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9 Ott

Max ti ritroverò

enrica alessi scrittrice

enrica alessi scrittrice

 

“C

iao Melissa, come stai?
Ti scrivo nuovamente perché ho bisogno dell’indirizzo di spedizione.
Il libro che ti ho promesso è in partenza.
Sulla quarta di copertina, troverai una dedica speciale per Cassandra.
Spero che possa aiutarti a riscattare il tuo onore e quello di Max. 😉
Per quando riguarda Britney, confesso che l’idea di sabotare la sua festa mi stuzzica parecchio. Farò il possibile per esserci.
Nel frattempo, fammi sapere se è stato deciso un dress-code.
A presto
Jerôme.”

Durante quella lunga e frustante attesa, l’ho addirittura detestato e ora, per ironia della sorte, sono io a non rispondere. Il libro che doveva riscattare il mio onore e quello di Max non ha più importanza: lui non si trova. Lo abbiamo cercato tutto il pomeriggio, nessuno lo ha visto, sembra svanito nel nulla e comincio a pensare che questa sia la punizione divina per le mie innumerevoli bugie. Gli occhi si bagnano, la gola si stringe, mi sento sconfitta. L’ipotesi che mi sono imposta di scartare sta prendendo sempre più piede. Se avesse avuto un incidente? Non lo ripeto ad alta voce, ho paura che il suono delle parole possa renderlo possibile. Mi sembra di impazzire. Tutti continuano a ripetermi di non preoccuparmi, che tornerà a casa e invece, ho il sospetto che possano averlo rapito. La disperazione ha preso il sopravvento: suggerisce alla mia mente opzioni così improbabili da rasentare l’assurdo, ma sono sempre più convinta che mi sia sfuggito qualcosa: un particolare minuscolo ed essenziale a cui non ho dato importanza, indispensabile per ricostruire la dinamica della fuga. E seduta alla mia scrivania, mentre le dita tamburellano sul piano, arriva l’idea che stavo aspettando. Realizzo di averla già vista, di averla soltanto scansata, temendo di essere presa per pazza, ma per quanto io stessa la definisca impossibile, mi offre una pista per ritrovare Max e non posso ignorarla. Guardo l’orologio: sono le cinque, devo andare in ospedale. Scendo le scale, mi infilo il cappotto e prendo la borsa, ma prima che possa uscire, Cassandra mi chiama.
“Dove vai adesso?”
“Devo andare in un posto.”
“Lo avevo capito… “
Afferro la maniglia e lei mi blocca.
“Dovresti riposarti, sei stata in piedi tutto il giorno.”
La sua preoccupazione è giustificata, ma se sapesse cosa mi frulla in testa, capirebbe e mi lascerebbe andare. Indietreggio di un paio di passi, lascio cadere la borsa sulla poltrona e inizio a parlare.
“Ti ricordi il dottore dell’ospedale?”
“Sì, perché?”
“Non aveva qualcosa di strano?”
Lo chiedo a bassa voce, mormorando, nel tentativo di innescare un sospetto, ma il suo sguardo allibito mi fa capire che le mie insinuazioni non sono credibili.
“Tu stai vaneggiando…”
“E invece sono sicura che il dottor Savastano sia implicato in questa storia.” ribatto decisa.
“Ma lo hai visto? È un signore anziano con la pancia e gli occhiali a fondo di bottiglia… non farebbe male a una mosca.”
“È il suo essere insospettabile a renderlo sospettabile…”
“L’ho sempre detto che Fox Crime è da prendere a piccoli dosi: stai esagerando.”
“Cassandra devi credermi: ho le mie ragioni e sono convinta che lui sia il responsabile.”
“Quali sono queste ragioni?”
Rielaboro i pensieri, i ricordi, mi sforzo di mettere insieme una versione plausibile, ma più ci provo, più mi rendo conto che non sono reali motivazioni, ma semplici sensazioni a suggerirmi di seguire questa pista.
“Okay, stammi a sentire: prima di dimettermi mi ha fatto qualche domanda, niente di compromettente, ma mi ha dato l’impressione che fosse interessato a me.
Era come se già sapesse tutto del mio cane e viene fuori che anche lui ha un bobtail, guarda caso femmina, e mi chiede di farli incontrare…”
“Ti ascolti? Stai dicendo che un dottore rispettabile ti ha rapito il cane per un accoppiamento?”
Detta così, oltre che improbabile, è addirittura torbida, ma c’è qualcosa in quel dottore che proprio non mi convince.
“Voglio fare un tentativo.” dico rimettendomi la borsa sulla spalla.
“Potrebbe non essere al lavoro, potrebbe essere impegnato…”
“Io vado.” dico afferrando la maniglia.
Ci guardiamo e siamo entrambe sul punto di piangere, ma quell’ipotesi assurda sembra acquisire le sembianze di una speranza e tutte e due ne abbiamo bisogno.
“Questa cosa non ha senso, ma non ti lascio andare da sola.” conclude.
“Sei incinta.”
“E tu hai due costole incriniate.”
Ammetto che viste da fuori non diamo l’idea di essere una coppia con grandi possibilità, ma vale la pena tentare.

