato l’imbarazzo, il turbamento emotivo, il rossore incontrollato, tipici di un primo appuntamento, e invece ogni atomo del mio corpo sta facendo l’impossibile per mantenere un self control che ha quasi del surreale. Mi sento come Sharon Stone in Basic Instinct durante l’interrogatorio: nonostante abbia appena ucciso il suo amante con un rompighiaccio, si mostra calma, impassibile e sexy. E mentre penso di riuscire a mantenere la sua stessa freddezza, in modo quasi incontrollato, il mio sguardo si appoggia sul piatto che i coniugi hanno di fronte. Lassù, qualcuno mi ama. È un delizioso dessert al cioccolato: il che significa caffè, conto e cena finita. Addio. Avranno al massimo dieci minuti prima di tornare dai bambini, e anche se quel lasso di tempo brevissimo sembra interminabile, devo mantenere il distacco visivo. Paolo apre il menu e io lo imito, tuffando gli occhi nel mio.
“Cosa prendi?” mi chiede mentre continua a leggere. Ma prima che possa rispondere, il cameriere con la giacca tirolese, si avvicina per prendere l’ordinazione.
“Buonasera.”
Il tono di voce rilassato mi suggerisce che il suo stato d’ansia è notevolmente diminuito, e un po’ lo invidio.
“Posso consigliarvi i piatti del giorno?”
“Certo.” risponde Paolo sollevando lo sguardo dal menu.
“Abbiamo un arrostino di diaframma di manzo del Nebraska con purea di patate. E un’insalatina di finocchi, arance e noci.”
Vorrei dire che lo sapevo già, ma anche il cameriere non mi ha riconosciuto: meglio fingermi sorpresa. Paolo mi ripete la stessa domanda di un minuto fa: “Eva, cosa prendi?”
“Credo che assaggerò questo flan di verdure.” dico indicando al cameriere il nome esatto che sta scritto sul menu. E appena pronuncio quella manciata di parole, la mamma cattiva che mi siede accanto, si volta verso di me. Che abbia riconosciuto la voce? Non sembra solo un’occhiata furtiva e nonostante il mio buon senso continui a suggerirmi di tenere la testa dritta verso Paolo, la pesantezza del suo sguardo mi costringe a voltarmi per accertare le mie supposizioni. Confermo: la sua è una vera e propria radiografia. Tiene gli occhi socchiusi ed è difficile capire se lo stia facendo per squadrare i miei lineamenti o per rendere più truce la sua espressione. Ma più la guardo, più sento che è il momento di raccogliere la sfida. Questa vorrebbe fare — con me — la gara di mamma dell’anno? Forse non ci siamo capite. Ora i miei occhi si stringono anche più dei suoi e la mia espressione si traduce in un modo soltanto: ‘Senti bella, smettila di giudicarmi per quello che hai visto oggi. Di me non sai niente. I tuoi modi da maestrina e i tuoi figli scalmanati hanno rovinato il pranzo con il mio migliore amico, quindi non parliamo di educazione, perché anch’io sono mamma e ho insegnato alla mia come ci si comporta al ristorante.’ Deve aver funzionato: non per vantarmi, ma si è rimessa a mangiare il dessert. Ora sì, che ci vorrebbe una frase memorabile.
“Io, invece, assaggio volentieri quell’arrostino che mi diceva…”
Avevo in mente qualcosa di diverso, ma anche questa va bene. Il mio sguardo torna su Paolo, e penso che lo stesso piatto che oggi ha salvato il cameriere dai lanciatori di pane, ora mi salverà la serata: si meriterebbe di default un posto fisso sul menu. Il cameriere finisce di scrivere e si allontana con le ordinazioni, seguito dalla coppia che si è appena alzata per andarsene. Ora siamo soli. Lo guardo. Scruto il suo viso e nonostante sia passato tanto tempo, riconosco ogni spigolo. La sagoma del naso perfetto, la forma delle labbra, le fossette sulle guance… Peccato per i capelli. E prima che anche lui si metta a fare considerazioni sul mio aspetto, sarà meglio intavolare una discussione.
