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3 Lug

Chi offre di più?

enrica alessi romanzo l'amore ai tempi supplementari

enrica alessi romanzo l'amore ai tempi supplementari

 

M

ancano pochi minuti per arrivare in albergo e per tutto il tragitto in taxi, non ho fatto altro che pensare alla faccia sconvolta della mamma al ristorante. Il suo atteggiamento non mi è piaciuto, ma credo che se Sofia fosse stata presente, anche io avrei reagito allo stesso modo. E lì, di fronte alle Dolomiti, mi domando perché le mamme smettano di essere donne, in presenza dei figli. Sono le situazioni a cambiarci? O siamo noi a cambiarle, a seconda del ruolo che ricopriamo in quel momento? — Questa devo mandarla a Marzullo. Il taxi si ferma davanti all’albergo: il tempo dedicato all’introspezione è finito. Scendo e guardo l’orologio, l’asta inizia tra un quarto d’ora: significa che ho dieci minuti per un check-up veloce che mi renda favolosa. Salgo le scale, Michi mi segue, entro in camera e metto in fila le operazioni più urgenti: spazzolino, dentifricio, trucco e rossetto. Tanto rossetto. E mentre mi guardo allo specchio, soddisfatta del risultato, realizzo che la domanda che ho cercato di non farmi fino a ora, ce l’ho lì: sulla punta della lingua, che vorrei mordere. Ma Michele, l’uomo dal tempismo perfetto: quello che mi ha fatto morire di vergogna al ristorante poco fa, ora è lo stesso che mi toglie dall’imbarazzo, facendola al posto mio.
“Sei contenta di rivedere Mr.Grey?”
Dirgli bugie non servirebbe, sarebbe come mentire a me stessa, la verità è una sola, anche se mi spaventa.
“Sì, ho voglia di vederlo. Vorrei parlarci, flirtare e uscire a cena con lui per ricordarmi com’ero. E vuoi sapere un’altra cosa? Ho paura, ho paura che non ci sia, che mi dia buca. Ho paura di non rivederlo per altri vent’anni. Ma mi fa più paura l’idea che possa piacermi di nuovo, di innamorarmi di nuovo. E allora preferirei che non ci fosse.”
Lo dico tutto d’un fiato, senza togliere il mio sguardo dal suo.
“Ma perché?” mi chiede Michi basito.
“Per non correre il rischio.”
“Ma fammi il piacere.” mi ammonisce, facendo schioccare la lingua sul palato.
“Subito, ci rimarrei male, ma poi passerebbe… fidati, sarebbe meglio se lui non ci fosse.”
“Eh no!” mi rimprovera. “Speriamo che ci sia invece. Perché se disgraziatamente perdessi le sue tracce, tra sei mesi, ti ritroverei in studio da Maria De Filippi a ‘C’è posta per te’ e io non ti permetterò di perdere la faccia in diretta nazionale.”
“Sai che non lo farei.” dico divertita, al pensiero di questa eventualità.
“Eva: non era neanche un limone…”
In effetti ha ragione. Ma l’ho amato, anche se avevo solo undici anni. Potrei ricaderci. È chimica.
“Giusto. Andiamo. È tardi.”
Usciamo dalla camera e scendiamo le scale, tenendoci per mano. Michi è bellissimo. Il suo stile è brioso, affascinante, sexy. Molto sexy. In queste circostanze, mi piace lasciare intendere che siamo una coppia, e un po’ lo sembriamo, mi dà sicurezza. E mi piace anche quando le altre lo guardano e io le guardo a mia volta con un’espressione traducibile in: ‘non lo avrete mai!’ Arriviamo davanti all’ingresso del salotto in cui si terrà l’asta. Dovrei entrare, manca poco all’inizio, ma gli organizzatori stanno finendo di posizionare gli alberi su un grosso piedistallo laccato di rosso, che sta proprio vicino al banco, e non mi dispiace aspettare ancora un po’. Do una sbirciatina, vedo un classico tappeto di montagna in pelle d’orso a testa rigida, che sta sotto un tavolino circolare, circondato da tre poltrone in velluto nero, su cui stanno seduti due uomini e una donna. Riconosco lei, l’ho vista sulla locandina dell’asta: è il presidente dell’associazione benefica a cui verrà devoluto l’intero ricavato della vendita. Mi sta guardando e io le sorrido. Di fronte a lei, ci sono cinque file di sedie disposte a semicerchio, che formano una piccola platea, e noto che gran parte dei posti sono già occupati. Credo sia giunto il momento di entrare e di affrontare le mie paure. E lo vedo lì, di fronte a me: Mr. Grey brizzolato, che alza il braccio per salutarmi. Io alzo il mio e mimo un ‘ciao’ labiale, cercando di frenare l’emozione. Quel sorriso mi fa venire voglia di avere un defibrillatore nella borsa. Non possiamo finire vicino a lui. Non ce la faccio. Il pensiero di sedergli accanto, immaginando le mie labbra da undicenne che si posano sulle sue, mi turberebbe a tal punto da offuscare la mia lucidità. Non posso permettermelo in fase di trattativa. Devo rimanere concentrata. Guardo in alto, e imploro la nonna di farmi trovare due posti alle mie spalle. Mi volto, li vedo, prendo Michi per mano e ci sediamo.
“Lo hai visto?” mi chiede, mentre si toglie la giacca per riporla sullo schienale. Che domanda è? Certo che sì, e per poco non mi viene un infarto.
“Sì, sì.” rispondo frettolosa. Ma Michele insiste, mi colpisce il braccio con il gomito per puntualizzare l’ovvio:
“Sai che alla luce del sole, il tuo mezzo limone è anche meglio?”
“Tu dici?”
“Stai solo fingendo di non vedere quello che vedo io.” E ancora quel tono provocatorio. Quello che usa per testare la mia tenuta di strada, quando è evidente che il mio self control è sul punto di sbandare.
“A me sembra solo più brizzolato.”
Devo smussare gli spigoli del mio evidente coinvolgimento emotivo. A salvarmi dall’ennesima domanda a trabocchetto è il battitore d’asta, che prende posto dietro il banco, avvicinando la bocca al microfono.
“Signore e signori, benvenuti alla nostra asta dedicata a ‘Baby nel cuore’…”
Le parole a seguire sono solo un sottofondo vocale a cui non presto attenzione, la mia mente è altrove, sulla spiaggia di Forte dei Marmi, di fronte a un romantico tramonto. Scuoto la testa per liberarmi di quell’immagine che mi induce in tentazione, e sposto il mio sguardo sull’albero che voglio aggiudicarmi a tutti i costi. Mi metto quasi a fissarlo, nel tentativo di tenere i miei occhi lontano dai guai. Assumo una posizione severa, guardinga: devo iniziare a studiare l’avversario, chi potrebbe volere il mio albero? Ma soprattutto: quando sono disposta a spendere?
E Michi, che mi legge nel pensiero, mi chiede:
“Hai fissato un budget?”
“Quanto si può spendere per fare felici dei bambini?” dico sospirando.
“Eva: tu vuoi solo fare venire un ictus al tuo ex marito… lascia stare la Onlus…”
Rifletto sulla sua precisazione: non è vero che non mi importa dei bambini, ma è anche vero che l’occasione di fare capire a Davide cosa si prova, quando qualcuno agisce alle tue spalle, ha sicuramente il suo peso in tutto questo.
“Quindi, quanto?” mi chiede di nuovo.
“Cinque mila.”
“Complimenti c**o secco!”
“Troppo?” chiedo dubbiosa con il sentore di stare esagerando.
“No, affatto: stiamo parlando di bambini bisognosi.”
La sua ironia mi manderà nei matti, non capisco mai quando è serio e quando mi prende in giro. E comunque sì: credo che cinque mila euro possano considerarsi una cifra adeguata. La mia attenzione si sposta sui probabili rivali. Noto una signora sulla cinquantina, con pelliccia di volpe bianca, orecchini vistosi e occhiali a specchio, seduta proprio dietro a Paolo. Lei potrebbe essere interessata al mio albero: devo tenerla d’occhio. Chi altro? Vediamo… Ma interrompere il mio spionaggio è Michele, che mi colpisce il braccio con il gomito, facendomi un cenno con la testa.