Cassandra parcheggia l’auto vicino all’ospedale, mi aiuta a scendere. Non so ancora come sia riuscita a trascinarla in questa storia, ma sono felice che sia qui. Entriamo in reparto e per qualche strana ragione, mi sembra di sentire la sua presenza: un brivido mi corre lungo la schiena. Una delle infermiere esce da una stanza della corsia, mi precipito verso di lei, mentre Cassandra, che mi tiene a braccetto, accelera il passo per stare al mio.
“Salve, sto cercando il dottor Savastano.”
“Ciao Melissa, come stai?”
Perché non mi ricordo di lei?
Dovrei fingere di conoscerla, inventarmi il suo nome, ma la mia capacità di improvvisazione è troppo scarsa: lo capisco dalle parole che pronuncia un secondo più tardi.
“Forse non ti ricordi di me, io sono Adele: sono stata io a far entrare il tuo fidanzato di nascosto…”
“Certo che mi ricordo! Se non fosse stato per te…”
Sto mentendo, ma ho bisogno di stringere un’alleanza.
“E il dottore c’è?” chiedo incalzante.
Adele controlla l’orologio, dà uno sguardo alla cartella che tiene tra le mani e ci conduce in fondo al corridoio. So dove ci sta portando e ora che sono di fronte alla porta, riconosco il suo studio.
“Potete accomodarvi qui, il dottore sta visitando una persona, quando avrà finito, potrete entrare.”
La ringraziamo all’unisono e ci sediamo.

