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11 Apr

Chanel N° 5 è come la Coca Cola

enrica alessi scrittrice romanzo not for fashion victim

enrica alessi scrittrice romanzo not for fashion victim

“M

elissa, devo informarti che hai la febbre: 38,7.” dice Cassandra in tono solenne, mentre controlla il termometro ai piedi del mio letto. “Chiamo il dottore.”
“Cassandra, io sono un dottore: è solo un po’ di influenza…”
Tutto è cominciato due giorni fa, quando sono rimasta senza giacca per scaricare la felce, poi, il ‘piacevole’ incontro di ieri mi ha dato il colpo di grazia. Marcello ha il potere di farmi crollare pure le difese immunitarie. Sono ko.
“Ti prometto che me ne starò buona e tranquilla, qui: al calduccio, e Max mi terrà d’occhio. Vero Max?” dico accarezzandogli la frangia.
“Sicura?
“Sicura.”
Cassandra si siede sul letto e mi mette una mano sulla fronte. Mi sorride e mi rimbocca le coperte.
“Prometto che non ti farò mai più quella stupida domanda sui pazienti…”
“Non è colpa tua. Doveva succedere. E poi, tutto sommato, sono felice che mi abbia visto al lavoro: lì mi sento realizzata. Se lo avessi incontrato per strada, non si sarebbe nemmeno accorto di me.”
“Perché dici così?” mi chiede.
“Per come mi vesto, insomma: lo dici sempre anche tu!”
“Credevo che non ti importassero queste cose. Hai sempre detto che le persone devono amarti per quello che sei, che l’aspetto non conta…”
“Ma questo principio non vale per gli ex fidanzati che hanno distrutto la tua autostima.” replico, cogliendo la sua provocazione. “Sai cosa avrei voluto? Avrei voluto sentirmi uno schianto. E forse hai ragione: l’aspetto conta eccome, ma solo per quelli come lui.”
“Ed è questo il punto Melissa: avresti dovuto sentirti uno schianto per non avere rimpianti, perché ora non saresti qui a piangerti addosso! Pensaci.”
Mi ha messo a tacere. Credo che non sia mai successo da quando la conosco. Dannata influenza. Forse è giunto il momento di mettere fine alla mia crociata per ‘la bellezza interiore’, sarà meglio dormire un po’.
“Ci penserò.” dico scivolando dentro le lenzuola.
Cassandra si alza dal letto, mi versa un bicchiere d’acqua e mi saluta mandandomi un bacio. È già passata un’ora da quando è uscita per andare al lavoro, e io non riesco a dormire: continuo a pensare a lui. Proprio non capisco questo mio sadismo. So che non era quello giusto, so che non mi avrebbe mai reso felice, ma non posso fare a meno di chiedermi: perché ha scelto lei? E la cosa più umiliante della faccenda è che conosco già la risposta: non era innamorato di me. Ecco, ora mi verrà un ictus. Che cosa ho di sbagliato? Sono alta un metro e sessanta, porto una 40 e i miei capelli — anche se sono un po’ disordinati — hanno un bel colore: un castano caldo con qualche sfumatura dorata. Mi sembra di avere una chiacchierata incalzante: non balbetto, non mi mangio le parole — neanche le unghie — e a volte, mi esce pure qualche battuta divertente. Possibile che sia il mio stile deludente la causa della mia sfortuna amorosa? Ci si mette pure il pavone a ricordarmi di essere scelto per la bellezza della sua ruota. E io ripeto: non la so fare. Sento gli occhi pesanti, ma qualcosa mi impedisce di chiuderli. Mi volto verso il comodino per prendere un po’ d’acqua ed è come se il destino mi stesse chiamando. Il libro giace lì: vicino al bicchiere e a modo suo sta dicendo ‘bevimi’. Ho deciso: lo userò come narcotico. Sarà talmente noioso che mi do al massimo due pagine, al termine delle quali, cadrò in un sonno profondo. Sistemo i cuscini per appoggiare la schiena sul morbido e inizio a leggere. Dopo quindici minuti, sono ancora sveglia. Ammetto di essere arrivata a pagina 32 e di essermi fermata soltanto una volta per fare pipì, e ora per un paio di considerazioni: sono un’ignorante e sono pure bigotta. Come potevo non sapere che Coco Chanel era orfana? L’ho sempre immaginata come una tipetta con la puzza sotto il naso che vendeva vestiti troppo costosi. E ho sempre pensato che quel suo ‘bianco e nero’ fosse la sintesi di: ‘aspetta che gioco facile’, e invece no. Questa donna è interessante sotto tutti i punti di vista. E chiariamolo: non mi sono convertita alla moda, è solo che la sua vita mi appassiona. Chanel Nº5 non è un profumo è un monumento culturale, come la Coca Cola. È il simbolo della bellezza ricca e sensuale, ma la storia della sua creatrice comincia nella più misera povertà e con la più terribile delle perdite. Gabrielle — è il suo vero nome — nasce nelle campagne della Francia del sud. Ha tre sorelle e due fratelli. Il padre è un venditore ambulante che si trascina dietro la famiglia di città in città. Jeanne, la mamma, innamorata e continuamente tradita dal marito vagabondo, tira avanti la famiglia come può, ma presto, si ammala di tubercolosi. Quando muore, Gabrielle ha solo dodici anni. Il padre torna a casa a fatto accaduto e si rende conto di non poter gestire la situazione. I fratelli vengono mandati a lavorare nei campi, Gabrielle e le due sorelle, invece, salgono sul carretto del padre, che le conduce ad