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19 Nov

La mamma viaggiatrice

enrica alessi l'amore ai tempi supplementari

 

enrica alessi l'amore ai tempi supplementari romanzo a puntate

 

E

dopo aver chiamato Michele e Paolo e aver dato loro la bella notizia, sono davanti a casa di Davide, pronta a ritirare Sofia. Il mio ego continua a complimentarsi per il mio nuovo lavoro, anzi, per il mio vecchio lavoro alle mie condizioni e quella punta di orgoglio che freme nelle viscere, mi fa sentire ancora favolosa, nonostante il trucco e i capelli appassiti. Scendo dall’auto, mi sistemo il cappotto e suono il campanello. Il citofono: la voce di Andrea.
“Sono Eva.”
“Sali, quinto piano.”
Non mi aspettavo che fosse lei a rispondere, sono in imbarazzo. Apro il portone, mi avvicino all’ascensore e inizio a immaginare il loro nido d’amore, le effusioni che quei due si scambieranno in mia presenza per mostrarmi che sono una coppia affiatata, e la mia faccia di bronzo che si fingerà impassibile. E mentre l’ascensore sale, il mio cuore si mette a battere all’impazzata. Cerco di calmarmi, mi consolo pensando che questa tortura durerà pochi minuti e un attimo prima che le porte si aprano, mi ravvivo i capelli. Raggiungo la porta socchiusa e faccio il mio ingresso.
“Ciao mamma!”
Sofia corre ad abbracciarmi, seguita da Olivia e dal gattino nero. Andrea e Davide non ci sono.
“Eccomi.” dice lei uscendo trafelata da una stanza che ho di fronte.
Che sia la camera da letto? Rabbrividisco al pensiero di aver interrotto qualcosa che si stava consumando in presenza di mia figlia.
“Mamma vado a mettermi le scarpe?”
“Sì amore.”
Sofia si allontana.
“Davide non c’è?” chiedo d’istinto.
“No, è a una riunione con la squadra, arriverà più tardi.”
Sono sollevata: a quanto pare non ho interrotto niente di sconvenevole. Anche il suo solito look discutibile mi conforta, ma ammetto che è strano trovarmi sola con lei.
“Posso offrirti qualcosa?”
L’ultima volta che me lo ha chiesto, eravamo al bancone di un bar: voi che dite?
“No, ti ringrazio.”
“Neanche un bicchiere d’acqua?”
“Okay…”
Ne approfitto per concentrarmi sull’arredamento e controllare l’entità del danno provocata dalla pipì di Olivia, ma noto con rammarico che è di pelle scura e visto da qui, sembra essersi salvato.
Dannazione.
“Mi dispiace che Olivia abbia fatto pipì sul divano… si è rovinato?”
Dimmi di sì, dimmi di sì.
“No, assolutamente, non preoccuparti… può succedere, anche Romeo combina disastri.”
La sua voce è calma, temperata, mi fa quasi rabbia non trovarla infastidita.
“Com’è andato il colloquio?” mi chiede.
Chi glielo ha detto? Il punto interrogativo che ho stampato in fronte deve averle suggerito che ho bisogno di saperlo.
“Me lo ha detto Davide…” aggiunge.
Quindi in questa casa si parla di me? Ciò non toglie che lei sia l’ultima persona a cui racconterei della mia vita.
“Non so ancora se accetterò.”
“Secondo me dovresti…”
E da quando si permette di darmi consigli? Fingo di non aver sentito e mi volto per dare un’occhiata alla casa. È carina, arredata con gusto. C’è una bellissima parete a vetri che si affaccia su una delle vie più importanti di Torino: è un nido d’amore. Voglio andare via. Ma lei ricomincia a parlare.
“Sofia è adorabile, stiamo bene insieme.”
È da cose come questa che capisci che il suo cervello è limitato: quale mamma del pianeta vorrebbe sentirsi dire una cosa del genere?
“Mi fa piacere.” dico con un sorriso forzato.
“Ho preparato un paio di porzioni di lasagne, a Sofia piacciono tanto…”
Sofia. Sofia. Sofia.
“Le ho promesso una pizza, ma grazie del pensiero.”
Se avessi un mattone a portata di mano, glielo tirerei in testa.
“Mamma eccomi.”
Due parole che si riassumono in una: salvezza.
“Sei pronta? Andiamo?” le chiedo.
Mi sento un po’ come Olivia, mi sembra quasi di scodinzolare. Sofia mi prende per mano, io prendo il trolley, ma prima di arrivare alla porta, il gatto nero mi attraversa la strada. Era da dire. Un attimo dopo, mi pento per aver dato credito a quella stupida diceria superstiziosa sui gatti neri, afferro la maniglia e lì, sulla mensola che sta vicino all’ingresso, c’è un test di gravidanza.