Passano dieci minuti e in quel lasso di tempo che sembra interminabile, provo a elaborare una serie di frasi a effetto che possano incastrarlo, ma quando la porta si apre, la mente si azzera, tutto scompare. Sento la sua voce e la voce della paziente che sta congedando: sarei pronta a giurare di conoscerla. Mi volto verso Cassandra cercando una conferma, ma la vedo fissare la porta con attenzione: credo abbia avuto la mia stessa impressione.
“È la voce di Amelia.” bisbiglia.
Il dottore esce dallo studio e Amelia è dietro di lui con un braccio ingessato.
“Ragazze!” esclama appena ci vede.
Il dottore sembra stupito, ma a questo punto dei giochi, fatico a comprendere se sia per la strana coincidenza o se, piuttosto, per la paura di essere smascherato.
“Ciao Amelia, cosa hai fatto al braccio?” interviene Cassandra.
“Una macchia più dura del solito.” risponde divertita.
Noto con piacere che non ha perso il senso dell’humor, ma ora vorrei solo che si levasse di mezzo: rivoglio il mio cane.
“E voi? Avete fatto pace?” ci chiede.
Quella domanda, pronunciata in modo goliardico, ci toglie ogni tipo di credibilità, ma prima che possa raccogliere il pathos sufficiente per fingere l’urgenza di una visita, il dottore mi anticipa.
“Avevate litigato? E perché?”
“È una lunga storia…” dico in modo sommario per concludere in fretta l’argomento.
Amelia, invece, decide di raccontare tutto, per filo e per segno, senza tralasciare un solo dettaglio: compresa la placenta sul colletto. E mentre li vedo ridere della mia sfortuna, mi sento morire di vergogna. Anche Cassandra è turbata da quella situazione inaspettata, sembra addirittura pentita di avermi accompagnato. Devo fare qualcosa: do un colpo di tosse per ammonire quell’ilarità insopportabile e mi pronuncio con tono formale:
“Dottore, sono qui per farmi visitare.”
“Che ti è successo?” si intromette Amelia.
Ignoro la sua domanda e vado avanti.
“So che il controllo era previsto tra una settimana, ma le costole mi fanno
male e ho preferito anticipare.”
“Certo… sa che la vedo sempre volentieri…”
“Che ti avevo detto?” sussurro a Cassandra mentre le faccio segno di alzarsi.
Salutiamo Amelia ed entriamo.
“Che piacere rivederla…”
Vorrei poter dire lo stesso. Mi sforzo di sorridere, mentre mi accomodo sul lettino che mi sta indicando.
“Vediamo…” dice mentre tocca la zona dolorante. “Ha ascoltato i miei consigli?”
Conosco a memoria i suoi consigli: ‘non faccia movimenti bruschi, non si affatichi ed eviti qualsiasi attività che possa aggravare le sue condizioni… ‘ non ne ho considerato nessuno.
“Non proprio.” dico secca.
“Quindi mi ha disobbedito?”
“Esattamente. Ho avuto cose più importanti a cui pensare.” puntualizzo.
“Per esempio?”
Il mio tono di voce si fa sempre più serio, Cassandra è in evidente imbarazzo e la faccia del dottore fa chiaramente capire che abbia qualcosa da nascondere.
“Sono stanca dei suoi giochetti!”
“Come? Prego?” mi chiede basito.
Cassandra si è appena lasciata cadere sulla sedia, l’imbarazzo si è trasformato in panico, scuote la testa e mi fa segno di tacere. E invece no, è questo il momento di insistere o non crollerà mai.
“Sa bene di cosa sto parlando.”
“No cara, credo ci sia stato un malinteso.”
“Affatto. Il mio cane è scomparso: so che è stato lei a rapirlo, confessi e nessuno si farà male.”
Sono quasi commossa per il mio tono minaccioso, è questo che ci vuole per fargli sputare la verità, ma lo vedo scuotere la testa, incapace di dare un senso alle mie parole, e voltarsi verso Cassandra con un espressione traducibile in: forse era meglio una visita neuro psichiatrica. Certo, ora mi farà passare per pazza, ma non servirà a niente, sono un vero osso duro e non mi lascerò raggirare da questo farabutto. Faccio per preparare un nuovo attacco, ma a interrompermi è lo squillo incessante del telefono.
“Vuoi che te lo passi?”
Cassandra non me lo sta solo chiedendo, mi sta letteralmente implorando e non capisco perché, ormai ce l’ho in pugno, ma il suo ‘ti prego, rispondi…’ riesce a convincermi. Afferro il cellulare, il numero è sconosciuto, rispondo.
“Pronto?”
“Melissa?”
È un uomo dalla voce gentile: giuro che se si tratta di una promozione telefonica, lo riempio di insulti.
“Sì, sono io, chi parla?”
“Mi chiamo Enrico Bordignon…”
Lo sapevo: il nome tipico di un promotore.
“Ho trovato il suo numero sulla medaglietta di Max…”
Mi sento mancare, la saliva dolciastra mi riempie la bocca, ma deglutisco e con voce tremante, pronuncio tre parole, le sole che contano:
“Lui sta bene?”
“Sta benone, è qui con me. Posso darle il mio indirizzo?”
Mi alzo dal lettino, raggiungo la scrivania del dottore e afferro carta e penna. Lui detta, io scrivo.
“Sto arrivando!” dico entusiasta.
“Lo hai ritrovato?” chiede Cassandra.
I miei occhi dicono di sì, vorrei abbracciarla, ma il senso di colpa, nei confronti del dottore che ho accusato ingiustamente, mi impone di dare alcune spiegazioni e di rimandare di qualche minuto la felicità di questo momento memorabile.

VENTIDUESIMO EPISODIO

Illustrazione: Valeria Terranova