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13 Dic

A Natale siamo tutti più buoni

enrica alessi not for fashion victim

 

enrica alessi not for fashion victim

 

U

na volta qualcuno ha detto che esistono due tipi di bugie: quelle che diciamo per amore e quelle a cui crediamo per amore. Io sono specializzata nella prima categoria. E nonostante le consideri come un rimedio eroico a cui ricorrere solo in caso di emergenza, ultimamente mi sembra di vivere su un’ambulanza che viaggia a sirene spiegate. Ma le mezze verità non sono la stessa cosa: un po’ di imprecisione risparmia un sacco di spiegazioni — e un sacco di guai. Perché fornire inutili dettagli riguardo a una presunta crisi amorosa causata da una falsa campagna vendite? Perché sottolineare che Cassandra e le sue pressioni abbiano indubbiamente distorto la percezione di una realtà lampante? È stato sufficiente dire a Luca che Enrico si è innamorato di Giulio e che io non sono altro che il tramite di una relazione annunciata. Nessuna scenata di gelosia, nessuna lite, solo tanto tanto sesso. Ora, il problema è un altro: come dirò a Cassandra che colui che aveva designato come un potenziale amante non è interessato a me? Sono appena tornata dalla mia passeggiata con Max, mi sto vestendo per andare al lavoro e lei è già in cucina a preparare il menu natalizio per la cena di stasera. Se non fosse che ama i fornelli quanto Tommaso, mi sentirei in colpa. E mentre scendo le scale per raggiungerla e darle il bollettino della serata, il campanello suona.
“Vado io.” dico precipitandomi alla porta.
Un camioncino giallo DHL Express è fermo davanti a casa nostra e il fattorino mi aspetta con un pacco tra le mani. Sono quasi certa che sia per me: deve essere il nuovo libro di Jerôme che ho comprato su Amazon. Firmo, ritiro e rientro.
“Chi era?”
“Un fattorino…”
Appoggio il pacco sul tavolo, apro il cassetto per prendere le forbici e incido il cartone. Sbircio, ma non è ciò che immaginavo.
“Cos’è?” mi chiede.
È il premio di consolazione che ci ha mandato la provvidenza: dopo che le avrò detto la verità su Enrico, ne avrà bisogno.
“Una cosa…” dico rimanendo sul vago.
Realizzo che il suo comportamento è strano, quando non la sento insistere per sapere cosa ho ricevuto.
Continua a tenere le mani nel suo impasto di uova e farina e ha un’espressione assente.
“Tutto bene?” le chiedo preoccupata.
“Tommaso ha scelto il divano senza chiedere il mio parere.”
Da uno a dieci, quanto può essere grave una cosa come questa per una donna incinta con gli ormoni impazziti?
“E so che stai pensando, che è solo un divano, che non dovrei prendermela per così poco, invece è l’inizio della fine.”
Avrei detto tre: mi sbagliavo.
“Il divano com’è?” chiedo cercando di smorzare i toni.
“A elle, in pelle bianca, design ricercato: splendido.”
“Ma se ti piace, qual è il problema?”
Il suo sguardo furente fa chiaramente intendere che la mia conclusione — seppure espressa in forma interrogativa — la indisponga parecchio.
“E quando dovremo decidere in che scuola mandare nostro figlio? Cosa succederà? Non sarò interpellata?”
“Non è un po’ presto per pensare alla scuola? Il bambino sta ancora galleggiando nel tuo sacco amniotico…”
“È proprio questo il punto: non sono altro che l’involucro di un bambino!”
Mi pare che sia sul punto di piangere.
“Non dire così…” mormoro.
“Ci manca solo che prenda iniziative riguardo al lettino con le sponde e il mio ruolo di madre sarà compromesso per sempre.”
Si è appena accasciata sulla pasta disperata. Lascio il cartone sul tavolo e mi avvicino per abbracciarla.
