To top
2 Mag

La Vita, l’ Amore e le Vacche

Enrica Alessi romanzo Not For Fashion Victim

Enrica Alessi romanzo Not For Fashion Victim

P

archeggio la macchina davanti alla clinica e sono felice: oggi, sono arrivata prima di Britney. La sua auto non c’è ancora, è lì: nel mio abitacolo, mentre tengo le mani sul volante, mi concedo un momento di piacere. Pensa a quanto sarebbe bello se non avesse sentito la sveglia, se non avesse avuto tempo di truccarsi, e si presentasse ugualmente in ritardo e in tuta: la sua immagine da femme fatale sarebbe rovinata per sempre. Ma certe fortune non capitano tutti i giorni, e nemmeno tutte insieme. Scendo dall’auto e mi dirigo verso la clinica, forse il collega di Roma è già arrivato, e io non vedo l’ora di conoscerlo. I miei Ugg fanno un po’ schifo, ma tutto il resto è perfetto, e anche se tra poco questa favolosa combinazione — che ho messo insieme da sola — sparirà sotto il mio camice, sarò io a non dimenticarmi di lei: tutto il mondo deve sapere che sto cambiando. E mentre immagino un ingresso trionfale, circondata dai colleghi che mi guardano a bocca aperta, le porte scorrevoli si aprono e non c’è nessuno. Dove sono finiti tutti? Sento delle voci in sala riunioni, entro e vedo Giulio e Lucia seduti alla scrivania, che fissano qualcosa sul monitor, ridacchiando.
“Ciao!” esordisco cercando di distrarli.
“Ciao Melissa” dicono all’unisono, ma i loro sguardi restano incollati allo schermo.
Che ci sia qualcosa di più importante del mio nuovo look? Ora, anch’io sono curiosa.
“Cosa state guardando?” chiedo avvicinandomi.
“Vieni a vedere.” risponde Giulio entusiasta. “Il collega di Roma è proprio carino.”
“Confermo.” dice Lucia con gli occhi a cuore.
“Fatemi dare un’occhiata…”
Guardo la sua immagine profilo di Facebook e hanno ragione: alto, biondo, occhi chiari, fisico asciutto, e la domanda sorge spontanea:
“Non dovrebbe già essere qui?”
“Sì, infatti.” risponde Giulio deluso.
“Cristina è andato a prenderlo alla stazione.” aggiunge Lucia con una punta d’invidia.
“Si conoscono?” chiedo stupita.
“Si sono conosciuti l’anno scorso a una convention, almeno, così ha detto lei…” conclude Giulio alzandosi. Com’è possibile che non ne sapessi nulla? Ma non ho il coraggio di fare questa domanda ad alta voce, Britney è qui solo da una settimana e sembra già diventata il capo supremo. E quando parli del diavolo, senti la sua voce. Esco dalla sala riunioni ed è davanti: Britney non solo ha sentito la sveglia, ma credo che l’abbia addirittura puntata alle quattro di questa mattina: toglie il fiato. Capelli raccolti in due trecce laterali, salopette di jeans, maglione a righe colorato, sneakers e trench maculati, borsa in pelle rosa e make-up in coordinato. E io che credevo di aver raggiunto uno stato di semi-perfezione, capace di farmi sentire invincibile. Anche il cappotto di Cassandra non regge il confronto. Qualsiasi cosa io faccia, è sempre un passo avanti a me. Ed è pure amica del veterinario più bello che io abbia mai visto: non c’è giustizia. Avrei voglia di sparire, ma prima che possa venirmi un’idea decente per volatilizzarmi, la porte scorrevoli si aprono e lui entra. Lo schianto di ragazzo, che ho visto poco fa su Facebook, deve esserselo mangiato l’armadio che ho di fronte. I casi sono due: o Giulio ha sbagliato profilo, o il dottore della giungla ha avuto un bruttissimo tracollo. Gli occhi color ghiaccio sono nascosti da un paio di occhiali da vista con la montatura scura, i capelli biondi sono caduti insieme agli addominali scolpiti, e anche la giacca voluminosa che indossa non gli dona un granché. Dovrei essere delusa, ma sapere che l’amico di Britney, che tutti credevamo un California Dream Man, sia in realtà l’abominevole uomo delle nevi, mi restituisce il sorriso.