Di solito funziona così: uno fa le domande, l’altro risponde e rilancia con un ‘e tu?’ e così via, per tutta la sera. Ma chi comincia?
“Quanto tempo…” esordisce lui guardandomi negli occhi.
Ma non è una domanda.
“Raccontami: cosa fai? Dove vivi? Sei felice?” chiedo io. E non tanto per dire, sono davvero curiosa di sapere.
“Faccio l’agente immobiliare a Forte dei Marmi, e vivo lì, con il mio cane, e sì: siamo felici.”
Traduzione: se vive con il suo cane potrebbe essere single.
“E tu?”
Lo sapevo.
Cosa posso dire? Tutto?
“Faccio la mamma, vivo con mia figlia Sofia e siamo felici.”
Ho preferito tralasciare il pezzo del tradimento, del divorzio e della Lego Friends: avrebbero messo in discussione l’ultima frase. Osservo la sua espressione, ma non riesco a interpretarne il significato. Ora fingerà di avere un attacco di colite cronica ulcerosa e sparirà per sempre, non lo rivedrò mai più.
“Le piacciono i cani?” mi chiede con un sorriso.
Sento le mie viscere sciogliersi.
“Moltissimo.”
“Potrebbero conoscersi…” suggerisce.
Traduzione: vorrei vederti di nuovo, i bambini mi piacciono e Sofia non rappresenta un problema. La sorpresa che ha scatenato la sua proposta mi illumina il sorriso: è evidente che il mio è un sì, anche senza pronunciarlo ad alta voce. Cambio discorso, un po’ per lasciare la magia lì dove sta, un po’ per saperne di più: “Sei rimasto in contatto con qualche amico del mare?”
“Certo, li sento tutti, pensa che Célian è qui con noi.”
Non credo alla mie orecchie: era il suo acerrimo nemico di ping pong, litigavano sempre e ora sono qui? Insieme?”
“Siete amici?” chiedo dubbiosa.
“È uno dei miei migliori amici.” mi rassicura. “Ora fa il fotografo: vive a Forte d’estate e a Cortina d’inverno, i suoi negozi sono i più famosi della città. Ma a ping pong continua a perdere.”
Sorrido immaginandoli adulti, allo stesso tavolo, mentre si contendono il titolo di campione. Forse siamo sempre gli stessi, solo più grandi, amiamo sempre le stesse cose. E con questa piacevole constatazione, il cameriere arriva con i nostri piatti e iniziamo a mangiare. Abbiamo continuato a parlare per tutta la cena, abbiamo scherzato e abbiamo riso, ricordando alcuni episodi divertenti del passato, e ci siamo spinti più in là, aggiungendo un po’ di presente, anche se meno spensierato, ma necessario per conoscerci di più. I caffè sono sul tavolo, il conto è in arrivo e la serata sta per concludersi, ma non so ancora se e quando ci rivedremo. Guardo le sue labbra e ripenso con imbarazzo alla promessa che Michi mi ha chiesto di mantenere, prima di uscire dall’albergo. Sembra assurdo, ma una parte di me vorrebbe onorarla: non voglio tornare a casa a mani vuote. Come posso farglielo capire?
“A che ora parti domani?” mi chiede.
“Dopo colazione e tu?”
“Anch’io. Potremmo farla insieme.”
E il suo sguardo non lascia spazio a equivoci: vuole rimanere con me, fino a quell’ora.

Mi tuffo sul letto, dove il piumone bianco, che sembra una nuvola, avvolge Michele che sta ancora dormendo.
“Mmmm.”
Il verso. Così lo chiamo: quello che accompagna la sua fatica a svegliarsi.
“Alzati dormiglione, ti ho portato la colazione…” dico mentre apro il sacchetto di brioche che ho comprato stamattina. La sua testa è ancora tra i due cuscini, ma so che la sua mente si è già messa in movimento.
“E il limone me lo hai portato?”
Toglie quello che ha sulla faccia, si sforza di aprire gli occhi e scruta il mio viso per carpire la risposta, ma fa tutto da solo:
“Haha. Sembra proprio di sì, C***secco.”
Arrossisco, ma è solo un riflesso incondizionato, in realtà, muoio dalla voglia di raccontargli tutto.

VENTUNESIMO EPISODIO

Illustrazione: Valeria Terranova