Quante erano le linee evidenziate? Erano due o tre? E incinta? E se fosse: è solo capitato o lo stavano cercando? Mi sono appena messa alla guida e nonostante abbia gli occhi fissi sulla strada, la mia mente si è già catapultata nel futuro: dieci anni dopo. Sofia ha una sorellina di otto anni e io sono stata rinchiusa in una clinica psichiatrica. Non sono preparata ad affrontare una cosa del genere. E più mi sforzo di convincermi che non ho nessuna garanzia che Andrea sia incinta, più sento il dovere di mettermi alla prova, immaginando cosa farei in questa eventualità.
“Mamma! Devi dirmi com’è andata!”
È Sofia a mettere fine al mio flagello mentale, con una domanda che sembra esserle venuta in mente solo ora.
“È andata bene, Olivia mi ha affidato un progetto a cui posso lavorare da casa.”
“E disegnerai gli accessori come prima?”
“Li faremo più belli!” dico strizzandole l’occhio.
Ora viene la parte più difficile.
“E dovrò fare qualche viaggio…”
“Perché?”
Nella grande maggioranza dei casi, il genere femminile è costretto, per natura, ad affrontare scelte difficili. Come scindere il ruolo di madre da quello di donna? E sopratutto, perché davanti alla domanda lecita di mia figlia, non mi preoccupo dell’allontanamento di cui potrebbe risentire e sento invece il sadico desiderio di scoprire se sappia qualcosa del bambino in arrivo?
“Perché la mia collega sta per diventare mamma…”
Aggiungo un po’ di enfasi nel finale, una cosa tipo: dadadadan! Questo dovrebbe smuovere una reazione. Ma Sofia sembra essere interessata ad altro: “E dove vai?”
“Ancora non lo so… forse Milano, Parigi, Londra…”
Evito di aggiungere New York, che è dall’altra parte del mondo, anche se è una delle possibilità.
“Ma saranno viaggi cortissimi.” mi affretto ad aggiungere.
“È bellissimo!”
“Davvero sei felice?” chiedo incredula.
“Certo: ho una mamma viaggiatrice!”
Questa bambina non smetterà mai di sorprendermi. È una piccola donna. Decido che è giunto il momento di archiviare ufficialmente la questione ‘sorellastra’, ma appena finisco di sigillare gli ipotetici scatoloni che ho riempito di paturnie, per iniziare a godermi la serata con Sofia, faccio una considerazione ad alta voce, ignorando l’esistenza del protocollo ‘matrigna’.
“Ora dobbiamo solo trovare qualcuno che possa badare a Olivia quando io non ci sarò: magari nonna Clara, che ne pensi?”
“Andrea ha detto che posso portare Olivia da papà tutte le volte che voglio, ci pensa lei a convincerlo…” dice soddisfatta.
Se non altro, almeno questa volta, il ruolo di mamma e quello di donna sono d’accordo. Entrambi si dispiacciono: il primo di quella inaspettata complicità, il secondo dei modi di persuasione che non fatico a immaginare.
“Ti va se mangiamo una pizza?” le chiedo.
“Io adoro la pizza.”