“Ciao. Sono Federico Savelli, piacere.”
“Piacere.” dico stingendogli la mano.
Anche Giulio e Lucia si presentano e Cristina lo invita ad accomodarsi in sala riunioni. Giulio mi aspetta sulla porta e dice qualcosa che dovrei capire leggendo il suo labiale, ma gli vedo solo le tonsille. Lo raggiungo e bisbiglia:
“Non è bellissimo?”
“Bellissimo? Ma lo hai visto bene? È uno Yeti.”
“Lo sai che mi piacciono i ragazzi in carne…”
“Sì, ma questo sfiora l’obesità.”
“Come fai la difficile!”
Lo vedo entrare entusiasta e prendere posto vicino a lui, io vorrei soltanto tirarmi fuori da questa situazione. Sì, insomma, quante volte ci capitano animali esotici? A parte il pappagallo del
Signor Gambarelli, non mi pare ci abbiano mai portato un’anaconda o un’iguana. Basterebbe una chiamata d’emergenza, che so, un vitello che sta per nascere da qualche parte. Oppure potrei mandare un messaggio a Cassandra e chiederle di simularne una, ma sono solo le nove di mercoledì: è il suo giorno libero. Sto per rassegnarmi all’idea, quando Paolo, il collega specializzato in dermatologia, mi raggiunge trafelato.
“Melissa, devi aiutarmi.”
“Che c’è?” le chiedo sorpresa.
“Bello il cappotto.”
“Grazie.” dico tra il commosso, il compiaciuto e l’emozionato.
“Mi hanno appena chiamato sul cellulare, ho un amico che possiede una fattoria, è a venti minuti da qui, e la sua mucca sta per partorire…”
Dio esiste.
“Vuoi che vada io?”
“Lui aspetta me, ma sono un appassionato di animali esotici, mi dispiacerebbe perdermi la lezione di Savelli. Lo faresti davvero?”
“Ma certo, non preoccuparti. Dammi l’indirizzo.”
Prendo la borsa, entro in sala riunioni, fingendomi rammaricata, saluto e fuggo via più veloce della luce. Il navigatore segnala ventidue minuti di viaggio, mi metto in marcia. La fattoria si trova ai piedi di una valle, il cancello è aperto: vedo le stalle e parcheggio vicino a quella più grande. Faccio per scendere, ma mentre la mia mano afferra la maniglia, dal parabrezza vedo un tizio con le mani sui fianchi. Se dovessi descriverlo velocemente, direi che è la copia country del ragazzo della pubblicità della Diet Coke: bello e sudato. Ringrazio la provvidenza, ma giuro che mi sarei accontentata di un vitello e basta.
“Ciao, sono Melissa, la collega di Paolo.”
“Lui dov’è?” chiede stizzito.
“Non è potuto venire, ma ha mandato me: sono l’ostetrica migliore.”
“Speriamo… la mia mucca sta per partorire.” dice facendomi segno di seguirlo.
Speriamo? Come si permette? Crede che una donna non sia in grado di far nascere un vitello? Uomini: tutti uguali. Entriamo nella stalla, e penso che l’odore a cui sono abituata non piacerà al cappotto di Cassandra. Non posso toglierlo: finirei per ammalarmi di nuovo. A lui penserò più tardi. Lo seguo, raggiungiamo il quarto box sulla destra e i miei occhi cadono sul nome che leggo attaccato al cancello: CAROLINA. Come da copione. Ho capito: Diet Coke vuole fare il burbero, ma pare che tenga molto alla sua mucca.
“È nella stessa posizione da due ore, si alza, si abbassa…”
E pare che sia anche leggermente in ansia. Mi fa quasi tenerezza: devo aiutarlo. Entro nel box, infilo i guanti che ho nella borsa, e li cospargo di lubrificante per controllare la posizione del piccolo.
La sacca è già uscita: vedo le zampe anteriori, e gli zoccoli puntano in direzione del suolo. Oggi è la mia giornata fortunata: è in posizione normale, non è podalico, sarà un gioco da ragazzi.
“Ci siamo.” dico in tono rassicurante, “il vitello sta per nascere e tu mi aiuterai.”
Mi esce così, senza pensarci.
“Io?”
“Certo, ho bisogno di un uomo vigoroso.”
Ecco, ora penserà che ci sto provando.
“… che mi aiuti con Carolina.” concludo puntualizzando.