“Cassandra, calmati.”
“Mi ha fatto arrabbiare…” dice singhiozzando.
“Puoi vendicarti comprando la tazza del water!”
La mia battuta fa schifo, ma gli ormoni decidono di farla ridere comunque — per solidarietà. Si asciuga le lacrime, ma i residui di impasto le restano sul viso e rido anch’io.
“Siediti, devo dirti una cosa.” dico mentre le porgo uno degli sgabelli.
“Non farai tardi al lavoro?”
“Sì, ma non posso andarmene senza averti raccontato di ieri sera…”
Cassandra sgrana gli occhi, spalanca la bocca, lo stupore solca ogni tratto del suo viso.
“Me ne ero completamente dimenticata… sono imperdonabile!”
“Un divano è sempre un divano.” dico ironica.
“Quindi? Ti ha baciata?”
“No e non credo lo farà mai.”
“Ti ha davvero proposto di aiutarlo nella campagna vendite?” chiede incredula.
“Perché? Credi che non ne fossi in grado?”
È inutile negarlo: gli ormoni sono nell’aria e hanno reso suscettibile anche me.
“No, no… ma sembrava una scusa così evidente…”
“Infatti lo era, ma ci siamo sbagliati sul suo conto…”
Ecco, ora viene la parte più difficile. Cerco di intavolare un discorso, lei mi anticipa.
“Non dirmelo. Lo sospettavo, ma non volevo dirlo per paura che soffrissi.”
Io?
“Quindi lo immaginavi?”
“Onestamente sì.”
“Meno male, temevo che ci saresti rimasta male…” dico sollevata.
“E come te lo ha detto?”
Il suo entusiasmo mi lascia basita.
“Ha esordito dicendo che la campagna vendite era solo una scusa e che…”
“Intendevo… come ti ha detto che gli piaccio?” mi interrompe.
Il granchio che ha preso è più grande del previsto. E nonostante una parte di me continui a pensare alla mia teoria sulle mezze verità per tirarmi fuori dai guai alla svelta, l’altra mi ricorda che stasera, l’uomo in questione sarà qui, in questa casa. Non posso tacere, questa storia è una bomba a orologeria e solo io posso disinnescarla.
“Enrico ha preso una cotta per Giulio, il mio collega.”
“Che cosa? Non dirai davvero?”
“Mai stata più seria.” dico sorridendo. “E ti garantisco che non si sarebbe fermato al divano, avrebbe deciso le tue mise da qui all’eternità… non avresti retto.”
Credo che i successivi dieci secondi di
silenzio siano causati dallo shock.
“Già, meglio così.” mormora.
Si alza, torna sull’impasto, la sua espressione delusa mi ricorda quella di poco fa, forse ho sottovalutato il suo trauma. Guardo l’orologio: è davvero molto tardi, mi avvicino, la bacio sulla fronte e faccio per uscire.
“Compro qualcosa par stasera?”
“No, non c’è bisogno di niente…”
La sua aria sconfitta, la sua voce delusa.
I miei occhi si fermano sul pacco che ho abbandonato sul tavolo poco fa, questo è il momento del premio di consolazione: la tirerà su di morale.
“Dimenticavo: qui c’è qualcosa per te…” dico stringendo il cartone tra le mani.
“È un regalo?”
“Così parrebbe…” dico in tono misterioso.
Cassandra si precipita verso il lavello, si sciacqua le mani e mi raggiunge.
“Che cos’è?”
“Te lo manda Jerôme Gautier.” dico fiera mentre le porgo il libro.
“Oh mio Dio! Come hai fatto?”
“Dovevo farmi perdonare, ecco il tuo Lessico dello Stile!”
Lo apre e appeno vedo la dedica, mi emoziono. Nei tratti della sua scrittura, mi pare di rivedere quelli del suo viso: mi commuovo.
“Non posso crederci, c’è anche una dedica!” esclama Cassandra.
“A Cassandra, a Melissa e a Max che sembrano adorare il mio libro 😉
Con affetto
Jerôme”
“È stato gentile.” mormoro.
“Tu sei stata fantastica… ma come hai fatto?”
“Te lo dico stasera, ora devo andare.”
Infilo il cappotto, saluto Max ed esco di casa.