“A quanto pare non sei la sola a fare gli occhi dolci al tuo mezzo limone, guarda a ore tre.”
Sposto lo sguardo sulla destra e vedo una bellissima ragazza con un cappotto verde, dai capelli castani e il rossetto color ciliegia, che guarda Paolo sorridendo, e lui sta ricambiando. Lo dicevo io che era meglio non farsi illusioni, gli uomini sono tutti uguali.
“In realtà non mi importa. Stavo studiando gli avversari…”
“E quella ti sembra una da sottovalutare?”
“Io mi riferivo ai possibili compratori interessati al mio albero, non a stupide oche che si mettono a flirtare durante un’asta di beneficenza.” rispondo infastidita.
“Be’, oca o no, credo che abbiate gli stessi gusti…”
E mi sembra chiaro che non stiamo parlando di abeti, ma abbozzo, senza dargli corda. Il signore accanto a me si è appena aggiudicato la creazione proposta da Moonboot: un albero allestito con doposcì da bambino di colore bianco, al prezzo d’occasione di duemila euro. E ora, è il mio turno.
“Passiamo, quindi, a uno dei lotti più ambiti: l’albero da sera creato da Moschino.” annuncia il battitore.  A giudicare dal brusio che si sente in sala, non sono l’unica a essere interessata all’oggetto: sono pronta a combattere.
“La base d’asta è di 500 euro, chi offre di più?”
“Mille euro.”
Come supponevo, è la signora con la pelliccia di volpe a fare la prima offerta. Ho immaginato questo momento almeno mille volte, sono emozionata, sto per pronunciare una frase memorabile, ma prima che possa metterla insieme, Michele mi anticipa.
“Duemila euro.”
“Duemila euro per il signore con la camicia azzurra.” dice il battitore, indicando il mio amico infedele.
“A che gioco stai giocando?” gli sussurro basita.
“Hai posto il limite a cinque? Che male c’è se mi diverto un po’?”
Alzo gli occhi al cielo: con lui non si può mai abbassare la guardia.
“Tremila.” rilancia la signora con pelliccia.
“Bene. Tremila euro per la signora con gli occhiali.” ripete il battitore, quasi a voler chiarire lo stato della trattativa. Ma capisco anche da sola che il prezzo sta salendo troppo velocemente, devo fare la mia offerta.
“Io offro tremila e cinquecento euro.” dico alzando la mano con fierezza.
Sposto lo sguardo su Paolo: è più forte di me. E come se stessi cercando di attirare la sua attenzione. O voglio solo accertarmi che abbia smesso di fissare l’altra? Ho vinto: sta guardando me, sorride, e non mi toglie gli occhi di dosso. Poi, alza la mano e anche lui dice la sua:
“Io ne offro quattromila.”
Mi sta sfidando? O sta flirtando?
“Quattromila euro per il signore con il maglione blu.” riassume il battitore, evidentemente eccitato. “Chi offre di piu?”
“Quattro mila e cinquecento.”
Michele. Ancora Michele.
Vorrei voltarmi e fulminarlo con lo sguardo, ma ho capito il suo gioco: questa è l’ultima offerta consentita. E poi, non posso distrarmi, sto tenendo d’occhio il mio vero avversario, che devo anticipare con la prossima offerta.
“Cinquemila.” dico ad alta voce, sollevando l’indice verso l’alto.
“Fantastico!” esulta il battitore. “Cinquemila euro per la signora con la pelliccia colorata. Qualcuno offre di più?”
Premo la mia mano sulla gamba di Michele per frenare qualsiasi gesto eroico, e in quel silenzio sublime, dove nessuno ha il coraggio di fare un’offerta più alta, pregusto già la vittoria. Quell’albero mi piace davvero. Lo immagino a casa mia, vicino al camino, vicino a Sofia, che sta seduta ai suoi piedi, in compagnia del chihuahua nero a pelo corto, mentre scarta i regali di Natale, e non sono disposta a separarmene. Sarebbe sprecato nel negozio della signora Kraler.  Il mio film mentale prosegue con le foto di rito, quelle ufficiali, in cui il presidente della Onlus mi guarda compiaciuta, abbracciandomi. Ma qualcuno rompe quel silenzio sublime con una nuova offerta.