“Piacere, mi chiamo Luca, ho paura del sangue, e lì dentro non esiste.”
Diet Coke è ‘plasmafobico’. Uno a zero per me, ma come lo convinco?
“Mi aiuterai a tranquillizzarla, e nient’altro, okay?”
“Okay.”
“Aspetta, vicino alla mia borsa c’è un blocca testa per bovini, prendilo per favore.”
Il fattore si volta, lo vede e dice:
“Sei pazza? Non vorrai mettere una gigliottina attorno al collo della mia mucca, vero?”
“Il blocca testa blocca è sicuro, è lo strumento migliore per le mucche gravide in fase di travaglio.”
“Ma così non potrà muoversi…”
Questo mi sa che fa il fattore da due giorni.
“Esatto. Le impedisce di indietreggiare verso di te, se fosse presa dal panico.”
“Sicura?”
Odio quelle insinuazioni che si celano anche solo nel tono della voce, che ti fanno capire che lui non si fida di te, solo perché sei una donna.
“Senti femminuccia: è l’unico modo per tenerti lontano dal sangue.” dico guardandolo dritto negli occhi.
“Lo prendo subito.”
E mentre immagino Coco, nella scuderia di cavalli di Balsan, rido a vedermi qui: con una mucca che sta per partorire, mentre indosso un cappotto di tweed. Ma credo che sarebbe fiera di me. Fingo di non sentire l’odore che mi circonda e raggiungo Luca per aiutarlo a fissare il blocca testa. Lui cerca di distrarre Carolina canticchiando, io torno in posizione. Apro la borsa e recupero la mia corda tirapiedi. Sono la regina dei mezzi nodi doppi: un giro sullo zoccolo, l’altro appena sotto il ginocchio. Ora devo ascoltare il suo respiro, quando sento i suoi sforzi, tiro verso il basso.
“Forza Carolina.” dico con vigore.
E il vitellino nasce. Devo farlo respirare, mi serve qualcosa con cui pulirgli il naso. Ma prima che possa rimuovere il liquido amniotico striato di rosso, Luca mi raggiunge per vedere il vitellino, e sviene. Non so chi rianimare per primo. Decido di pensare prima al vitello: gli passo uno dei miei panni sul muso, gli faccio il solletico con un filo di paglia, e gli metto un po’ d’acqua nelle orecchie per fargli scuotere la testa. Dopo dieci secondi comincia a respirare. Lui è salvo: ora, penso a Diet Coke. Avvicino le labbra per praticare la classica respirazione bocca a bocca, e lui si sveglia. Il vitellino sta bene, Carolina anche, saluto Luca e torno in clinica: il dottore della giungla mi aspetta. Salgo sull’auto, e mentre mi auguro che Savelli se ne sia già andato, portandosi via Britney, Luca bussa al vetro del passeggero. L’indice pigia in automatico l’interruttore per farlo abbassare, ora lo vedo meglio.
“Volevo dirti grazie, è stata una bella esperienza.”
Ma se sei svenuto, perdendoti quasi tutto.
“La prossima volta, sarà anche meglio.” dico divertita.
“Come hai detto che ti chiami?”
“Mi chiamo Melissa.”
“Melissa.”
Sorride e mi stende. Ho circa quattro secondi, prima di diventare bordeaux. Sarà meglio fuggire. Richiudo il finestrino e mi metto in marcia. Dopo ventiquattro minuti, sono davanti alla clinica. La mia giacca ha un odore di stalla intenso, ma tutto il resto ha il profumo della felicità. Mi piace quel fattore maldestro: mi assomiglia. Lo sguardo si abbassa, quasi colto dall’imbarazzo, e mi sfugge un sorrisetto. Ma quando rialzo gli occhi verso il parabrezza, verso ciò che vedo al di là del parabrezza, sento una fitta al cuore. Britney è appena uscita dalla clinica con il suo trench maculato, ad aspettarla c’è un uomo, la sta abbracciando, la sta riempiendo di baci. Le mette un braccio sulle spalle, si allontanano. Lui le apre la portiera dell’auto e la fa salire. Sfrecciano via, in questo preciso istante. Non ci credo. Con tutto gli uomini a disposizione, proprio Tommaso? Il sosia antipatico di Danny De Vito? Ma dico: proprio il fidanzato di Cassandra? E ora? Come glielo dico?

SETTIMO EPISODIO

Illustrazione: Valeria Terranova