Arrivo alla clinica in ritardo, Giulio mi sta aspettando nell’ingresso. Appena varco la soglia, mi assale.
“Melissa, devo parlarti, è urgente.”
Noto con piacere che Enrico non ha perso tempo. Non vedo l’ora di sapere se si aspettava la sua chiamata, cosa si sono detti e quando hanno deciso di vedersi.
E mentre lo guardo tentando di capire quale sia l’emozione prevalente, mi accorgo che la sua faccia è quella di chi non sa come reagire. Francamente lo capisco: non esce con qualcuno da più di sei mesi.
“Lo so, lo so. Andiamo nel mio ambulatorio.”
Giulio mi segue mantenendo il mio passo: sveltissimo. Apro la porta ed entriamo.
“Allora? Che effetto ti fa?” chiedo eccitata. “Quando mi ha chiesto il tuo numero, sono impazzita! Lui è carino, sensibile, elegante… è un bel bocconcino, non fartelo scappare, mi raccomando!”
Perché non vedo il trasporto nei suoi occhi, nessuna briciola di felicità, nessun fremito. Non gli piace?
“Di chi stai parlando?” mi chiede basito.
“Come di chi sto parlando? Di Enrico. Enrico lo stilista, il ragazzo che hai conosciuto domenica scorsa.”
Giulio arrossisce.
“Come fai a conoscerlo?”
Ecco: questo era lo sguardo che stavo aspettando. Un mix tra quello di Bambi e quello di Terminator.
“È lui che ha ritrovato Max quando si è perso, da allora siamo diventati amici e mi ha confessato che gli piaci.”
“Non mi ha chiamato…” dice deluso.
“Be’ vedrai che lo farà, sembrava molto preso, forse ha solo avuto da fare…”
E mentre pronuncio quelle parole che dovrebbero tranquillizzarlo, sono io ad agitarmi. Se non è questo ciò di cui voleva parlarmi, qual è la cosa urgente che deve dirmi?
Mi volto, infilo il camice tentando di prendere tempo, ma è come se non potessi sfuggire al mio destino. Prendo coraggio, infilo i bottoni nelle asole e guardo Giulio dritto negli occhi.
“La cosa urgente che dovevi dirmi?”
“Ah giusto. Di là c’è un cliente che chiede espressamente di te, aspetta da un po’ e sembra molto impaziente.”
Perché la prima persona che mi viene in mente è Marcello? Lo spettro del mio ex fidanzato continua a perseguitarmi. I brutti ricordi dovrebbero cadere in prescrizione dopo un certo periodo e invece non è così.
“E ora dov’è?”
“È con Britney nel suo ambulatorio.”
“Ora vado.”
“Vado anch’io, Ilenia mi aspetta in sala ecografia.”
Giulio esce lasciandomi con i miei dubbi, ma mentre chiudo la porta, rammento che conosce Marcello, gli ha consegnato il cane non troppo tempo fa e se fosse lui, me lo avrebbe detto. Rincuorata da questo pensiero, raggiungo l’ambulatorio di Britney. La porta è aperta e mi basta sentire la sua voce per capire di chi si tratta.
“Buongiorno dottore.” dico sorpresa.
“Melissa! Ho provato a chiamarla, ma non mi ha risposto.”
Devo aver dimenticato il telefono a casa: la solita imbecille.
“Mi dispiace. Credo di aver lasciato il cellulare sul comodino. Sono un po’ distratta ultimamente…” dico imbarazzata. “Mi dica che succede…”
Mi avvicino al tavolo medico su cui Lolita è seduta: mi guarda, scodinzola, ma sembra triste.
“Ti manca Max, vero?”
I suoi occhioni dicono di sì. Il dottore la accarezza.
“Ha smesso di mangiare, è sempre stanca… sono preoccupato.” mormora.
“Potrebbe essere incinta.” suggerisce Britney.
Mi sento gelare il sangue. Solo Max potrebbe essere il padre, ma come dimostrarlo dopo aver dichiarato in più occasioni che è un cane sterilizzato? Le bugie hanno sempre una data di scadenza. E la mia ha i minuti contati. Devo dirgli la verità. Ma prima che la confessione abbia inizio, Britney mi consulta.
“Vuole che prelevi un campione di urina… dottoressa?”
Dottoressa? E da quando mi dà del Lei? Mi fa sentire importante.
“Sì, grazie.”
Guardo il dottore: sembra sconvolto, è un po’ come se la sua piccolina fosse stata violata. Vorrei rassicurarlo dicendo che Max si assumerà le sue responsabilità, ma devo trovare le parole giuste per trasformare una bugia intera in una mezza verità. Stiamo aspettando che il test di gravidanza ci dia il responso, l’attesa è snervante e ad aumentare la suspense si aggiungono pure le considerazioni del dottore.
“Chi può essere stato? È sempre stata con me… non capisco…”
Potrei sentirmi peggio? L’ho ingannato. Il solo nome possibile è stato scartato a causa della mia falsa dichiarazione, e Lolita sta passando per quella che si concede al primo che capita, e la colpa è solo mia. Forza diglielo, forza diglielo. Al terzo ‘forza diglielo’, mi sento osservata. Da dietro gli occhiali a fondo di bottiglia, lo sguardo del dottore mi scruta.