Aubazine: un convento di suore. Albert promette che tornerà a prenderle, ma non succede. Chanel evita per tutta la vita di pronunciare il nome dell’abbazia, lo circonda di mistero. Mente sulla sua infanzia: dice di essere cresciuta con le zie e inventa una storia fantasiosa sul padre, sul nonno, e sulle sue origini. Fa qualunque cosa per nascondere il suo passato, arriva addirittura a offrire denaro ai familiari per pagare il loro silenzio, ma è il luogo in cui ha trascorso la sua adolescenza che condizionerà la sua vita per sempre. Da Aubazine sarebbe dipesa la forma dei vestiti che avrebbe creato, la sua ossessione per la purezza e il minimalismo, e la sua predilezione per il bianco e il nero. Le suore allevano le orfane insegnando loro il potere di simboli e numeri. Il numero cinque per cui Chanel è conosciuta è la cifra della quintessenza, che rappresenta l’etere, lo spirito. Anche i profumi dei fiori che sente sui suoi vestiti vengono coltivati sulle stesse colline in cui le bambine dell’orfanotrofio fanno lunghe passeggiate. Chanel ha diciotto anni quando lascia il convento per trasferirsi a Moulin, una piccola città più a nord. Ma porta con sé tutto ciò che Aubazine le ha insegnato. E porta con sé i suoi sogni, senza sapere che sarà lei a inventare il profumo più famoso del mondo, senza immaginare che il suo modo di fare moda cambierà il mondo per sempre. Questa donna è un miracolo. La testa mi gira, la fronte scotta, dov’è il termometro? 39.2. Chiamo il 118. Alla fine, opto per una guardia medica: più discreta di un’ambulanza a sirene spiegate. Chiudo Max in bagno per evitare improvvisi raptus causati dalla visita di persone sconosciute — armate di stetoscopio — e apro la porta.
Per fortuna il medico è una donna: il pensiero di trovarmi di fronte al Dottor House, nel solito stato pietoso, di certo non gioverebbe alla mia salute. Mi visita e diagnostica: influenza. Lo sapevo.
Caldo, riposo e tachipirina, solo in caso di temperatura superiore a 39. Direi che mi merito un cicchetto. La ringrazio, la accompagno alla porta e la saluto. Ora svengo. Mi trascino per le scale, raggiungo la mia stanza e libero Max. Poi, mi butto sul letto. Al mio risveglio, la febbre sembra sparita. Ho fame. Guardo l’orologio e sono già le nove. Mi alzo dal letto, mi avvicino alle scale e sento la TV accesa: Cassandra è tornata. Mi avvicino, cercando di mantenere le distanze per evitare il contagio, lei mi guarda e dice:
“Come stai?”
C’è qualcosa di strano nel tono della sua voce.
“Meglio, grazie. Cosa guardi?” chiedo indicando lo schermo.
“La grande truffa con Matthew McConaughey.”
“Passami i pop corn.” le chiedo allungando la mano.
“Melissa…”
E ancora quel tono. Cosa ho combinato? Sono stata a letto tutto il giorno. Non ho guardato Fox Crime, e anzi: mi sono dedicata a una lettura su Chanel… insomma, che succede? Un momento: il mio telefono è sul tavolo: e io sono sicura di averlo lasciato sul comodino, come ci è finito qui?
“Dimmi tesoro…” dico sforzandomi di mantenere la calma.
“Sono salita a controllarti stasera. È stata la prima cosa che ho fatto appena sono tornata…”
“Che pensiero gentile.”
Ma sento puzza di però.
“Il tuo telefono stava suonando, ho pensato di rispondere al tuo posto per non svegliarti.”
“E chi era? Mia madre?”
“No Melissa: era la libreria, dice che il libro non è disponibile a magazzino.”
Il libro. Quante possibilità ci sono che la commessa abbia spifferato il titolo? Potrebbe essere un libro qualsiasi, forse ho ancora una speranza: meglio bluffare.
“È un vero peccato.”dico con indifferenza.
“Puoi dirlo forte mia cara: che fine ha fatto il mio Lessico dello stile?”
Dannata commessa.
“Vedi, è successo un piccolissimo incidente.”
Un incidente che costerà la vita a Max — ma questi sono dettagli.
“Piccolissimo incidente?”
I suoi occhi sono iniettati di sangue e io non so cosa dire.
“Melissa! Era una copia autografata da Jérôme Gautier!”
Ecco cos’era quello scarabocchio sulla quarta di copertina.
“Mi dispiace.”
E mentre pronuncio quelle due semplici parole, capisco che non basteranno a riparare il danno.
“Cosa è successo al mio libro?”
“Okay. Volevo evitare di dirtelo, ma se la metti così, non mi lasci altra scelta.”
“Dimmi la verità.” dice fissandomi.
“Siediti…”
“Sono già seduta.”
In effetti ha ragione.
“Sdraiati allora, non sarà facile…”
Cassandra continua a guardarmi con la faccia di chi sa già tutto, e non ci vuole un genio per capire che si aspetta una confessione in piena regola. Vuole il nome di un colpevole e io devo accontentarla.
“Il cane di Marcello ci ha fatto la pipì sopra.” dico abbassando lo sguardo verso il basso in cerca del suo perdono.
“Non dirai sul serio?”
“Purtroppo è così.”
“Vieni qui, abbracciami.”
Una parte di me si sente in colpa per aver inventato la bugia perfetta, ma l’altra è felice e contenta di avere salvato la pelle a Max. Ho promesso a Cassandra che riavrà il suo libro autografato: era il minimo che potessi fare per mettere a posto le cose — anche se non so ancora ‘come’ ci riuscirò.

QUARTO EPISODIO

Illustrazione: Valeria Terranova