“Seimila euro.”
Non credo ai miei occhi, parli del diavolo e chi arriva? La signora Kraler in persona. In braccia ha già il chihuahua che vorrei, non posso lasciarle anche l’albero.
“Seimila e cinquecento.” rilancio agguerrita.
Paolo continua a guardarmi, sembra sorpreso, orgoglioso. Michi, invece, sembra più preoccupato.
“Non volevi regalarlo a lei?”
“Prima che me ne innamorassi.” rispondo a bassa voce.
“E il limite dei cinque?”
“Voglio quell’albero, è una questione di principio: sono disposta a spendere qualsiasi cifra.”
“Allora okay…. Settemila!” urla Michele.
Non posso credere che lo abbia fatto. Lo guardo e non so se ridere o piangere, ma questo è il momento di combattere: niente e nessuno può fermarmi.
“Settemila e cinquecento.”
La ragazza dal rossetto ciliegia, che è rimasta a guardare fino a ora, arriva nel momento peggiore della trattativa: il mio budget è stato superato da un pezzo. E come se non bastasse, continua a sorridere a Paolo. Ma lui tiene gli occhi su di me.
“Abbiamo un’altra contendente, a quanto pare, la signora dal cappotto verde offre settemila e cinquecento. Chi offre…”
La signora Kraler lo interrompe: “Novemila.”
Quella è come il suo cane: un vero osso duro. E io? Posso spingermi più in là? Posso davvero offrire diecimila euro, per un albero di Natale vestito da sera? Ma prima che possa rispondere alle mie domande. Le parole mi escono da sole:
“Offro diecimila euro.”
Il silenzio non è più soltanto sublime, è diventato tombale. Anche il battitore mi guarda sconvolto con un’espressione traducibile in: ‘e chi lo avrebbe detto che si potesse arrivare a tanto!”
“Diecimila euro è un’offerta molto coraggiosa… diecimila e uno, diecimila e due…”
Giuro che se qualcuno apre bocca adesso, lo uccido.
“Diecimila mila e tre. Il lotto nº4: l’albero di Moschino se lo aggiudica la signora con la pelliccia colorata.”
E dopo un fragoroso applauso da parte di tutti i presenti — rivali compresi — comincio a pensare che diecimila euro, per un albero natalizio, siano davvero una pazzia. L’asta giunge al termine, poco dopo. Mi metto in posa per le foto ufficiali con il presidente, che si complimenta con me per la somma offerta, poi, mi fa accomodare in una stanza vicino al salotto, adibita a ufficio. Non mi importa nulla del mobilio, la sola cosa che osservo con attenzione è la scrivania su cui è appoggiato il pos che sta per prendersi i miei soldi. La carta di credito, fiera e impavida, attraversa le bande del dispositivo a testa alta, affrontando il suo destino con dignità e sopravvive. Transazione Eseguita. E strano a dirsi: anche io mi sento più leggera: sono felice di aver aiutato dei bambini, ho usato i soldi nel modo migliore. E come premio, ho addirittura ricevuto un bellissimo albero di Natale. Cosa voglio di più? O sto solo cercando un alibi? Ho fatto davvero tutto questo, per colpire
Davide? Quella domanda mi dice che non riuscirò mai a perdonarlo. Diecimila euro non bastano a rimborsare un anno di tradimenti. Mi ha fatto sentire una stupida, e ora, la stessa stupida sta pure qui a colpevolizzarsi. Sono improvvisamente arrabbiata, e colta dalla voglia irrefrenabile di far sentire le mie ragioni. Non sono l’idiota che crede io sia. Vedo tutto nero. Mi dimentico dell’albero, di Paolo, di Michele: c’è solo la rabbia. E il telefono che vibra nella borsa. Lo afferro, lo guardo. ‘Davide’. Il suo nome sta lì, scritto sul display. Guardo il presidente e dico:
“Può scusarmi un momento? Devo rispondere.”

DICIOTTESIMO EPISODIO

Illustrazione: Valeria Terranova