È stata una notte buia e tempestosa, come quella che descrive Snoopy nell’incipit del suo libro, e se lui non è mai riuscito a scrivere il seguito è solo perché non è una donna: io sono costretta ad andare avanti. Dimenticherò questa storia, il probabile bambino in arrivo non cambia nulla: è solo la prova ulteriore che la mia storia con Davide è finita. Non ci saranno ritorni di fiamma, non ci saranno colpi di scena e non ci saranno nemmeno i Natali tipici delle famiglie allargate. Non per ora almeno. E non voglio dipendere da quei due. Devo cercarmi una tata/collaboratrice domestica. Una persona di fiducia che possa occuparsi di Sofia e della casa quando io non ci sono: ci vorrebbe una Mrs. Doubtfire — che non esiste. Nella prossima vita, devo ricordarmi di specializzarmi in robotica e di investire grandi capitali nell’economia domestica: costruirò una fabbrica di Mrs. Doubtfire e tutte le donne del mondo mi ameranno. E mentre rifletto su una soluzione concreta che possa procurarmi qualcuno che le assomiglia, suona la sveglia. Anche se non ho chiuso occhio, mi alzo dal letto e raggiungo la camera di Sofia, accendo la luce, mi avvicino alla sagoma che si nasconde sotto il piumone e cerco di svegliarla. Ho mezz’ora di tempo per preparare la colazione, portare fuori Olivia a fare pipì e assemblare una mise decorosa con cui uscire di casa: nessuno scommetterebbe su di me, non ho la faccia del cavallo vincente e non è lo specchio che ho di fronte a darmene conferma, ma l’umore che sembra essere precipitato in un grande buco nero.
“Cos’hai mamma? Sembri triste stamattina…”
Anche Sofia che mi ha raggiunto in bagno se n’è accorta.
“Non ho dormito bene: forse la pizza mi ha fatto male alla pancia.”
Mi dileguo, tentando di sottrarmi ai suoi sguardi inquisitori e mi fiondo nello Studio: se trovo qualcosa da mettermi, il resto sarà tutta discesa. Apro la porta, entro, la richiudo. Confido negli abiti appesi, sperando che possano farmi venire un’idea, ma qualcosa non va. Ho come l’impressione di rivivere l’angoscia di quel tragico venerdì nero, i miei occhi si mettono a fissare il tavolo centrale e mi sembra di rivedere il telefono di mio marito e il messaggio che mi ha messo di fronte alla realtà.
“Non ti basta?”
Lo dico ad alta voce, quasi senza rendermene conto. Se Michele fosse qui pronuncerebbe le stesse parole.
“Sì che mi basta.” mormoro.
Non posso permettere che le decisioni di Davide continuino a condizionare la mia vita. La più importante delle chance non dipende da Paolo, tantomeno da Olivia, ma dipende da me: sono io che devo concedermi l’opportunità di voltare pagina. E siccome mi restano solo venticinque minuti, sarà meglio che mi decida ora. Mi serve qualcosa di rock. Pantaloni in pelle di Balmain, maglia over di Sonia Rykiel, cappotto di Moschino con cintura in pelle, 2.55 di Chanel e per finire, stivaletti di Valentino. Metto la selezione sul tavolo: tutto rigorosamente nero… meglio aggiungere una cappa colorata di Missoni — una nota di speranza. Chi non ha scommesso sul cavallo zoppicante di poco fa, ora si sta pentendo amaramente: dopo trenta minuti esatti, Sofia ha fatto colazione, Olivia ha fatto pipì e io sono al volante dell’auto che ricordo ai signori passeggeri di allacciare le cinture. Si parte. Arriviamo a scuola con un po’ di anticipo, e nonostante una parte di me si stia pavoneggiando per la gloriosa impresa, l’altra è preoccupata, molto preoccupata dalla possibilità di incontrare Donna Lucia. Scendo dall’auto, recupero lo zaino e aiuto Sofia a scendere. Mi avvicino immaginando il peggio, ma la mamma più feroce deve essersene già andata. Raggiungo l’ingresso tenendo Sofia per mano, mi chiede lo zaino e prima di entrare, mi saluta con un bacio.
Il mio modo di seguirla con lo sguardo lungo il corridoio, aspettando di vederla salire le scale che la condurranno in classe, è ormai un rituale, ma ogni volta che succede, sembra che i miei occhi non siano pronti a perderla di vista. Faccio un sospiro e mi incammino per tornare alla macchina. Sono quasi arrivata al parcheggio, quando sento dei passi dietro di me, mi volto e vedo Glenda.
“Ciao…” dico sorpresa.
“Ciao Eva, hai un minuto?”
“Sì, certo.”
“Ho visto il tuo messaggio sulle chat del comitato…”
Credo si stia riferendo a quello delle mie dimissioni da presidente.
“Ma stiamo organizzando i mercatini di Natale e il tuo contributo sarebbe prezioso.” aggiunge.
Il fatto che stia usando il condizionale, dovrebbe farle capire che non sono interessata all’ordine del giorno.