“Melissa è sicura che Max sia stato sterilizzato?”
Sapevo che non era uno stupido. Dopotutto è nu Savastano. Però la sua domanda mi concede un discreto margine d’imprecisione: evitare spiegazioni, evitare guai. Ma la tentazione di seguire il vecchio metodo, incasinando la verità fino a renderla credibile, è troppo forte.
“Non proprio.”
Il dottore mi guarda dubbioso.
“Vede, abbiamo provato una cura sperimentale, meno invasiva, ma su Max potrebbe non aver funzionato…”
Britney scuote la testa, la sua faccia dice: perché non ne so nulla? È semplice: l’ho appena inventato. È in momenti come questo che rimpiango di avere dieci decimi, se indossassi un paio di occhiali da vista e potessi sistemarli sul naso, avrei un’aria decisamente più professionale.
“Quindi dottore, potrebbe essere Max il padre dei cuccioli.” dico in tono rassicurante.
Continua a guardarmi con sospetto, ma prima che possa smascherarmi, Britney attira la nostra attenzione con il timer che ha impostato per il test. Afferra la cartina, la porta vicino al suo naso e annuncia il verdetto:
“Lolita sei incinta!”
Il dottore sorride e anche io vorrei esultare, ma devo trattenermi.
“Come le dicevo: non credo che questa nuova tecnica abbia funzionato…”
“È come fa a essere sicura che sia Max il padre?”
La sua insinuazione quasi mi offende: è del mio cane che stiamo parlando. Un bellissimo esemplare di bobtail, abile e arruolato a procreare. Difenderò la sua dignità maschile a ogni costo, e a questo punto, c’è solo una cosa che posso dire.
“Sì dottore, sono sicura. Nonostante sia imbarazzante, mi trovo costretta a confessare un particolare decisivo: sì, ecco… io li ho visti mentre…”
Anche il dottore deve aver immaginato ciò che non sono riuscita a dire, e seppure abbia inventato tutto, il pathos nel mio tono di voce deve averlo turbato.
“Perché non me lo ha detto?”
“È stato imbarazzante…” sussurro.
“Dobbiamo festeggiare!” interviene Britney. “Pensi che sono stata io a fare scappare Max, se non altro: tutto è bene quel che finisce bene.”
Ciò che produce la sua mente semplice, nove volte su dieci mi irrita, ma stavolta è stata provvidenziale.
“State per diventare nonni.” conclude allegramente.
E mentre Cristina prepara qualche campione di cibo per fare tornare l’appetito a Lolita, io mi assento un momento per fare una telefonata. Raggiungo il mio ambulatorio e mi sembra quasi di fluttuare. È vero che la felicità è una cosa semplice, ma descriverla non è facile. È come un cielo coperto di nuvole che piano piano si apre facendo uscire il sole. Ed è un po’ come se il sole fosse lì solo per te. Questa è la felicità. Mi siedo alla mia scrivania e afferro il telefono della clinica. L’unico numero che ricordo a memoria è il fisso di casa mia: chiamo Cassandra.
“Sono io…”
“Perché mi chiami a casa?”
“Devo aver dimenticato il telefono sul comodino…”
“Vuoi che vada a controllare?”
“No, no, non importa. Siediti: devo darti una bellissima notizia!”
“Aspetta, sto salendo a controllare dove hai lasciato quel benedetto cellulare”
“Ti avevo detto di sederti!”
“Adesso sono seduta: sul tuo letto e il cellulare è in carica sul comodino. Dimmi tutto…”
È un conto alla rovescia: 3,2,1.
“Max e Lolita stanno per avere dei cuccioli!”
“O’ mio Dio! Ma è una notizia splendida! Aspetta: come fai a essere sicura che sia Max il padre?”
Ora ci si mette pure lei.
“Li ho visti mentre…”
“Sul serio?”
“Che domande! Stavo pensando: ma se chiedessi al dottore di venire? Porterebbe anche Lolita e festeggeremmo tutti insieme.”
“Quasi stento a riconoscerti: l’agente Starling che invita a cena Buffalo Bill…”
“Sai che per Max venderei l’anima al diavolo.”
Ride.
“E c’è un’altra cosa a cui stavo pensando…”
“Melissa, non stavi lavorando? Non posso stare seduta qui tutto il giorno.”
Adoro quell’insolito cinismo.
“Faccio presto: e se per ironia della sorte, Enrico mettesse gli occhi su Luca? Non sarebbe meglio chiamare anche Giulio? Così, per precauzione.”
“E comunque anche Tommaso ha un bel faccino… sì, chiamalo!”
“Torno a casa alle cinque per darti una mano… grazie, sei un tesoro!”
E lì, seduta sulla poltrona girevole, mentre ripenso a questo lieto fine inaspettato, non posso fare a meno di attribuire a Britney parte del merito. Credo che la inviterò a cena. Mi scoccia ammetterlo, ma comincio a vederla come una di famiglia. E poi si sa, a Natale siamo tutti più buoni.

 

TRENTESIMO EPISODIO

Illustrazione: Valeria Terranova