“Mi dispiace, non ho tempo.”
Perché sto immaginando che possa scusarsi per non aver preso le mie difese durante il mio conflitto a fuoco con Lucia?
“È per l’altro giorno?” mi chiede titubante.
Per aver avuto degli stupidi pregiudizi?
“No. Ora ho un lavoro e il tempo che mi resta preferisco dedicarlo a Sofia.
Ora, se vuoi scusarmi, devo tornare a casa dal mio cane incontinente, prima che sia troppo tardi.” concludo sorridendo.
“Eva, non abbiamo avuto modo di parlare in privato, ma voglio dirti che mi dispiace per te e Davide… ho saputo che vi siete lasciati…”
“Ti ringrazio del pensiero, succede.” dico tentando di liquidarla velocemente.
Ma mentre sto per andarmene, il suo sguardo cambia: se fino a un secondo fa, avevo l’impressione che mi esplorasse per curiosità, ora sembra stia cercando di rendermi partecipe di qualcosa che la riguarda.
“Tu, tutto bene?”
“Anche il mio matrimonio è finito.”
Glenda si mette a piangere.
No. No. No. Che devo fare adesso?
Mi chiederà di fondare un club di mamme separate che si riunisce una volta a settimana per condividere il dolore? È come tendere la mano a qualcuno che sta sprofondando nelle sabbie mobili da cui sei appena riuscita a uscire… Eppure, non posso fare altro che avvicinarmi e offrirle conforto.
“Mi dispiace…” dico accarezzandola la spalla.
“Dice che non è più innamorato di me, che con me non è più felice, che vuole andarsene…”
I singhiozzi mi ricordano quelli di qualcuno, ma il suo dramma sembra più grande del mio, e come sempre succede, quando ti trovi di fronte a qualcuno che sta peggio, ti senti improvvisamente una favola.
“Devi reagire.” dico decisa.
“Come?”
Smettere di frequentare certe madri potrebbe essere un buon inizio, ma non credo che sia pronta a sentirselo dire.
“Intanto smetti di piangere. Ogni lacrima versata per lui darà importanza alle cose terribili che ti ha detto.”
Senti da che pulpito.
“Vuole andarsene? Che se ne vada. Che bisogno abbiamo di un uomo che ha smesso di amarci?”
“Ma è il padre di mia figlia…” ribatte.
“E tu sei sua madre: pensi che voglia vederti in questo stato? È per lei che devi essere forte: sei una mamma.”
Glenda mi guarda come se avessi detto la cosa giusta, la sola cosa capace di muovere in lei una reazione: smette di piangere, si asciuga il viso e sorride, anche se in modo forzato.
“Hai ragione…” mormora. “Sofia come l’ha presa?”
“Sono i genitori che devono trasmettere serenità, sforzandosi di mantenere situazioni pacifiche in presenza dei figli. È questa la parte più difficile, ma è l’unica che ti consentirà di limitare i danni. Anche Beatrice lo accetterà e per lei sarà meno doloroso di quanto immagini.”
Le mie parole sembrano davvero quelle di un’esperta: forse l’idea del club ‘madri separate’ non è poi così male.
“Ti ringrazio per il tuo tempo e anche per i consigli, spero di riuscire a seguirli.”
Glenda si volta, la vedo allontanarsi di spalle e so che sta continuando a piangere. Le ci vorrà tempo per ricominciare, ma ce la farà.
Questa confidenza non fa altro che fomentare la mia voglia di rivincita nei confronti della vita. Ogni attimo trascorso a compiangersi non fa altro che rallentare il processo di rinascita che tutte le donne reduci da situazioni difficili meritano. E mentre salgo in auto, chiedendomi se sia la cappa colorata a darmi quella dose di speranza che cercavo stamattina, decido che il mio nuovo inizio comincia proprio adesso.

Sono appena rientrata a casa e noto con piacere che Olivia ha tenuto a bada la sua pipì, decido di portarla fuori di nuovo e di mettermi al lavoro nei prossimi dieci minuti, ma mentre faccio per metterle il collare, il telefono che ho nella borsa squilla: è Olivia, quella vera.
“Sì.” dico in tono professionale.
“Buongiorno mia cara.”
“Buongiorno capo… stavo giusto per mettermi al lavoro, ho una bellissima idea che voglio sviluppare e sono sicura che impazzirai appena te la illustrerò nel dettaglio…”
“Devi partire. Sei pronta?”
E me lo dice così? Di già?
“Certo che sono pronta. Dove si va?”
Ammetto che l’entusiasmo che ho messo in questa frase potrebbe confonderla e spingerla a osare più di quanto dovrebbe: spero non stia pensando al Giappone…
“New York.”
“Fantastico!” esclamo tentando di nascondere la mia preoccupazione. “E quando?” mi affretto ad aggiungere.
“Tra una settimana esatta: il prossimo giovedì.”
Sono emozionata, ma qualcuno credo lo sia più di me: il cane ha appena allagato il tappeto del salotto.

 

TRENTUNESIMO EPISODIO

Illustrazione: Valeria Terranova